La cantonata di Macron e una proposta a costo zero

Le ideologie sono morte. Per fortuna, perché ciò che fa una ideologia è rendere ciechi rispetto alla realtà viva. Ogni ideologia tenta di piegare la realtà ai propri principi, forza gli esseri umani a coincidere con un modello teorico per auto giustificarsi. Il post modernismo non è privo di principi a causa della morte delle ideologie, lo è per una forma di individualismo esacerbato che appare funzionale a certe dinamiche politiche e sopratutto economiche per contenere le quali non esistono più gli argini un tempo affidati al pensiero critico diffuso. La cultura di massa ha quasi estinto gli antidoti democratici contro le prepotenze del potere.

Quando, nel 1979, Lyotard rinnovava il paradigma del pensiero classico basato sui grandi sistemi (anzitutto hegelismo e marxismo) introducendo un elemento innovativo basato sullo sviluppo della cultura tecnologica, nel mondo accademico si diffuse il convincimento che le ideologie, intese come “grandi narrazioni”, fossero giunte al capolinea. Se non fosse che la politica, non più disinvolta ma sfacciatamente volgare impunita e prepotente, recupera frammenti ideologici inseguendo vantaggi elettoralistici. Siamo quindi sempre esposti al rischio di dovere seguire correnti dettate dai decisori politici in base a rigurgiti ideologici che generano sempre forme di disagio e sofferenza.

Ho stima di Emmanuel Macron, presidente laureato in filosofia che ha avuto persino la fortuna di collaborare, seppure per un breve tempo con un maître a penser come Paul Ricoeur. Ma anche a lui è capitato di prendere una cantonata.

La questione dei migranti è chiara: l’Italia riceve, assiste e provvede al 95% di questa marea umana, il resto di Europa litiga, bisticcia, grida allo scandalo, attacca, insulta per distribuirsi il restante 5%. È quello che ha fatto Macron per l’arrivo, per lui imperdonabile, presso le coste mediterranee della Francia di una imbarcazione con appena 230 migranti, credo tutti francofoni. Incattivito da questa novità ha incominciato a bastonare altri migranti francofoni, tutti provenienti dalle colonie francesi d’oltre mare, spedendoli a mazzate in Italia e sigillando la frontiera alpina con 500 guardie. Uno sguardo più umano aiuterebbe tutti, cfr. mio blog apr 2015: https://giampierofinocchiaro.com/migranti-tra-accoglienza-e-colonizzazione/#.Y3EBeOzMIdU

La Francia ha con i migranti una politica piena di paradossi. È sufficiente leggere i nomi della nazionale di calcio per vedere com i francesi siano poco più di un paio dentro una lunga serie di nomi africani, arabi e di colore. Sembrerebbe una grande apertura verso il mondo africano dove però ha mantenuto una politica di conquista coloniale seppure con nuovi strumenti. A Lione si stampa la moneta nazionale di ben 14 stati africani. Non è un servizio e non è né gratis né conveniente, è un affare gigantesco perché questi stati hanno l’obbligo di mantenere un tasso fisso di cambio prima col franco francese e ora col valore dell’euro secondo i criteri dettati da Parigi e per ottenere questo avallo devono versare quasi il 50% del loro patrimonio monetario in un conto corrente gestito e controllato dal ministero del Tesoro francese (che con i relativi guadagni copre il debito pubblico francese). Una forma postmoderna di colonialismo finanziario che sfrutta un’area con circa 200 milioni di esseri umani.

Se l’Italia, fronte per la migrazione dalle aree svantaggiate del mondo, prima l’est europeo e poi l’Africa, ha commesso errori nella gestione di un fenomeno enormemente più grande delle sue possibilità, non vuol dire che non abbia fatto nulla o che abbia fatto poco. A Lampedusa spesso ci sono più migranti che residenti e non si registrano episodi di intolleranza significativi. Al contrario nella banlieue di Parigi hanno attecchito gli autori della tragedia di Charlie Hebdo. Alla frontiera di Ventimiglia, sono le guardie francesi che armate hanno inseguito, per respingerli, i giovani tunisini che dall’Italia cercavano di passare nella terra di cui a scuola apprendono la lingua come retaggio della grandeur francese. E per farlo sono entrati in territorio italiano violando la “sovranità nazionale” che in Francia è storicamente la chiave della retorica imperialista ufficiale.

Perché Macron ha preso una cantonata? Perché la sua recente aggressione al nuovo governo italiano (per la prima volta guidato da una donna) che ancora sta sistemando le proprie valigie nel nuovo domicilio, è frutto di una visione ideologica per la quale il nuovo governo non può essere portatore di valori, in quanto governo di destra è per definizione nemico, colpevole e da sterminare. Spesso chi accusa proietta sull’Altro il proprio modo di pensare. Se c’è una verità possibile è che i migranti sono fratelli per caso, ma fratelli. Nessuno sceglie dove nascere e se fosse capitato a noi di nascere in un posto dove l’alternativa è fra: morire di fame o di sete o di malattie o di guerre tra clan, anche noi ci saremmo messi in cammino in cerca di un posto migliore dove vivere con la nostra famiglia. Chi siamo noi per impedire a loro di recarsi in altri luoghi? Che senso ha oggi, in epoca di globalizzazione, il concetto di sovranità nazionale? Cfr. mio blog apr 2017: https://giampierofinocchiaro.com/io-sto-con-orlando-una-petizione/#.Y3ECbezMIdU

La gestione del flusso dei migranti deve essere inquadrata come un tema organizzativo, non politico. E per farlo dobbiamo guardare la realtà. Ogni governo usa dati ufficiali per raccontare la propria verità. I dati sulle richieste di asilo formano una graduatoria in cui l’Italia non ha un gran peso, una classifica dove la Francia fa persino meglio, ma questo dato viene dalla consapevolezza che hanno i migranti i quali sanno che in paesi come Francia e Germania è più facile trovare lavoro. Perciò fanno domanda per quei paesi. Ma un conto diverso è quello relativo a chi ci arriva davvero e quello relativo a quanti sono quelli che materialmente sostano per anni in Italia, sfuggendo a statistiche ufficiali se si considera che i loro figli frequentano le scuole italiane ma nessuno può usare questo dato per risalire ai genitori “illegalmente” presenti in Italia. Il sito del Parlamento europeo racconta altre storie, cfr. mio blog ago 2018: https://giampierofinocchiaro.com/immigrazione-nessuna-verita/#.Y3ECA-zMIdU

