Pandemia: il più grande fenomeno (non) controllato di Bias confermativo

Sappiamo tutti cosa sia concretamente una pandemia. Lo abbiamo imparato nel 2020 per ragioni di forza maggiore che ci hanno costretto ad uscire da una nozione teorica per sperimentare sulle nostre vite cosa significhi condividere a livello mondiale un problema epidemico.

Quello che non sappiamo ancora è cosa in realtà sta succedendo alla società della globalizzazione. Fino ad oggi, con questo termine abbiamo inteso fenomeni legati al commercio e alla finanza. La classifica annuale dei tycoon passata dai media di tutto il pianeta è un elemento rappresentativo e simbolico di questa concezione. Non era ancora accaduto che la società globale, intesa come massa di miliardi di persone in carne ossa e vita, sperimentasse su se stessa il contenuto di questo epocale cambiamento. La possibilità di viaggiare con RyanAir a costi accessibili per tutti, di acquistare on line un tavolo per la cucina fatto a Singapore e spedito con Amazon e altre divertenti cose simili ci restituivano una immagine simpatica e desiderabile della globalizzazione. Altra cosa è stata la sofferenza derivante dalle misure restrittive della libertà personale imposte da protocolli di salute pubblica che i vari paesi del mondo hanno assunto quasi unanimemente.

Come stiamo dunque vivendo questa nuova esperienza? Come suggerisco nel titolo: nella forma di un bias. Il termine, inglese, indica un fenomeno sociopsicologico che induce i singoli o, come nel nostro caso, collettività intere, verso giudizi che, a dispetto della disponibilità di elementi contrari e critici, vengono tenuti per veri. Una forma di fede contro l’evidenza. Perciò si specifica trattarsi di un bias confermativo. Ed in effetti se analizziamo il processo cognitivo a cui tutti siamo stati esposti nei confronti della pandemia vi rintracciamo tutte le dinamiche tipiche del bias.

Cominciamo dai dati relativi alle procedure di contenimento e prevenzione adottate dai vari paesi nel mondo. Non tutte omologhe e concordi ed è perciò che il Wall Street Journal, il Lowy Institute di Sydney e altri istituti si sono preoccupati di condurre studi a livello mondiale. Sulla base di pochi criteri (numero di tamponi eseguiti, di infermi, di morti, percentuale di positività etc.) emergono situazioni sorprendenti. Nonostante l’enfasi auto referenziale con cui i nostri media raccontano del “modello italiano” e del suo apprezzamento all’estero (quale estero?), in questi studi l’Italia si piazza al 59° posto, dietro la Germania (55°), ma prima della Francia (73°) e della Spagna (78°).

Va infatti compreso che una strategia di successo non è direttamente proporzionale alla ricchezza di un paese (vedi il caso degli USA tra gli ultimi posti della citata classifica) ma tiene una correlazione più significativa con la sua politica governativa. Si chiamano in causa le persone, nella loro unità di corpo e mente, che hanno la responsabilità di guidare il paese: tanto coloro che guidano l’azione governativa quanto l’opposizione (nessuno può chiamarsi fuori per convenienze di bottega, ciascuno ha la sua quota di responsabilità).

Se consideriamo i casi di Taiwan (reazione immediata, controllo serrato ma breve), Liberia, Senegal e Uganda (precedenti esperienze maturate con il virus Ebola), Nuova Zelanda, le Samoa americane (un paradosso nel contesto USA) e più tardi Inghilterra (isole), ci rendiamo conto che le misure restrittive adottate sono efficaci solo se adottate con un criterio di efficienza che prediliga la rapidità di attuazione e la forza di controllo in un breve periodo. La misura l’abbiamo vista anche nel motu proprio con cui tutta l’Italia si è per poco tempo messa a cantare dai balconi in un ritrovato – temporaneamente – senso di solidarietà generale. Chiedete adesso quanti hanno voglia di mettersi al balcone a cantare…

