Tra Heidegger e il Covid 19

Il tempo che stiamo vivendo, viene definito da tutti come un tempo “sospeso”. Questa sensazione generale, quasi unanimemente condivisa, pone delle domande, su cosa significhi “sospeso” e, appesa alla precedente, per quanto tempo durerà questo tempo. Il nostro “essere”, cioè, vive una diversa dimensione temporale, una dimensione nella quale il tempo non è più solo una coordinata spaziale, correlata con la dimensione fisica dello spazio, ma diviene dimensione ontologica in cui ciascuno esplora uno spazio dimenticato o che ci si è abituati a ritenere residuale: la nostra interiorità. Leggi tutto “Tra Heidegger e il Covid 19”

Corona virus, accettare la sfida

La guerra del Corona virus non è una guerra. Direi, piuttosto, una sfida. Vediamo perciò di comprendere insieme i termini di questa sfida.

Al suo insorgere, effettivamente, la dimensione “epidemica” che di volta in volta coinvolgeva singoli paesi, metteva in campo dispositivi di intervento, e dunque forme di pensiero, riflesso di modelli ancora tradizionali. In un saggio del 2010, Byung-Chul Han rifletteva sugli scenari contemporanei rilevando il generale attardamento delle società, quelle occidentali in testa, su modelli desueti. Modelli che nella sua lettura riflettevano un paradigma “immunologico” non più capace di cogliere la complessità contemporanea. Di questa, infatti, ne sottolineava la sostanziale incompatibilità col precedente modello immunologico. I modelli del passato sono quelli di un’epoca che chiama “batterica” dove è essenziale la presenza di un “altro” contro il quale opporsi. Ma l’epoca contemporanea è piuttosto un periodo “virale”, un tempo, cioè, in cui non esiste più una distinzione netta tra interno ed esterno, tra amico e nemico. Tanto la sfera biologica quanto quella sociale, in sostanza, sono state caratterizzate da dinamiche di “attacco e difesa” che hanno trovato nell’Altro, nell’Estraneo il necessario opposto. Oggi “al posto dell’alterità abbiamo invece la differenza che non provoca alcuna reazione immunitaria”[1]. Leggi tutto “Corona virus, accettare la sfida”

Il giubilo e l’innocenza

Non mi piace il calcio. Ho sempre preferito gli sport. Sono cresciuto in questa dicotomia insanabile: il football da una parte, gli sport dall’altra, tutti gli altri. Ma non come la raffinata distinzione degli inglesi tra Jam e Marmalade che pone una differenza in positivo che ci saremmo attesi dalla Sicilia, posto che Marmalade si può dire solo delle arance mentre Jam di qualsiasi confettura. Leggi tutto “Il giubilo e l’innocenza”

Siamo tutti imbecilli?

Seguo il TG ogni giorno e ogni giorno mi chiedo se siamo tutti imbecilli. Diventati imbecilli. trattati come siamo stati negli ultimi cinquant’anni, colpevole nessun escluso. Da persone ci siamo trasformati in utenti e infine in clienti. Quindi, imbecilli senza senso critico. Lo dimostra l’informazione che quotidianamente entra nelle nostre case. Ci credono imbecilli e per tali ci trattano. Sebbene questa triste considerazione non lasci fuori nemmeno gli addetti della stampa, trasformati ormai in casse di risonanza dell’imbecillità diffusa, in ripetitori delle imbecillità altrui. Un esempio: la ditta Caffaro di Brescia di cui il TG1 dà notizie allarmanti: da vent’anni sequestrata e mai si è fatto nulla. Ora esplode di nuovo l’emergenza, cola mercurio e c’è un altro pericolo urgente che rimette sotto i riflettori il capannone dei veleni. Il Ministro dichiara che si deve bonificare, la gente si dichiara stanca di vivere con i veleni, si parla di alto tasso di tumori e la Procura dispone “un nuovo sequestro”! Un paradosso incommensurabile. Come si fa a porre “di nuovo” sotto sequestro un luogo già sequestrato nel 1997 e da allora abbandonato a se stesso e alla solita incuria ed abbandono che risultano caratteristiche indelebili della contemporaneità? Un modo clamoroso eppure sotterraneo per nascondere le responsabilità. Se era sequestrato, qualcuno non ha fatto quel che doveva fare. Sottoporlo a nuovo sequestro significa far finta di agire laddove invece c’è una colpa enorme di inazione. E i poveri speaker costretti a ripetere notizie che non sanno leggere e non comprendono, semplici inutili e stupidi ripetitori di imbecillità che aumentano il malessere di una contemporaneità insulsa e senza senso critico.

Sono tornato

Questo sito è stato violato da un virus. Non sono in grado di dire se si è trattato di un attacco mirato o esito di uno di questi eventi del web che assomigliano ai fasci di meteoriti che all’improvviso rendono il vuoto dell’universo il posto più pericoloso e inaffidabile. Internet, ormai lo sappiamo, è universo e buco nero. Ad ogni modo, non è stato facile riattivare il mio blog, è servito molto tempo per non perdere i materiali che vi sono depositati, le cose che ho scritto negli ultimi anni. A breve aggiungerò un nuovo articolo.