“Quello che mi auguro si riesca a fare, allora, è abolire il permesso di soggiorno inaugurando una stagione della verità, senza fronzoli ideologizzati e senza finzioni politico-partitiche. La fase di registrazione che da noi consente ruberie infinite e permette all’Europa di far finta di essere interessata alla sorte dei migranti, è facilmente organizzabile, di una facilità disarmante. Si faccia di Lampedusa un luogo istituzionale europeo, la nostra Ellis Island (magari supportata da strutture più grandi a Gela o in un altro luogo sventrato e impoverito dalla frode dello sviluppo petrol-chimico), si condivida con i rispettivi Intelligence service il lavoro di riconoscimento e si consenta a questa gente di andare dove spera di costruirsi un futuro migliore. Possiamo permetterci tre sedi parlamentari in tre diverse città (Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo) per appena 750 persone e non possiamo costruire un grande Front Office per le migliaia di migranti?” in mio blog: https://giampierofinocchiaro.com/io-sto-con-orlando-una-petizione/#.Y3EC-OzMIdU

Se il problema/alibi è ancora la Convenzione di Dublino che impone all’Italia di soffrire in solitudine la gestione dell’arrivo dei migranti, la soluzione è semplice: si chieda ai migranti che giungono nelle coste siciliane (Lampedusa, Catania, Augusta, Agrigento, Gela, etc.) di dichiarare dove intendono recarsi prima di poggiare un piede nel molo che li accoglie. Si dipingano nel molo fasce di diverso colore che rappresentino ufficialmente, alla stregua di territorio assegnato alle rappresentanze diplomatiche, i vari paesi europei. Ogni migrante poggerà il suo primo piede non in Italia ma simbolicamente nel territorio del paese prescelto. E ogni paesi si faccia carico della gestione e trasferimento di chi arriva nel suo ambito di responsabilità. Costo zero e fine delle polemiche sugli sbarchi.

Dove si nasconde la gioia? Donde se esconde la alegría

23 ottobre 2022, il Boca vince il campionato nazionale e lo fa in un caos di emozioni che rendono incerta la vittoria fino all’ultimo momento, dovendo sperare che il suo acerrimo nemico, il River Plate, possa a sua volta vincere contro il Racing che si trova a un solo punto dalla squadra più rappresentativa dell’Argentina.

Terminata la partita e il primo effluvio di commenti su televisione e social, l’entusiasmo porta la gente in strada. Mi trovo a Mar del Plata, a 400 kilometri dalla capitale ma sembra di stare alla Boca. Per un apparente paradosso le persone si riuniscono nella piazza al cui centro campeggia la statua del generale San Martin. In un angolo, più discreto e come osservando il Padre della Patria, un mezzo busto di un altro generale, il pluri Presidente Domingo Peron.

Migliaia di ragazzi, uomini, donne, bambini, anziani invadono ogni spazio, brulicano come bolle effervescenti, intonano i cori da stadio, agitano bandiere del club amato, gridano, si sbracciano, si tolgono le magliette nonostante gli 11 gradi di una città che si affaccia sull’oceano sub antartico.

Osservo la scena ipnotizzato, avverto una energia che accomuna tutti, per una volta del tutto indifferenti ad ogni diversità. Credo si tratti di gioia, una gioia autentica e ancestrale, qualcosa che nonostante il progresso e l’evoluzione ci è rimasto dentro e che un autore geniale come Eduardo Galeano (Fútbol a sol y sombra, 1995) definisce archetipico. Sia lui che Edgar Morin usano la metafora dell’orgasmo per descrivere l’esplosione emotiva che accompagna un gol. Il football trascende ciò che siamo diventati e ci riporta a ciò che eravamo.

Questo sport unico nel novero di tutti gli altri, così vilipeso dagli intellettuali (Galeano diceva: cosa hanno in comune il calcio e Dio? La devozione dei molti credenti e la sfiducia degli intellettuali) che ne condannano gli aspetti indecorosi, visto con lo sguardo della complessità rivela la sua natura di “arte, gioco, poesia e amore” (Morin, El éxtasis histórico de Francia in Le Monde, 22 luglio 1998). La vittoria del proprio club o della propria nazionale, spiega sempre Morin, viene dopo un tempo di angoscia, speranza, incertezza che alla fine produce un “torrente di amore” che nell’immediato idolatra il giocatore ma che poi circola a tutto tondo e avvolge di sé prima lo stadio, poi tutto lo spazio esterno che inizia a risuonare del clamore della vittoria. Conseguita la vittoria, continua Morin, sorge un sentimento di bellezza, una sensazione di poesia viva che genera l’entusiasmo.

La domanda che mi faccio è come mai questa onda di felicità oggi possiamo osservarla soltanto in occasione di grandi vittorie del football. Per immaginare scene come quelle che seguono alla vittoria di un mondiale, dobbiamo andare indietro nella storia e cercare i momenti di conquista della libertà, dobbiamo pensare alle grandi rivoluzioni e ai momenti che hanno segnato la storia umana. Questo orgasmo della vittoria oggi è il solo esempio di amore comunitario che sorge spontaneo, intenso, esuberante quando nella quotidianità prevalgono l’individualismo, la rabbia, la frustrazione, l’odio e la paura.

Non mi stupisce che queste folle mosse da gioia collettiva si insedino nelle piazze destinate alla memoria storica. Come osserva acutamente Morin, la gioia della vittoria calcistica muove un sentimento patriottico che non genera beceri nazionalismi. Spinge a rievocare l’identità umana comune piuttosto che esasperare il senso della differenza dall’altro.

