Identità narrativa, violenza simbolica e qualche equivoco sull’emancipazione femminile
(in italiano e spagnolo)
«Mi chiamo Bond. James Bond.»
«Lo sappiamo, 007. Ma i tempi cambiano.»
«Me ne sono accorto. Sono passato attraverso sei decenni di cinema, diversi volti, guerre fredde e calde, nemici improbabili e tecnologie che nemmeno Q avrebbe immaginato. Sono perfino morto, almeno per il momento. Ma sento dire che adesso dovrei diventare donna.»
«È una questione di inclusione, James.»
«Curioso. Mi chiedete di rispettare ogni differenza, tranne la mia. Mi chiedete di riconoscere ogni identità, ma considerate la mia una materia da correggere. Non ho mai chiesto che una donna non possa essere un agente segreto. Mi domando soltanto perché, per diventarlo, debba necessariamente diventare me.»
«Ma 007 è soltanto un numero.»
«Anche il 10 di Maradona. Provate a dirlo a Napoli.»
La discussione sulla possibilità di trasformare James Bond in un personaggio femminile potrebbe sembrare una delle tante controversie che animano periodicamente l’industria dell’intrattenimento. In realtà nasconde una questione antropologica assai più interessante: che cosa accade quando una cultura comincia a considerare le identità storicamente sedimentate come materiali indefinitamente manipolabili?
Non sono soltanto gli appassionati della saga a manifestare perplessità. Barbara Broccoli, storica produttrice dei film di Bond, dichiarò nel 2020 che il personaggio poteva essere di qualsiasi colore, ma restava un uomo, aggiungendo che bisognerebbe creare nuovi personaggi femminili forti. Phoebe Waller-Bridge, sceneggiatrice di No Time to Die, nel 2021 fu ancora più sintetica: «Bond è James Bond. Dobbiamo inventare qualcuno capace di competere con lui» (traduzione dall’inglese).
Una posizione sorprendentemente poco allineata alla presunta necessità di femminilizzare ogni figura maschile di successo. Eppure, proprio da queste dichiarazioni emerge un interrogativo difficilmente eludibile: se l’obiettivo è promuovere l’autonomia simbolica del femminile, perché perseguirla attraverso un’identità maschile preesistente?
Il paradosso è insidioso. Per attribuire a una donna il prestigio di un grande protagonista, si finisce per farle assumere le caratteristiche di un uomo già consacrato. Una sorta di emancipazione per imitazione, che rischia di riprodurre proprio quel primato simbolico maschile che si vorrebbe superare.
Qualche segnale confortante, intanto, sembra arrivare dal futuro della saga: i nomi circolati per il prossimo Bond sono ancora maschili e il regista Denis Villeneuve ha dichiarato di voler onorare la tradizione del personaggio. Della sceneggiatura non sappiamo ancora nulla, ma almeno qualcosa sembra resistere alla tentazione di trasformare tutto ciò che si eredita, per imitazione, che rischia di riprodurre proprio quel primato simbolico maschile che si vorrebbe superare.
Eppure il cinema ha dimostrato di saper costruire protagoniste autonome. Penso a Nikita, personaggio femminile straordinario, capace di coniugare vulnerabilità, intelligenza, violenza, paura e determinazione senza aver bisogno di chiamarsi James Bond. Una nuova agente segreta potrebbe sviluppare differenti capacità, strategie, relazioni e contraddizioni. Perché non investire su una figura simile, anziché cercare di adattare il femminile a un modello maschile preesistente?
Quando un numero diventa identità
Qualcuno potrebbe obiettare che James Bond e 007 sono due cose diverse. È vero, almeno formalmente. Nei romanzi di Ian Fleming esistono altri agenti con licenza di uccidere: 006, 008, 009, 0011. Il codice identifica una funzione professionale, non una persona.
Ma qui interviene ciò che chiamerei singolarizzazione simbolica del codice.
Un numero può essere assegnato, ma non per questo il suo significato può essere trasferito. Quando un codice, un nome o un oggetto attraversa la storia di un personaggio fino a diventare parte della sua identità, cessa di essere un segno neutro. Acquista una memoria, una densità simbolica, una riconoscibilità che non dipendono più soltanto dalla funzione per la quale era stato originariamente concepito.
James Bond e 007 sono distinguibili, ma non per questo culturalmente separabili. La loro complementarità ha prodotto un’identità narrativa che appartiene ormai all’immaginario collettivo.