Senza cielo. Non si salva nessuno

Disponibile il mio nuovo libro che si può scaricare su Kindle o sul proprio PC direttamente dal sito di Amazon: https://www.amazon.com/Senza-cielo-salva-nessuno-Italian-ebook/dp/B07KCKFW2L/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1542560020&sr=1-1&keywords=senza+cielo.+non+si+salva+nessuno

 

Tre storie al femminile e tre al maschile di impossibile riscatto che vi lasceranno un segno dentro. 

Da un post di colei che, forse, è stata la prima lettrice. “Ho letto la storia di Martina, un pugno nello stomaco. Pensavo che dopo , la strada sarebbe stata in discesa. Poi ho conosciuto Lucia e Marica… Non è una facile lettura a livello emotivo, ma è un libro che va letto e che mi sento di consigliare ”.

Recensioni di lettori: “Un libro che non vi lascerà indifferenti, che dovrebbe essere letto nelle scuole, non solo dai ragazzi ma soprattutto dagli educatori, da quei docenti che han perso per strada, o forse non l’hanno mai avuta, la vocazione dell’insegnamento”. “Un viaggio nella triste realtà della scuola italiana tra speranze e delusioni. Il tutto condensato nella frase Credo che i sogni stiano a sud dello spirito“.

Su Amazon è disponibile anche la versione cartacea, per gli amanti del libro nella sua più elegante e classica veste.

A chi leggerà, chiedo, se possibile, di lasciare una breve recensione.

A chi piacerà, chiedo, se possibile, di aiutarmi a pubblicizzarlo.

Grazie

Avete visto la Rivoluzione?

Avete visto la Rivoluzione? Se n’è accorto qualcuno? Possibile che questa notizia non faccia nemmeno eco? Eppure è sotto gli occhi di tutti, anzi, dentro.

E questo spiega perché nessuno si è accorto della Rivoluzione. Pur vivendola in prima persona, in massa. Il fatto è che siamo abituati – da quanto abbiamo studiato a scuola – a vedere la Rivoluzione come un fenomeno sociale collettivo, rumoroso, sanguinario, caotico. Ma dovrebbe essere chiaro, dopo cent’anni di studi e ricerche antropologiche e sociologiche, che i fenomeni sociali sono abiti, definiti dalla cultura del tempo e del luogo. La civiltà europea ci ha abituato ad una idea di Rivoluzione definitivamente compromessa coi fuochi e gli stendardi dell’Epopea francese di fine Settecento. La sua anticipazione nel continente americano non è che bozza di uno stesso modello concettuale e strategico. Insomma, senza fuochi e fiamme, senza insurrezioni e prese della Bastiglia, senza morti e feriti, pare non ci possa essere Rivoluzione. Analizziamo.

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Immigrazione: nessuna verità

Non entro nel merito (la mia posizione è nota avendo lanciato una sottoscrizione per l’abolizione del permesso di soggiorno), ma osservo: un giudice inquisisce un ministro per snaturare una scelta chiaramente politica, certamente non una scelta delinquente. È legittimo? È democratico? Chi verifica che l’azione dei giudici sia davvero trasparente, disinteressata, apolitica?

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Lotta di genere: la sconfitta degli uomini

Non si riesce a parlarne, il tema rientra tra quelli “no politically correct”. Eppure la situazione è urgente da tempo. Sto parlando dell’eccessiva e colpevole femminilizzazione della scuola che sta producendo, da decenni, danni la cui portata si avvertirà ormai a breve, e durerà a lungo. Perché i processi culturali sono lenti come i cambiamenti che stimolano.

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Il fitness: siamo tutti supereroi

Sono nato negli anni Sessanta. e ho sempre fatto sport, come tanti della mia generazione. Si andava a faticare nelle piste, nei campi, nei boschi, nelle piscine, nelle palestre. Sempre con un tocco di fai da te, ciascuno di noi. Era il modo di andare vestiti che era fai da te. C’erano i pantaloncini corti, di due tipi: da atletica (sgambati e a vita alta) o da sport di squadra: pallacanestro, calcio, pallavolo (un po’ più lunghi e un po’ più bassi). C’erano le canottiere del basket e della corsa, poi tante magliette più o meno uguali. Chi aveva la fortuna di giocare in una squadra inserita in un campionato federale, non importa a che livello, spesso si gloriava di una divisa, solitamente una tuta più simile a un comodo pigiama che ad una di quelle meravigliose mise che si vedono oggi anche per le squadre di amici che a 50 anni giocano ancora a calcetto. Insomma, ai miei tempi si faceva sport in pantaloncini e maglietta e le situazioni particolari che richiedevano qualcosa di tecnico si riducevano alla necessità, per taluni sport, di un sospensorio o un reggiseno rinforzato.

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