Resta un solo dubbio: in tutto il resto del tempo, dove si nasconde la gioia?

Il bambino che volò via

A volte succede che gli anni che ti porti addosso ti offrano dei ricordi, per moto proprio.

La prima volta che incontrai la morte, non la riconobbi. Avrò avuto quattro o cinque anni, mia madre teneva per mano me e mio fratello e ci stava accompagnando a scuola. Ricordo la sua voce gentile e lieta che ci cullava durante il tragitto vincendo gli ultimi scampoli di sonno che ci eravamo portati sulle palpebre. Avevamo attraversato la piazza davanti casa e serpeggiato tra le auto di un parcheggio che occupava lo spiazzo Franco Restivo e ci immetteva in via Empedocle Restivo, a Palermo.

Superato l’angolo in cui per strada stavano esposte le cassette di frutta e verdura dei signori Gnoffo, un uomo e una donna dai modi villani che tuttavia gareggiavano in gentilezze quando servivano mia madre, ci trovammo su un lungo marciapiedi che fiancheggiava una pompa di benzina. Fu proprio non appena superammo l’area del distributore che avvenne.

Le nostre chiacchiere furono improvvisamente interrotte da un rumore assordante che solo molto tempo dopo imparai a riconoscere come lo stridio beffardo dei freni che nulla possono contro un urto inevitabile. Mentre ancora camminavo, il mio sguardo si era posato su una signora anziana che di tanto in tanto intravedevo nel quartiere e che avevo imparato a fuggire per via di una malformazione sul suo viso che da bambino mi metteva una paura irrefrenabile. Mia madre aveva più volte spiegato a me e mio fratello che si trattava di una buona donna, che si arrangiava con lavori da sartina dato che non aveva un marito che pensasse a lei.

La donna, al mattino presto accompagnava due nipotini nella stessa scuola che frequentavamo anche noi. Era d’inverno, e lei, piccola di statura, superava di poco i due nipoti che avevano un’età simile alla nostra, tra i cinque e i sei anni. Ricordo ancora, dopo più di cinquant’anni, la sagoma di quelle tre persone. Indossavano il cappotto tutti e tre, lei portava scarpe basse, comode e prive di ogni vezzo di femminilità. Teneva per mano i nipoti e stava attraversando la strada sulle strisce pedonali, a breve avrebbe incrociato la nostra traiettoria, perpendicolare alla sua.

Il bambino più piccolo, quello che teneva con la mano destra, più in vista rispetto al fratello – erano anche loro due maschietti vicini di età come me e mio fratello – vestiva un cappottino marrone color cammello ed aveva una sciarpa rossa ed un berretto di lana pure rossa, con un pompon al centro. Mentre osservavo quella scena e prevedevo di incrociarli non appena fossero saliti anch’essi sul nostro marciapiedi, giunse quel fischio terribile che mi costrinse a girarmi per guardare in strada, esattamente come fecero mia madre e mio fratello.

Un’auto si materializzò all’improvviso. Non vidi l’impatto con l’anziana signora e i due bambini perché il corpo di mia madre me ne impedì casualmente la vista. Neanche mio fratello vide nulla, come mi confessò molti anni dopo, quando rievocammo questa storia sepolta nei ricordi perduti della primissima infanzia. La nostra altezza ci penalizzò per la presenza delle auto parcheggiate che non ci consentirono una visione chiara ma anche ci salvò proprio per l’impedimento che ci offrì.

Durante una rapidissima serie di pochi istanti, udimmo il rumore secco dello scontro a cui seguì un silenzio innaturale, come se una nuvola di ovatta fosse improvvisamente scesa a coprire il mondo o giusto quel pezzo di mondo in cui ci trovavamo noi. Alzai gli occhi al cielo e dal blu di quella immensa e placida distesa, vidi ricadere al suolo un cappottino marrone chiaro ed una sciarpa rossa. Li vidi fluttuare nell’aria per qualche istante e toccare terra con la delicatezza dei petali esausti.

Poi la scena riprese la sua sonorità naturale, come se il mondo si fosse fermato solo un istante. Si udirono voci ed urli, qualcuno si mise a correre, sentivo piangere e capii che l’autista era disceso dalla sua auto per constatare le conseguenze dell’incidente. A quel tempo ancora si usava prendere coscienza. L’incidente era avvenuto a pochi metri da noi. Il mio sguardo di bambino aveva casualmente colto nei dintorni gli attimi che presagivano quanto sarebbe accaduto. I nostri passi quotidiani ci conducevano all’altezza di quelle strisce pedonali che chi abitava dall’altro lato della strada doveva attraversare per raggiungere la nostra stessa scuola.

Posai lo sguardo sul cappottino marrone che avevo visto cadere dal cielo e che ora contemplavo sul cemento di una porzione di marciapiedi appena davanti a noi, poco oltre l’angolo della scorciatoia che prendevamo per arrivare a scuola e che avrebbero imboccato anche i nostri vicini se non fossero stati investiti. Chiesi a mia madre, nella concitazione di quei momenti, che fine avesse fatto il bambino che indossava quel cappottino. non riuscivo a scorgerlo da nessuna parte. Di lui, nella mia memoria, era rimasto solo il cappotto e poco più in là la sciarpa rossa. Mia madre rimase in silenzio mentre anche mio fratello si era messo in attesa di una risposta alla stessa domanda. Lei girò lo sguardo un paio di volte come cercando una risposta.

Le dissi anche che avevo visto volare il bambino col cappotto e la sciarpa ma che poi avevo visto tornare dal cielo soltanto gli abiti. “Perché lui è già andato in cielo”, ci rispose senza indugio. Compiuto un altro giro di orizzonte con lo sguardo, probabilmente per accertarsi che qualcuno stesse già provvedendo a soccorrere le vittime dell’incidente, impresse una sferzata ai nostri corpi inchiodati sul marciapiedi e ci diresse verso l’angolo da cui si apriva la scorciatoia che sbucava in via Abruzzi, un centinaio di metri prima della scuola elementare Tomaselli. Mio fratello ed io andammo a scuola. La mamma ci salutò con un’aria sospesa tra l’istinto di proteggerci e la paura.