Ciò che spiega il disagio nel quale è piombata la popolazione di molti stati, italiani in testa, è la considerazione per la quale non impariamo abbastanza dagli errori. Se il significato della mascherina, la più rappresentativa delle restrizioni, ha potuto veicolare un sentimento di coesione nazionale per molte settimane, è stato perché nel breve periodo un sacrificio importante della propria libertà personale è tollerabile. Nell’immediato, la domanda esistenziale generale era concentrata sulla salute fisica dei singoli e, di conseguenza, della popolazione. Nel medio e lungo termine, al significato sanitario della mascherina (strumento di prevenzione) si è sovrapposto il senso simbolico (la “museruola”) che ha cambiato lo scenario con cui il Governo deve fare i conti quando adotta delle misure. Ed è perciò cambiato l’interrogativo esistenziale che pone quesiti sulla scelta tra morire di malattia o di fame. Ora, infatti, si chiamano in causa le persone, nella loro unità di vita e destino e le domande più profonde diventano quelle sul senso del proprio futuro e sul senso delle misure stesse, alla luce della loro inefficacia del recente passato.

Da questo quadro sociale sorgono opinioni che non sono più razionalmente fondate (come nel primo periodo) ma sono emotivamente sostenute e sostenute con forza. Il bias, appunto. Ritenere che l’uso delle mascherine sia inutile è una semplificazione colpevole, ma ritenere che sia assolutamente utile è una forzatura altrettanto colpevole. Lo è nella misura in cui è funzionale ad un obiettivo tollerabile in termini di costi sociali, soprattutto considerando il basso indice di mortalità a cui il Covid espone la popolazione.

Un approccio complesso al tema della pandemia avrebbe quindi suggerito un cambio di rotta nelle strategie di contenimento nel lungo periodo. Tornare a chiedere alle persone di restare a casa seppure con formule a macchia di leopardo, non è sufficiente e restituisce il senso di una sconfitta mai conclusa. Provoca depressione e ansietà, tutti fenomeni ai quali stiamo assistendo e che produrranno i loro effetti nei prossimi anni. Insieme a tante altre cose che oggi non si vedono, compresa una inaudita – persino per noi – crisi economica che ci travolgerà. Noi che fino al 2019 piangevamo lacrime amare per una manovra di bilancio annuale da 17.000 miliardi oggi registriamo come “normali” le richieste di singoli partiti che pretendono da 5 a 40 miliardi ciascuno per coprire i propri settori di interesse. La politica ha perso il senso della misura. Non lo perderanno i nostri creditori.

Tirando le somme, il paese oggi è diviso in due fronti. Da una parte vi sono coloro che nonostante sia chiaro ed evidente che il Covid ha un bassissimo indice di mortalità, reagiscono come se di fatto si trovassero nell’area italo-svizzera che nel 1630 registrò l’apice di una terrificante epidemia di peste bubbonica. E si accaniscono anche con violenza contro coloro che cercano di rivendicare il diritto a lavorare per non morire di fame, come dimostrano talune azioni dimostrative di gruppi di Confesercenti e altri di varia natura più localizzata. Dall’altro lato ci sono quanti si rifiutano di credere in toto all’utilità delle misure restrittive per arginare la pandemia e con il loro punto di vista appesantiscono il percorso di uscita da questa vicenda, sebbene sia noto che l’adozione di tali misure è in grado di far calare la curva dei contagi.