Il numero 10 di Maradona non era soltanto un numero, tanto che il Napoli lo ha ritirato. In altri contesti, invece, quello stesso numero diventa un’eredità alla quale aspirare. Sono due modalità differenti di custodire una memoria simbolica.
Nel film No Time to Die, l’agente Nomi riceve il codice 007 dopo il ritiro di Bond, ma successivamente chiede che gli venga restituito. È un passaggio narrativamente significativo: perfino all’interno della finzione si riconosce che quel numero non è completamente intercambiabile.
Perché, allora, non immaginare Nomi protagonista di una nuova saga con un codice proprio? 0010, per esempio. Oppure un altro. La sua identità non avrebbe bisogno di vivere all’ombra di quella di Bond.
L’autenticità di chi non esiste
C’è un’altra questione, forse ancora più profonda.
Un personaggio letterario non esiste nella realtà empirica, ma possiede una propria autenticità all’interno dell’universo narrativo cui appartiene. Potremmo chiamarla autenticità intradiegetica: la coerenza di un personaggio rispetto alla propria storia, alla propria identità e alle relazioni che lo costituiscono.
Bond può cambiare volto, invecchiare, innamorarsi, soffrire, perfino morire. Ma non qualsiasi trasformazione è necessariamente coerente con la sua identità narrativa.
La finzione e la realtà empirica appartengono a piani differenti, ma interagiscono continuamente. Un personaggio immaginario può diventare un riferimento reale dell’identità culturale di milioni di persone. È precisamente questa relazione fra dimensioni differenti dell’esperienza a conferire alla narrazione la sua efficacia simbolica.
Modificare deliberatamente un personaggio mitico, dunque, non equivale semplicemente a cambiare un dettaglio della sceneggiatura. Può significare intervenire su un patrimonio di significati sedimentatosi nel tempo.
Quando tale intervento mira a svuotare o sostituire un’identità simbolica per affermare un diverso progetto culturale, ritengo che si possa parlare di violenza culturale. Non necessariamente percepita nell’immediato: i processi di trasformazione dell’immaginario operano spesso attraverso ripetizioni, normalizzazioni e interiorizzazioni implicite.
Ben diverso è il processo attraverso il quale una comunità prende criticamente le distanze da modelli culturali precedentemente interiorizzati, come è avvenuto in Sicilia con il progressivo rifiuto della mentalità mafiosa. In quel caso non si tratta semplicemente di sostituire un simbolo, ma di riconoscerne criticamente il significato e le conseguenze.
Il secolo che celebra le differenze e fatica ad accettarle
Byung-Chul Han, soprattutto ne L’espulsione dell’Altro, ha mostrato come la società contemporanea possa moltiplicare le diversità mentre neutralizza l’alterità, cioè ciò che resiste all’assimilazione.
È un paradosso che riconosco nel nostro tempo: un continuo schiamazzo sulle differenze accompagnato da una crescente difficoltà ad accettarle realmente.
La cultura contemporanea moltiplica le dichiarazioni di riconoscimento delle differenze, ma sembra progressivamente incapace di accettare ciò che rende una differenza effettivamente tale: la sua irriducibilità, la sua resistenza all’assimilazione e il suo diritto a non essere trasformata per risultare accettabile.
La superficialità del nostro secolo potrebbe risiedere proprio qui: nell’immediatezza, nella sostituibilità, nell’adattamento continuo, nella progressiva svalutazione della sedimentazione storica dei significati. E forse non è casuale che una cultura così disinvolta nel manipolare le identità sia anche una cultura attraversata da una diffusa fragilità identitaria.
Una cultura che confonde la possibilità di trasformare ogni cosa con la necessità di trasformarla rischia di impoverire proprio quelle strutture simboliche attraverso le quali gli individui costruiscono la propria identità.
Perciò non mi scandalizza affatto l’idea di una donna con licenza di uccidere. Mi lascia piuttosto perplesso che, per conferirle dignità narrativa, qualcuno ritenga necessario chiamarla Bond.
Forse il problema non è che James Bond debba imparare a essere donna. È che l’industria culturale dovrebbe imparare a inventare una donna che non abbia bisogno di essere James Bond.
E immagino che, a questo punto, il nostro agente segreto ordinerebbe un Martini. Senza aggiungere altro.
Dopotutto, ha già salvato il mondo abbastanza volte. Non dovrebbe essere costretto a salvare anche la creatività degli sceneggiatori.
Riferimenti essenziali
- Ian Fleming, Moonraker (1955), Goldfinger (1959), On Her Majesty’s Secret Service (1963).