Eravamo troppo piccoli per avere coscienza della morte, non l’avevamo riconosciuta, né io né mio fratello. Nostra madre sì. La sua spiegazione che il bambino investito fosse già volato in cielo, pur offrendoci la verità e cioè che fosse morto sul colpo, ci aveva dato una ragione della sua sparizione e ci aveva messo al riparo del dolore per una vita umana banalmente perduta in un normale mattino della vita di ogni giorno.

Fu quella la prima volta che incontrai la morte.

Edipo re: alla ricerca dell’identità.

I grandi interrogativi dell’Umanità restano nel tempo. Ne sono una prova le tragedie greche la cui “classicità” sta, appunto, nel restare vigenti a prescindere dal tempo cronologico. E una domanda fondamentale: “chi sono io?” la pone l’Edipo re, di nuovo in scena al teatro greco di Siracusa.

La regia di Robert Carsen e la traduzione di Francesco Morosi sono sobrie, essenziali e lucide. Così l’exemplum di Edipo viene restituito con tutta la forza originaria. La sua storia è quella della separazione del corpo e dell’anima, racconta quella scissione tra personalità e identità che dalle nebbie del mito ritrova attualità nella contemporaneità segnata dall’incertezza dei destini individuali e collettivi, espressione viva e dolorosa della fragilità costante della condizione umana.

Non vi è salvezza da un destino segnato dal fato, dalla volontà divina che riduce la nostra corsa ad un tragitto che unisce la vita e la morte in cui la sola libertà dipende dalla consapevolezza che riusciamo ad avere di questa ineluttabilità. Siamo “gettati alla vita” diceva Heidegger. La tragedia di Edipo è assoluta, pura come la definì Aristotele che nel personaggio di Edipo non vedeva un uomo fuori dal comune ma l’esempio dell’Uomo. Ma questa assolutezza mi pare esprima la necessità esistenziale di attraversare la vita con consapevolezza di sé, una consapevolezza che però non si fondi su una cultura individualista, piuttosto in una visione della complessità della Vita in cui confluiscono l’uomo e l’ambiente, l’Io e l’Altro, quell’infinito tessuto relazionale che crea lo spazio e il tempo dell’Uomo.

Edipo re ci ricorda oggi, l’illusione di potersi sottrarre a un destino che è comune, ci ricorda che nessun uomo può ritenersi al di fuori dell’Umanità. Nell’attuale scenario mondiale che rigurgita di nazionalismi fuori tempo, di aggressioni velleitarie nelle loro pretese risarcitorie, di ideologismi che politicizzano differenze antropologicamente irrilevanti, Edipo re (con la minuscola) ci mette in guardia e ci chiama a quel sentimento comune che Morin definisce di Terra Patria. Si dice che in questa tragedia sia protagonista la Hybris, quel sentimento arrogante tipicamente umano di volontà di superamento di ogni limite. La glorificazione di questo concetto ha prodotto il colonialismo nella storia, la dittatura nella politica, la sperimentazione genetica nella scienza ed oggi si riversa nel primato dell’economia.

La vicenda di Edipo ci aiuta a recuperare la coscienza del limite come strumento di una identità sicura del senso della vita, sicura della sola dimensione che siamo capaci di produrre senza consumare nulla di ciò che ci circonda senza appartenerci, e che ci rende “unici” come dichiarano i monoteismi. In questo universo simbolico risiede la chiave del senso della vita, quella che inutilmente ci affanniamo a cercare in un altrove materiale e per ciò stesso, lontano dai confini con la nostra verità.

El duelo inevitable entre conciencia y burocracia

(testo in spagnolo e italiano)

Pandemia. Lo he dicho así que ya se debería haber entendido que el contexto de esta reflexión es lo que le ha estado sucediendo al mundo globalizado en los últimos años (a estas alturas podemos usar el plural y declarar extinta la esperanza del fenómeno “efímero”).

Horkheimer tenía razón, somos la epifanía de su profecía y vivimos en la era de sociedades plenamente administradas. Vida y salud incluidas. Los gobiernos deciden quién debe salvarse primero y lo hacen según esquemas mentales que corresponden a las jerarquías responsables de la gestión de las instituciones. Si los dinosaurios de un mundo en crisis están gobernando, los primeros en salvarse deben ser los dinosaurios. La estrategia no es colectiva, sino jerárquica. La retrospectiva nos hace comprender que la crisis económica y social, así como la psicológica y antropológica, habría sido menor si las prioridades se hubieran revertido y hubiéramos comenzado a salvaguardar la parte más joven, fuerte y móvil del país, como lo habría hecho una comunidad tradicional en la que las instituciones y su lenguaje, la burocracia, aún no habían ocupado el lugar de las personas. No me extraña que la variante delta del virus, a día de hoy, sea mucho más agresiva y que este riesgo, previsible, lo hayamos dejado a los más jóvenes después de habernos asegurado la vacuna a nosotros adultos, ancianos, viejos, muy viejos y dinosaurios.

El virus – y aquí importa poco si es culpa del ser humano o mérito de la naturaleza – es un emergente que nos muestra de manera definitiva en qué mundo vivimos. Un mundo complejo. Los filósofos nos habían advertido, quizás de forma excesivamente exigente, un poco oscura, a principios del siglo XX, pero sin duda a mediados del siglo pasado lo hicieron de formas mucho más asequibles y comprensibles. Como siempre, no escuchamos. Ni querido ni conocido, etc. Ya no importa. Por otro lado, Adorno había dicho que el mundo avanzaba hacia la pérdida del sentido crítico. Otra profecía cumplida. Y si lo hemos perdido, ¿cómo darnos cuenta de que todo evolucionaba hacia la “complejidad”? La pregunta que siempre me hago es: ¿por qué el mundo parece no darse cuenta de la complejidad? Quien tiene el poder de tomar decisiones importantes para el futuro de la humanidad no parece renunciar a una visión positivista que cree en el progreso sin fin, pero sabemos que progreso no significa evolución y no hay un solo intelectual que no sea consciente de la necesidad de realizar cambios importantes con respecto a los arreglos actuales del sistema social. Entonces, ¿por qué estos cambios no se convierten en decisiones políticas?