Nell’apparente opposizione di due fazioni, vedo dunque la continuità di qualcosa che dagli anni Settanta i filosofi chiamano perdita progressiva di senso critico. E c’è anche ciò che definiscono: invadenza della società del controllo remoto, attraverso la televisione prima e i social media poi. La sola forza sociale che persiste, dunque, è quella che promana dal “sistema” e dai suoi rappresentanti istituzionali. Fanno ciò che il sistema richiede e in buona fede ritengono di operare per il bene della società, ma sulla base del presupposto che ciò che è bene per il sistema sia un bene per la società. E non è così, come sa ogni attento osservatore della società contemporanea. Il sistema nel quale stiamo vivendo decenni di crisi dalle caratteristiche diverse ma in una continuità senza fine (Settanta, crisi petrolifera; Ottanta, esplosione del debito pubblico; Novanta, crisi della legalità; dal Duemila a oggi, crisi finanziaria), ha disumanizzato la società e la pandemia ne ha acuito i sintomi. Ma in forma di fenomeno emergente di qualcosa che era latente nel sistema già da mezzo secolo. Avremmo dovuto imparare dagli errori, ripensare scelte che si sono rivelate pericolose ma il mondo continua a cantare il coro di un mercato libero e di una democrazia liberale che di fatto hanno costruito un mondo che non ci piace e in cui “vivere” è privilegio da ricchi.

C’è una domanda che preoccupa, non tanto perché la risposta non verrà data, ma perché nemmeno la domanda viene posta a livello di dibattito pubblico. E la domanda con cui resto è la seguente: come mai ogni misura restrittiva che impone un obbligo di inattività ai singoli (commercianti, imprenditori, etc.) produce un incremento delle vendite e una crescita di opportunità per le multinazionali? Come mai la pandemia ha consentito sviluppo inaudito per i grandi gruppi del commercio, della distribuzione, del farmaco e altre? E nonostante tutto ciò sia davanti ai nostri occhi e disponibile alle nostre orecchie, continuiamo a credere che stiamo uscendo dal tunnel, che se tutti metteranno la mascherina ci salveremo, che se ci vacciniamo ce la faremo, o, al contrario, che se non facciamo nulla in qualche modo torneremo alla normalità del recente passato.

Il Covid non è aggressivo in termini di mortalità, molto meno dei suoi parenti Sars e Mers per intenderci. Sappiamo che l’80% di chi si ammala soffre una forma molto moderata, come una influenza stagionale. Ad avere conseguenze severe si calcola che giunga un 15% ma non ancora tali da costringerli ad una terapia intensiva alla quale accede il restante 5%. La percentuale generale di mortalità è molto bassa e a seconda degli organismi internazionali che ne riferiscono, si va dallo 0,6 al quasi 3%. I numeri non mentono, il modo di darli invece lo fa. Quindi non sapremo mai la vera verità. Ma quella che abbiamo davanti agli occhi, quella sì, a patto di volerla vedere.

Mascherina e distanziamento sociale utilizzati con equilibrio e flessibilità, sono un sostegno che la gente può offrire senza trasformarsi in animaletti da passeggio con museruola sempre sul muso. Le istituzioni dovrebbero comprendere che trenta persone dentro un autobus sono una evidente prova di scellerata gestione delle restrizioni per i locali commerciali a cui vengono imposti limiti di accesso irragionevoli alla luce di contraddizioni come questa. E chi amministra il bene pubblico, dovrebbe rimettere al centro delle sue preoccupazioni le “persone” in carne, ossa, vita e destino, prima e più del sistema il cui collasso tanto preoccupa. Se collassa la società, del “sistema” non resterà granché.

Educazione e futuro. Ma quale?

Ci siamo. Ecco la nuova squadra di governo. Venticinque tra uomini e donne, con un rapporto di diciassette a otto che sembra una realistica rappresentazione del diverso grado di interesse alla politica dei due universi, se proprio si deve farne una questione di genere.

Dieci componenti sono in quota “tecnici”, ovvero coloro ai quali è demandato il compito di salvare il Paese che però è dagli anni Settanta del secolo scorso che deve sempre essere salvato (cfr. mio articolo precedente). Quindici sono la garanzia che si tratta di un governo politico nel senso delle chiacchiere con cui in Italia si gioca a far finta di ricercare il bene del paese. Quattro ai cinque stelle perché mantengano il primato conseguito alle elezioni a cui ci stiamo disabituando come alla libertà a causa del Covid; tre a Forza Italia, tre alla Lega, tre al PD perché possa esserci il maggior consenso possibile nell’arena di Montecitorio; uno a LEU perché aveva posto un veto alla Lega ma poi ha detto che no e poi… nessuno sa perché insomma. Leggi tutto “Educazione e futuro. Ma quale?”