- Barbara Broccoli, intervista a Variety, gennaio 2020, ripresa da ITV News.
- Phoebe Waller-Bridge, dichiarazioni alla première di No Time to Die, settembre 2021, riportate da Sky News.
- Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro, edizione italiana, Nottetempo.
- Paul Ricœur, Sé come un altro, Jaca Book, per il problema dell’identità personale e narrativa.
Versión en español
Mi nombre es Bond. James Bond. Y quisiera seguir siendo quien soy.
Identidad narrativa, violencia simbólica y algunos equívocos sobre la emancipación femenina
«Me llamo Bond. James Bond».
«Lo sabemos, 007. Pero los tiempos cambian».
«Ya me di cuenta. He atravesado seis décadas de cine, distintos rostros, guerras frías y calientes, enemigos inverosímiles y tecnologías que ni siquiera Q habría imaginado. Hasta me he muerto, al menos por ahora. Pero resulta que últimamente escucho que debería convertirme en mujer».
«Es una cuestión de inclusión, James».
«Curioso. Me piden que respete todas las diferencias, excepto la mía. Me piden que reconozca todas las identidades, pero consideran la mía una materia que debe corregirse. Nunca he pedido que una mujer no pueda ser agente secreto. Solo me pregunto por qué, para llegar a serlo, tendría necesariamente que convertirse en mí».
«Pero 007 es solamente un número».
«También lo era el 10 de Maradona. Prueben a decirlo en Nápoles».
La discusión sobre la posibilidad de transformar a James Bond en un personaje femenino podría parecer una de tantas controversias que animan periódicamente la industria del entretenimiento. En realidad, esconde una cuestión antropológica mucho más interesante: ¿qué sucede cuando una cultura comienza a considerar las identidades históricamente sedimentadas como materiales indefinidamente manipulables?
No son solamente los aficionados a la saga quienes manifiestan sus reservas. Barbara Broccoli, histórica productora de las películas de Bond, declaró en 2020 que el personaje podía ser de cualquier color de piel, pero seguía siendo un hombre, y agregó que habría que crear nuevos personajes femeninos fuertes. Phoebe Waller-Bridge, guionista de No Time to Die, fue todavía más sintética en 2021: «Bond es James Bond. Tenemos que inventar a alguien capaz de competir con él» (traducción del inglés).
Una posición sorprendentemente poco alineada con la supuesta necesidad de feminizar a toda figura masculina exitosa. Sin embargo, precisamente de estas declaraciones surge un interrogante difícil de eludir: si el objetivo es promover la autonomía simbólica de lo femenino, ¿por qué perseguirla a través de una identidad masculina preexistente?
La paradoja es insidiosa. Para atribuirle a una mujer el prestigio de un gran protagonista, se termina haciéndole asumir las características de un hombre ya consagrado. Una suerte de emancipación por imitación, que corre el riesgo de reproducir precisamente aquella primacía simbólica masculina que se pretende superar.
Mientras tanto, algunas señales alentadoras parecen llegar del futuro de la saga: los nombres que circulan para interpretar al próximo Bond siguen siendo masculinos y el director Denis Villeneuve ha declarado su intención de honrar la tradición del personaje. De la historia todavía no sabemos nada, naturalmente, pero al menos algo parece resistir a la tentación de transformar todo lo que se hereda.
Y, sin embargo, el cine ha demostrado que sabe construir protagonistas femeninas autónomas. Pienso en Nikita, un personaje femenino extraordinario, capaz de conjugar vulnerabilidad, inteligencia, violencia, miedo y determinación sin necesidad de llamarse James Bond. Una nueva agente secreta podría desarrollar capacidades, estrategias, relaciones y contradicciones diferentes. ¿Por qué no apostar por una figura semejante, en lugar de intentar adaptar lo femenino a un modelo masculino preexistente?
Cuando un número se convierte en identidad
Alguien podría objetar que James Bond y 007 son dos cosas distintas. Es cierto, al menos formalmente. En las novelas de Ian Fleming existen otros agentes con licencia para matar: 006, 008, 009, 0011. El código identifica una función profesional, no a una persona.
Pero aquí interviene lo que llamaría singularización simbólica del código.
Un número puede ser asignado, pero eso no significa que su sentido pueda transferirse. Cuando un código, un nombre o un objeto atraviesa la historia de un personaje hasta convertirse en parte de su identidad, deja de ser un signo neutro. Adquiere una memoria, una densidad simbólica, una reconocibilidad que ya no dependen solamente de la función para la cual había sido concebido originalmente.