Sin embargo, por supuesto que hay quienes se han dado cuenta y en general son los que lideran gobiernos y grandes empresas y multinacionales que, con el tiempo, se han equipado para orientar y controlar la complejidad de la contemporaneidad. El único antídoto pudo haber sido la educación, pero el estado en el que la educación y la escuela sobreviven se conoce a causa de la aparente disputa entre los componentes políticos de cada país, que han hecho de este sector fundamental de la sociedad un simulacro del pasado feliz y guarnición de la hipocresía institucional que habla-bla-bla del mundo mejor que los jóvenes deberían traer. Salvo eliminar, prevenir, entorpecer todo proceso y recurso que pueda permitir precisamente a los jóvenes hacer el trabajo que debe estar a la altura de cada generación: producir cambios.

La pandemia nos muestra cómo se nos impide comprender la complejidad. Durante décadas, los gobiernos europeos se han reunido para establecer objetivos de crecimiento comunes, cada diez años. Desde que en Lisboa se comenzó a declarar que las sociedades deben evolucionar hacia una etapa de conocimiento generalizado, democrático y compartido, nunca se ha logrado ningún objetivo. Ninguna de las injusticias, desigualdades, asimetrías entre segmentos de la población se ha corregido o mejorado sustancialmente. Y la pandemia lo ha demostrado, exacerbando los ánimos y agudizando la sensación de crisis que sufren las sociedades contemporáneas más allá del bien y del mal. Personas, grupos y organizaciones están experimentando la misma reducción de espacios de libertad y autonomía. Mientras la vida de todos continúa… y no sabemos como.

Lo que se ofrece a las masas ciertamente no es la promesa de la sociedad del conocimiento, una en la que todos saben lo suficiente para tener un sentido crítico, sepan tomar decisiones, cumplir misiones rentables, transformar la sociedad, hacer el mundo mejor. El lenguaje de las instituciones, la burocracia, habla de la complicación y esconde la complejidad. Promete soluciones, ofrece subsidios, engaña con acuerdos aparentemente ventajosos para la población, pero fruto de los intereses de unos pocos, en fin, no permite captar el sentido de esta complejidad. De no ser así, se vendrían cosas impresionantes, como comentaría el doctor Emmett pensando en un regreso al futuro.

Intentemos revelar. La complejidad proviene del verbo complector que significa mantener todo unido, es decir, metafóricamente abrazar, entrelazar, tejer como en una hermosa alfombra (esta es la imagen querida por Morin, padre de la teoría de la complejidad) en la que cada hilo se entrelaza con los demás en órdenes de realidades diferentes generados por partes que a su vez generan un todo y este todo es más que la simple suma de los elementos de los que se originó: hilo, trama, urdimbre, nudos, vellón, flecos, orillos, etc. Básicamente, una imagen del mundo mejor que todos decimos que queremos. Que de hecho no está ahí.

Complicado, por otro lado, proviene del verbo cum-plicare que significa plegar juntos y complicado significa: con pliegues. Evidente cómo los “pliegues” sean sinónimo de algo escondido entre los pliegues. En resumen, tenemos todos los elementos para desconfiar de la complicación; sin embargo, estamos sujetos a ella y a su forma jurídica que es la burocracia. Por supuesto, no faltan las manifestaciones de cansancio e irritación ante la burocracia, pero ¿cómo es posible que todo gobierno lo convierta en una bandera de la necesidad de simplificar la burocracia y nadie lo consiga? Al menos deberíamos preguntarnos si realmente lo quieren.

Y la explicación en este punto es simple. Ante algo complicado, es necesario recurrir a un experto que conozca ese “algo” de forma total, que lo domine de arriba por abajo, que lo controle plenamente para identificar el camino que ayuda a salir del laberinto, de las famosas trabas burocráticas. En Italia se usa una frase, pastoie burocratiche, donde la palabra, pastoia, proviene de un recinto semántico en el que se encuentran el pasto y el rebaño y es significativo también que pasto signifique alimento. Pastoie, originalmente, eran vínculos con los que el pastor controlaba el rebaño bloqueando sus patas delanteras. Me parecen ser orígenes importantes de lo que llamamos burocracia, y llama la atención que en general se siga pensando que, sin embargo, la burocracia es necesaria. En esencia, la complicación es una herramienta de control y poder.

La complejidad, en cambio, presupone un sentido crítico y un deseo de aventura, de libertad. La complejidad no permite que nadie se quede con “la solución” y menos aún es posible conocer cada detalle, controlar todo porque la complejidad, al fin y al cabo, es un desafío más que una ciencia, un desafío con el que el hombre concreta su libre albedrío, su naturaleza de ser sintiente y pensante, que sabe emocionarse, que experimenta la creatividad como la forma natural de su ser, que piensa críticamente y que ve en el Otro el complemento natural de su propio Yo, consciente de que de esta dualidad nace la unidad que da sentido al mundo y lo mejora.

La primera opción te permite sentarte en el sofá, frente al televisor, esperando que alguien nos ofrezca sus servicios (a cambio de algo, claro). El segundo nos pide que salgamos a la luz, afrontemos la incertidumbre constitutiva de la vida y emprendamos un camino que nos llevará a descubrir quiénes somos. Siempre que lo queramos realmente. De modo que al final, siempre estamos en medio de dos duelistas: por un lado la conciencia, con su compromiso y sus incertidumbres, por el otro la burocracia, con sus certezas y su control.

Y Vos, ¿de qué lado estás?