Boom Italia

Sono nato nel 1962 . Gli anni del Boom economico italiano. Ma questo l’ho appreso dai libri di storia. A quel tempo ero troppo piccolo per avere memoria di questa età felice del nostro Paese. I primi ricordi che ho della situazione sociale e politica italiana risalgono agli anni Settanta, quelli della crisi petrolifera e delle sue ripercussioni per un intero decennio e in tutto il mondo. Il ricordo delle domeniche in bicicletta a causa dell’austerity, non basta a salvare il decennio che precipitò il Paese negli orrori di una contestazione sociale che ha condizionato il nostro futuro politico, sociale e culturale. Leggi tutto “Boom Italia”

Solitudine dei numeri primi: Sam Bartram e Hiroo Onoda

“Era il 25 dicembre 1937 e a Stamford Bridge si affrontavano Chelsea e Charlton Athletic. Al 55′, sul punteggio di 1-1, l’arbitro e i capitani decisero per la sospensione della gara ma l’estremo difensore – e in seguito leggenda – degli Addicks non se ne accorse e rimase in campo per mezz’ora in uno stadio ormai vuoto. Lo ritrovò un poliziotto a cui spiegò: “Pensavo stessimo attaccando da un po’”. (https://www.ilmemoriale.it/sport-spettacolo/2018/10/18/la-storia-di-sam-bartram-il-portiere-perso-nella-nebbia.html). Leggi tutto “Solitudine dei numeri primi: Sam Bartram e Hiroo Onoda”

Perché essere orgogliosi dell’omosessualità?

30 giugno 2019

Quando si parla di omosessualità, molto spesso si associa un concetto, un valore che presumibilmente dovrebbe essere espresso dalla parola “orgoglio”. I giornalisti, che per natura sono dipendenti dalle scorciatoie espressive e dunque sempre inclini all’uso di etichette e luoghi comuni, corroborano tale associazione al punto che statisticamente omosessualità e orgoglio sono connessi come Murano e Burano, muschi e licheni, Inter e Milan e così via. Ma resta la domanda, mai banale, perché l’omosessualità necessita di orgoglio? Che relazione esiste tra i due termini? Che funzione svolge sul piano sociale e comunicativo? E, infine, siamo sicuri che questa associazione faccia del bene agli obiettivi socio-culturali di un movimento che sostanzialmente dovrebbe essere di rivendicazione di pari diritti e dignità? (e qui uso temporaneamente il termine “dignità”, a mia volta per esigenze di immediatezza esplicativa). Leggi tutto “Perché essere orgogliosi dell’omosessualità?”

Dentro la scuola italiana: le sue ombre svelate da un preside coraggioso

intervista di Fabio Macaluso sul blog “Impronte digitali”, L’ESPRESSO del 5 ottobre 2018 http://improntedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/10/05/dentro-la-scuola-italiana-le-sue-ombre-svelate-da-un-preside-coraggioso/

Giampiero Finocchiaro è un protagonista della scuola italiana che si inserisce a pieno titolo nel solco degli educatori che aprono nuove strade.

Filosofo e antropologo, è stato docente e dirigente scolastico. Per scelta ha diretto per un periodo durato più di un decennio una scuola di frontiera nella disagiata periferia ovest di Palermo, realizzandovi, aderendo a una realtà difficile, un progetto educativo innovativo.

Oggi dirige l’Ufficio scolastico del Consolato generale d’Italia di Buenos Aires.

Finocchiaro ha pubblicato diversi volumi di narrativa e teatro e un insieme di saggi dedicati al mondo scolastico.