James Bond y 007 son distinguibles, pero no por ello culturalmente separables. Su complementariedad ha producido una identidad narrativa que ya pertenece al imaginario colectivo.
El número 10 de Maradona no era solamente un número, tanto es así que el Napoli lo retiró. En otros contextos, en cambio, ese mismo número se convierte en una herencia a la que otros aspiran. Son dos maneras diferentes de preservar una memoria simbólica.
En la película No Time to Die, la agente Nomi recibe el código 007 después del retiro de Bond, pero posteriormente pide que le sea devuelto. Es un pasaje narrativamente significativo: incluso dentro de la ficción se reconoce que ese número no es completamente intercambiable.
¿Por qué, entonces, no imaginar a Nomi como protagonista de una nueva saga con un código propio? 0010, por ejemplo. O cualquier otro. Su identidad no necesitaría vivir a la sombra de la de Bond.
La autenticidad de quien no existe
Hay otra cuestión, quizás todavía más profunda.
Un personaje literario no existe en la realidad empírica, pero posee una autenticidad propia dentro del universo narrativo al que pertenece. Podríamos llamarla autenticidad intradiegética: la coherencia de un personaje con respecto a su propia historia, su identidad y las relaciones que lo constituyen.
Bond puede cambiar de rostro, envejecer, enamorarse, sufrir e incluso morir. Pero no cualquier transformación es necesariamente coherente con su identidad narrativa.
La ficción y la realidad empírica pertenecen a planos diferentes, pero interactúan continuamente. Un personaje imaginario puede convertirse en un referente real de la identidad cultural de millones de personas. Es precisamente esta relación entre diferentes dimensiones de la experiencia la que confiere a la narración su eficacia simbólica.
Modificar deliberadamente a un personaje mítico, por lo tanto, no equivale simplemente a cambiar un detalle del guion. Puede significar intervenir sobre un patrimonio de significados sedimentados a lo largo del tiempo.
Cuando esa intervención busca vaciar o sustituir una identidad simbólica para afirmar un proyecto cultural diferente, considero que puede hablarse de violencia cultural. No necesariamente percibida de manera inmediata: los procesos de transformación del imaginario suelen operar mediante repeticiones, normalizaciones e interiorizaciones implícitas.
Muy distinto es el proceso mediante el cual una comunidad toma distancia crítica de modelos culturales previamente interiorizados, como ha sucedido en Sicilia con el progresivo rechazo de la mentalidad mafiosa. En ese caso no se trata simplemente de sustituir un símbolo, sino de reconocer críticamente su significado y sus consecuencias.
El siglo que celebra las diferencias y tiene dificultades para aceptarlas
Byung-Chul Han, especialmente en La expulsión de lo distinto, ha mostrado cómo la sociedad contemporánea puede multiplicar las diversidades mientras neutraliza la alteridad, es decir, aquello que se resiste a la asimilación.
Es una paradoja que reconozco en nuestro tiempo: un constante alboroto en torno a las diferencias, acompañado de una creciente dificultad para aceptarlas verdaderamente.
La cultura contemporánea multiplica las declaraciones de reconocimiento de las diferencias, pero parece progresivamente incapaz de aceptar aquello que hace que una diferencia sea efectivamente tal: su irreductibilidad, su resistencia a la asimilación y su derecho a no ser transformada para resultar aceptable.
La superficialidad de nuestro siglo podría residir precisamente aquí: en la inmediatez, en la sustituibilidad, en la adaptación continua, en la progresiva desvalorización de la sedimentación histórica de los significados. Y quizás no sea casual que una cultura tan desenvuelta a la hora de manipular las identidades sea también una cultura atravesada por una difundida fragilidad identitaria.
Una cultura que confunde la posibilidad de transformar cualquier cosa con la necesidad de transformarla corre el riesgo de empobrecer precisamente aquellas estructuras simbólicas a través de las cuales los individuos construyen su propia identidad.
Por eso no me escandaliza en absoluto la idea de una mujer con licencia para matar. Lo que me desconcierta, más bien, es que para conferirle dignidad narrativa alguien considere necesario llamarla Bond.
Quizás el problema no sea que James Bond deba aprender a ser mujer. Es que la industria cultural debería aprender a inventar una mujer que no necesite ser James Bond.
Y me imagino que, llegados a este punto, nuestro agente secreto pediría un Martini. Sin agregar nada más.
Después de todo, ya ha salvado al mundo suficientes veces. No debería verse obligado a salvar también la creatividad de los guionistas.