Pandemia. L’ho detto e già si è capito che il contesto di questa riflessione è quanto sta accadendo al mondo globalizzato in questi anni (ormai possiamo usare il plurale e dichiarare estinta la speranza del fenomeno “effimero”).

Aveva ragione Horkheimer, noi siamo l’epifania della sua profezia e stiamo vivendo l’era delle società totalmente amministrate. Vita e salute comprese. I governi decidono chi deve salvarsi per primo e lo fanno secondo schemi mentali che corrispondono alle gerarchie deputate alla gestione delle istituzioni. Se a governare sono i dinosauri di un mondo in crisi, i primi a salvarsi devono essere i dinosauri. La strategia non è collettiva, bensì gerarchica. Il senno del poi ci fa capire che la crisi economica e sociale, oltre che psicologica ed antropologica, sarebbe stata minore se le priorità fossero state inverse e avessimo cominciato a salvaguardare la parte più giovane, forte e mobile del paese, come avrebbe fatto una comunità tradizionale in cui le istituzioni e il suo linguaggio, la burocrazia, ancora non avessero preso il posto delle persone. Non mi stupisce che la variante delta del virus, oggi, sia molto più aggressiva e che questo rischio, prevedibile, lo abbiamo lasciato ai più giovani dopo esserci assicurati il vaccino noi adulti, anziani, vecchi, vecchissimi e dinosauri.

Il virus – e qui poco importa se sia colpa di umani o merito della natura – è un emergente che ci mostra in modo definitivo in che mondo stiamo vivendo. Un mondo complesso. I filosofi ci avevano avvertito, magari in modo eccessivamente impegnativo ai principi del Novecento, ma senza dubbio a metà del secolo scorso lo hanno fatto in forme molto più abbordabili e comprensibili. Come sempre, non abbiamo ascoltato. Né voluto, né saputo, etc. Ormai non ha più importanza. D’altra parte, Adorno aveva detto che il mondo andava verso la perdita del senso critico. Altra profezia avverata. E se lo abbiamo perso, come accorgersi che tutto evolveva verso la “complessità”? La domanda che sempre mi faccio è: come mai il mondo sembra non accorgersi della complessità? Chi ha il potere di prendere decisioni importanti per il futuro dell’umanità, sembra non rinunciare a una visione positivista che crede in un progresso senza fine, ma noi sappiamo progresso non significa evoluzione e non vi è un solo intellettuale che non sia consapevole della necessità di procedere a grandi cambiamenti rispetto agli assetti attuali del sistema sociale. Come mai allora questi cambiamenti non diventano decisioni politiche?

Naturalmente, però, c’è chi se ne è accorto e in generale si tratta di coloro che guidano governi e grandi imprese e multinazionali che, per tempo, si sono attrezzati per guidare e controllare la complessità della contemporaneità. Il solo antidoto avrebbe potuto essere l’educazione, ma è noto lo stato in cui sopravvivono l’educazione e la scuola a causa dell’apparente litigiosità tra le componenti politiche di ogni paese, facendo di questo settore fondamentale della società un simulacro di un tempo felice e presidio della recita istituzionale sul mondo migliore che i giovani dovrebbero portare. Salvo eliminare, impedire, ostacolare ogni processo e risorsa che potesse appunto permettere ai giovani di fare quel lavoro che spetterebbe ad ogni generazione: apportare il cambiamento.

La pandemia ci mostra come ci venga impedito di comprendere la complessità. Da decenni i governi europei si riuniscono per stabilire gli obiettivi di crescita comune, ogni dieci anni. Da quando a Lisbona si è iniziato a dichiarare che le società devono evolvere verso uno stadio di conoscenza diffusa, democratica e condivisa, nessun obiettivo è stato mai centrato. Nessuna delle ingiustizie, delle disuguaglianze, delle asimmetrie tra fasce della popolazione è stata corretta o sostanzialmente migliorata. E la pandemia lo ha dimostrato, esacerbando gli animi e acuendo il senso di crisi che le società contemporanee soffrono al di là del bene e del male. Persone, gruppi e organizzazioni stanno vivendo la medesima riduzione di spazi di libertà ed autonomia. Mentre la vita di tutti corre… e non si sa come.

Ciò che alle masse viene offerto non è certo la promessa della società della conoscenza, quella in cui tutti sanno abbastanza per avere senso critico, saper fare scelte, compiere missioni vantaggiose, trasformare la società, rendere migliore il mondo. Il linguaggio delle istituzioni, la burocrazia, parla della complicazione e nasconde la complessità. Promette soluzioni, offre sussidi, illude con accordi apparentemente vantaggiosi per la popolazione, ma frutto degli interessi di pochi, insomma non permette che di tale complessità si colga il senso. Se così non fosse, se ne vedrebbero delle belle, come commenterebbe il dottor Emmett pensando ad un ritorno al futuro.

Cerchiamo di svelare. Complessità viene dal verbo complector che significa tenere tutto insieme, cioè metaforicamente abbracciare, intrecciare, tessere come in un bel tappeto (questa l’immagine cara a Morin, padre della teoria della complessità) in cui ogni filo è intrecciato con gli altri su ordini di realtà differenti generati da parti che a loro volta generano un intero e questo intero, questo tutto, è più della semplice somma degli elementi da cui ha avuto origine: filo, trama, ordito, nodi, vello, frangia, cimose, etc. Praticamente un’immagine del mondo migliore che tutto diciamo di volere. Che infatti non c’è.

Complicato, invece, viene dal verbo cum-plicare che significa piegare insieme e complicato significa: con pieghe. Chi non ricorda come proprio le “pieghe” siano sinonimo di qualcosa di, appunto, nascosto tra le pieghe? E pensando alla radice verbale, piegare, chi non ricorda che il vero uomo è colui che non si lascia piegare? Insomma, abbiamo tutti gli elementi per diffidare della complicazione; eppure, soggiacciamo ad essa e a quella sua espressione legale che è la burocrazia. Certo, non mancano le manifestazioni di stanchezza e irritazione contro le lungaggini burocratiche, ma come è possibile che ogni governo se ne faccia una bandiera dell’esigenza di semplificare la burocrazia e nessuno vi riesce? Viene almeno da chiedersi se lo vogliono davvero.