In coincidenza con l’apertura dell’anno scolastico e in seguito alla lettura del suo ultimo testo “La scuola di chi” è nata questa conversazione, che ha natura disvelatrice su una delle realtà più complesse e “fatiscenti” del nostro sistema politico e sociale.

Professor Finocchiaro si parla tantissimo di scuola, ma sfugge esattamente cosa facciano e in quale quadro operino gli operatori dell’istruzione e come vengano “serviti” gli alunni. Può brevemente descrivere un ambiente scolastico ordinario?

Le scuole sono ambienti di lavoro paradossali. Vi vige una rigorosa procedura di programmazione eppure si vive sempre in emergenza. Il male assoluto è la falsa autonomia che non fornisce gli strumenti necessari. In termini generali, le strutture edilizie patiscono i conflitti gestionali tra Comuni e Presidi, le strumentazioni soffrono l’impossibilità di provvedere alla manutenzione, la vita scolastica patisce lo scarso valore sociale della figura docente e l’aggressività genitoriale, il progetto formativo riflette l’incompatibilità con la vecchia struttura del percorso in tre gradi e, alla tirata dei conti, gli alunni subiscono la scuola tout court. In questo quadro generale e disarmante, chissà per quale miracolo, esistono realtà stupefacenti, ma sempre frutto di dedizione e sacrificio il cui merito è di singole eroiche persone.

L’Espresso ha svelato in un recente dossier che dal 1995 a oggi hanno abbandonato la scuola 3milioni e mezzo di studenti. Dice il nostro giornale: «Il deserto avanza. E il sistema che dovrebbe dare futuro alle nuove piante ne lascia invece seccare una su quattro».

Lo so e non mi stupisce, io stesso se rinascessi oggi non andrei a scuola nemmeno come alunno. Ogni sana energia che vi circola è destinata alla frustrazione professionale, come dimostrano le statistiche sullo stress da lavoro correlato. La pubblica amministrazione è ricca di doti che non sa premiare ed è al contempo zeppa di inutile o dannosa zavorra che non sa eliminare. Gli alunni di ogni età pagano il dazio a una idea di scuola che è serva dei bisogni degli adulti: dai genitori che devono poter lasciare i figli da qualche parte ai docenti che esigono e ottengono di avere lo stesso lavoro anche quando, col loro profilo, non servirebbero più in un quadro di svecchiamento complessivo. Quando nella mia scuola ho avuto bisogno di dare più spazio all’insegnamento dello spagnolo, ho dovuto mantenere una cattedra intera di francese perché la titolare, in part time al 50%, aveva un diritto prioritario a riavere la sede di titolarità alle medesime condizioni in cui l’aveva lasciata. Questo e tanti altri meccanismi dimostrano che la centralità degli alunni è solo un auspicio.

Cesare Moreno, tra i fondatori del progetto “Chance” a Napoli, ritiene che nel nostro sistema continua a mancare un pezzo fondamentale: «abbiamo una scuola parolaia, ancorata alla cattedra, mentre servono più pratiche, meno prediche».

Conosco quel progetto che è frutto di una équipe di cui fa parte anche l’ex Sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria che ha anche scritto l’Introduzione del primo di tre libri in cui ho spiegato il mio progetto formativo: “Autonomia e Innovazione” del 2009. Lui stesso, da Sottosegretario, è voluto venire, seppure in visita privata, nella mia scuola (la “Laura Lanza” di Carini) per comprendere il funzionamento del progetto centrato sul Senso del Bello e l’Innovazione che abbiamo chiamato Metodo EDUCANDOIT. La loro iniziativa riguarda l’area partenopea, la mia quella panormita. Sono analoghe per impianto teorico, assetto metodologico, contesto socio-culturale e target group. In entrambi i casi si è dato spazio a una didattica laboratoriale, informale, circolare che ha messo al centro le individualità degli alunni e fatto del ruolo docente uno strumento facilitatore. Appunto, meno prediche e più pratiche, quindi meno individualità e più comunità.