E la spiegazione a questo punto è semplice. Davanti a qualcosa di complicato, è necessario ricorrere ad un esperto che conosca quel “qualcosa” in modo totale, che lo padroneggi da cima a fondo, che lo controlli a pieno così da individuare la via che aiuta ad uscire dal labirinto, dalle famose pastoie burocratiche. C’è da stupirsi se questa frase così nota si serve di una parola, pastoia, che viene da un recinto semantico in cui si trovano il pascolo, il gregge e quel pascere che significa “nutrire”? Pastoie, in origine, erano vincoli con cui il pastore controllava il gregge bloccandogli le zampe anteriori. Mi sembrano origini significative per ciò che chiamiamo burocrazia, specie considerando che in generale continuiamo a sostenere che, però, è necessaria. In sostanza, la complicazione è uno strumento di controllo e potere.

La complessità, al contrario, presuppone senso critico e voglia di avventura, di libertà. La complessità non consente a nessuno di tenere “la soluzione” e tantomeno di conoscere ogni dettaglio, di controllare ogni cosa perché la complessità, tutto sommato, è una sfida più che una scienza, una sfida con cui l’uomo rende concreto il suo libero arbitrio e la sua natura di essere senziente e pensante, che sa emozionarsi, che vive la creatività come forma naturale del suo essere se stesso, che pensa in modo critico e che vede nell’Altro il naturale complemento del proprio Io, consapevole che proprio da questa dualità nasce l’unità che dà senso al mondo e lo rende migliore.

La prima opzione permette di stare seduti sul divano, davanti alla televisione, aspettando che qualcuno ci offra i suoi servigi (in cambio di qualcosa, ovvio). La seconda ci chiede di uscire alo scoperto, affrontare l’incertezza costitutiva della vita e iniziare un cammino che ci condurrà a scoprire chi siamo. Sempre che lo vogliamo veramente. Così che alla fine, sempre stiamo in mezzo a due duellanti: da una parte la consapevolezza, con il suo impegno e le sue incertezze, dall’altra la burocrazia, con le sue sicurezze e il suo controllo.

E Tu, da che parte stai?

Quando un/a cretina/o era un/a cretino/a

Ed Elohim creò l’Uomo a sua immagine: ad immagine di Elohim lo creò: maschio e femmina li creò (Genesi, 1, 27).

In origine, dunque, non era più che un dato di natura la differenza maschio-femmina. Quando questa differenza si è fatta cultura, ha invece dato vita a una infinita varietà di stupidaggini. Il “politically correct” è la lingua ufficiale della imbecillità diffusa.

Ricevo le tesine di fine corso in prossimità degli esami del corso post laurea in Educazione inclusiva. Una delle candidate a pagina 1 inserisce la seguente nota: Nella redazione di questo testo si utilizzerà il genere maschile solo al fine di facilitare la lettura, nonostante ogni volta che si fa riferimento a bambini, alunni, docenti, giovani etc. lo si farà in un’ottica ampia che comprende tutte le caratteristiche di genere.

Dopo un primo stupore, una risata mi ha aiutato a riflettere. Mi sembra evidente come si confermi il principio secondo cui excusatio non petita accusatio manifesta. Ovvero, nel tentativo di “apparire” inclusiva, capace di “un’ottica ampia”, la laureanda ha finito col dichiarare di essere una portatrice incosciente di pregiudizi che ovviamente rinforza con la sua sensibilità e intelligenza solo apparenti. le ragioni storiche per cui il genere grammaticale maschile esprime universalità sono troppo note per ricordarle e quindi la excusatio è priva di ragion d’essere se non in forza di una visione dell’autrice che confonde il suo Io con il Noi del mondo che la circonda.

Più che fare “bella figura” come si sarà forse proposta, mi fa pensare che da ora in poi in sala chirurgica, prima di operare, i medici dovranno registrare una dichiarazione con la quale chiariscono che durante l’operazione toccheranno il corpo della paziente non con intenzioni sessuali ma per finalità strumentali esclusivamente mirate al mantenimento in vita della paziente… La superficialità di giudizio ha cioè consentito lo sviluppo di una forma di stupida intelligenza che mette in condizione di dire cose che appaiono ciò che non sono: pensieri. Capisco che qualche mio detrattore/trice potrà insinuare ora stesso le medesime riflessioni su me e questo scritto, ma resta il fatto “ampiamente” oggettivo che precisare che il genere maschile indica tutti i generi è la forma con cui il/la cretina/o sale sul palcoscenico dell’apparenza.

Veniamo da anni di dibattito sulla necessità di cambiare anche la lingua per controllarne gli effetti in termini di modelli interiorizzati. Nessuno scandalo per il potere della televisione o dei media o dei social, questo è ormai assimilato da tutti, maschi e femmine. Il problema è che una donna con un incarico di apice si deve chiamare Presidentessa e diffonderne l’uso. Etimologia e spiegazioni da esperto linguista non hanno più valore. A partire dal prossimo anno, all’inizio dei ogni partita di campionato femminile di football, l’arbitressa chiederà alle due capitanesse di scegliere se testa o croce per capire a chi tocca il pallo.

Una volta mi sono trovato a far parte di una commissione istituzionale che doveva redigere un documento ufficiale da diffondere. La Commissione era quasi paritetica per genere. Due giudici donne hanno posto il problema del genere grammaticale chiedendo di manipolare l’uso che ancora si insegna nelle scuole per veicolare attraverso il linguaggio nuovi modelli culturali nelle nuove generazioni. Tecnicamente una operazione subliminale, normalmente punita dai giudici. Il documento, dopo un dibattito estenuante tra rivendicazioni ideologiche e perplessità di comune buon senso, è stat redatto con alternanza di paragrafi scritti alternativamente al maschile… ops! pardon, al femminile e al maschile.

La scuola in generale è donna. La scuola dell’infanzia è esclusivamente femminile se si pensa alla categoria docente (formalmente nel 1977 è stata abolita la “proibizione” per gli uomini di far parte degli staff di docenti e assistenti delle scuole d’infanzia; sostanzialmente rimane un divieto socio-culturale nel vuoto assoluto di politiche ministeriali pro quote azzurre). Nel generale clima di auto-referenzialità che caratterizza la scuola, un moto di orgoglio ha preteso che i vecchi asili cambiassero nome. Dalle scuole materne alle scuole d’infanzia (riforma Moratti) nella supposizione che abbandonare la logica familistica per quella formale della scolarizzazione rappresentasse un avanzamento. Dalla mamma allo Stato insomma. Un caso tipico di progresso senza evoluzione. Meglio, un caso tipico di progresso con involuzione. Meglio sarebbe stato concentrarsi sul guardino d’infanzia. Ci si dimentica, infatti, che nel Genesi il giardino è il luogo in cui Elohim fa germogliare l’albero della vita e l’albero della conoscenza, poi abbattuti dall’insipienza delle classi dirigenti degli ultimi decenni.

La ministra francese per le pari opportunità, signora Moreno, pensando di dire una cosa intelligente, ritenendo di offrire una provocazione intellettuale e presumendo di sé tante altre cose rimaste per fortuna inespresse, ha affermato che Napoleone era misogino. Ovviamente senza prove documentali, solo pura emozione ed opinione personale. Rivedere la storia non per fini scientifici ma per interessi e finalità personali si chiama manipolazione. Se poi la si esprime a senso unico su questioni di genere, in un caso come questo si chiama misandria.

a volte ho l’impressione che diamo per scontato che abbiamo fatto progressi ma in realtà abbiamo preso una strada sbagliata, il determinismo. Se avessimo preso la strada che ancora avevamo nel Rinascimento, oggi non avremmo i problemi sociali che vediamo. Forse el sujeto que evolucionó con la tecnociencia se cree unidimensional y considera que la realidad es isomórfica en ese sentido, es decir, que es unidimensional

El otro Covid – L’altro Covid

(testo in spagnolo e italiano)

La pandemia ha estado alimentando el imaginario colectivo durante más de un año e influyendo en el tejido relacional a nivel mundial. Esto ya ha provocado la modificación de comportamientos generalizados con consecuencias relativas sobre las formas sociales que definen nuestra calidad de vida.

El martilleo cotidiano, intenso, compulsivo, detallado y superficial, profundo e inexacto, contradictorio e imponente, también ha provocado efectos devastadores en ese espacio cada vez más oculto que son nuestra conciencia y nuestro inconsciente. Leggi tutto “El otro Covid – L’altro Covid”

Pandemia: il più grande fenomeno (non) controllato di Bias confermativo

Sappiamo tutti cosa sia concretamente una pandemia. Lo abbiamo imparato nel 2020 per ragioni di forza maggiore che ci hanno costretto ad uscire da una nozione teorica per sperimentare sulle nostre vite cosa significhi condividere a livello mondiale un problema epidemico.

Quello che non sappiamo ancora è cosa in realtà sta succedendo alla società della globalizzazione. Fino ad oggi, con questo termine abbiamo inteso fenomeni legati al commercio e alla finanza. La classifica annuale dei tycoon passata dai media di tutto il pianeta è un elemento rappresentativo e simbolico di questa concezione. Non era ancora accaduto che la società globale, intesa come massa di miliardi di persone in carne ossa e vita, sperimentasse su se stessa il contenuto di questo epocale cambiamento. La possibilità di viaggiare con RyanAir a costi accessibili per tutti, di acquistare on line un tavolo per la cucina fatto a Singapore e spedito con Amazon e altre divertenti cose simili ci restituivano una immagine simpatica e desiderabile della globalizzazione. Altra cosa è stata la sofferenza derivante dalle misure restrittive della libertà personale imposte da protocolli di salute pubblica che i vari paesi del mondo hanno assunto quasi unanimemente. Leggi tutto “Pandemia: il più grande fenomeno (non) controllato di Bias confermativo”

Educazione e futuro. Ma quale?

Ci siamo. Ecco la nuova squadra di governo. Venticinque tra uomini e donne, con un rapporto di diciassette a otto che sembra una realistica rappresentazione del diverso grado di interesse alla politica dei due universi, se proprio si deve farne una questione di genere.

Dieci componenti sono in quota “tecnici”, ovvero coloro ai quali è demandato il compito di salvare il Paese che però è dagli anni Settanta del secolo scorso che deve sempre essere salvato (cfr. mio articolo precedente). Quindici sono la garanzia che si tratta di un governo politico nel senso delle chiacchiere con cui in Italia si gioca a far finta di ricercare il bene del paese. Quattro ai cinque stelle perché mantengano il primato conseguito alle elezioni a cui ci stiamo disabituando come alla libertà a causa del Covid; tre a Forza Italia, tre alla Lega, tre al PD perché possa esserci il maggior consenso possibile nell’arena di Montecitorio; uno a LEU perché aveva posto un veto alla Lega ma poi ha detto che no e poi… nessuno sa perché insomma. Leggi tutto “Educazione e futuro. Ma quale?”

Boom Italia

Sono nato nel 1962 . Gli anni del Boom economico italiano. Ma questo l’ho appreso dai libri di storia. A quel tempo ero troppo piccolo per avere memoria di questa età felice del nostro Paese. I primi ricordi che ho della situazione sociale e politica italiana risalgono agli anni Settanta, quelli della crisi petrolifera e delle sue ripercussioni per un intero decennio e in tutto il mondo. Il ricordo delle domeniche in bicicletta a causa dell’austerity, non basta a salvare il decennio che precipitò il Paese negli orrori di una contestazione sociale che ha condizionato il nostro futuro politico, sociale e culturale. Leggi tutto “Boom Italia”