Il sottotitolo del suo ultimo saggio recita «come realizzare la centralità degli alunni». Nella sua esperienza, lei ci è riuscito?

Nella mia scuola abbiamo lavorato per rendere gli alunni protagonisti reali. Gli allievi volevano la settimana corta, le docenti no, sebbene litigassero per il sabato libero. Abbiamo chiuso il sabato. Le docenti non volevano la responsabilità strumenti tecnologici da usare in classe e li abbiamo affidate agli studenti. Alla scuola media abbiamo diviso le cattedre di lettere e quelle di matematica, creando consigli di classe più numerosi che hanno permesso rapporti più equilibrati in fase di valutazione degli studenti e valorizzato la professionalità delle docenti. Abbiamo affidato le procedure per la sicurezza agli alunni, dalla prima elementare in poi, perché in ogni classe ci saranno sempre alunni presenti mentre la presenza delle docenti è aleatoria e le supplenti di breve permanenza non fanno in tempo ad addestrarsi. Ogni aspetto della vita scolastica è stato centrato sulla comunità giovanile che ha imparato ad amare la scuola come luogo di incontro. Già nel primo anno abbiamo azzerato il vandalismo che aveva reso la scuola un luogo sporco e triste.

Il suo lavoro afferma che la scuola italiana è vecchia perché «è centrata, organizzata sui bisogni degli adulti che ci lavorano». Aggiungerei che il dibattito sulla scuola non viene seguito proprio dai più giovani e che nella stanza dei bottoni vi sono i burocrati ministeriali condizionati dalle forze di governo, qualsiasi colore abbiano.

Il caso della docente di francese è solo uno dei tanti meccanismi di cui parlo nel mio saggio e che dimostrano questa tesi. I giovani “sopportano” la scuola come un rito di passaggio. Viviamo in una società ricca di occasioni “altre” di apprendimento che dovrebbero essere la prima forma di individualizzazione degli apprendimenti. L’attuale sistema di riconoscimento dei crediti per attività extra, non è sufficiente, è solo una rete istituzionale di percorsi rigidi che l’alunno ha facoltà di seguire. In sostanza l’alunno compone un puzzle con i pezzi predisposti dallo Stato. Centralità dell’alunno è l’opposto, è lo Stato che mette insieme i pezzi dell’alunno e ne stila una forma certificata perché divenga spendibile nel successivo percorso di studi o lavoro. Sarebbe il senso più proprio dell’ē- dūcĕre latino. Il sintomo più evidente è l’incidenza di quei casi di alunni che vivono stentatamente la scuola mentre brillano all’università, una volta focalizzata la loro attenzione in un ambito più congeniale. Urge una riforma dei cicli scolastici, la scuola media non serve più e non a caso, tra i pessimi risultati internazionali della nostra scuola, è il segmento peggiore in assoluto.

Andiamo a un tema che ritorna spesso nell’analisi del sistema scuola: la frattura tra generazioni. Come nota lei, non vi è conflitto perché vi è una colpa «di quel gregge opaco che si rifugia in una contestazione mistificatrice per pascolare in situazioni di comodo acquisite». Può chiarire un giudizio così duro?

Guardi, la frattura fra generazioni è un fenomeno sociale ampio e datato. Il tema è che gli adulti pensano sempre, in modo auto referenziale, che i giovani siano “meno” di come erano loro alla stessa età. E quando invece sono preoccupati per i nuovi mali del mondo, gli adulti si lasciano sfuggire una legge dell’evoluzione umana: ogni nuova generazione ha anticorpi con cui contrastare ciò che alle vecchie generazioni appare insormontabile. Di questa fiducia non c’è testimonianza diretta nel sistema scolastico, che è invece basato su un’idea troppo assistenzialista e anti pedagogica. Ci sforziamo di togliere agli alunni ogni pericolo e rischio, ma senza rischio non c’è scelta, non c’è identità e non c’è modo di capire la differenza tra causa ed effetto. Questo impedisce ai giovani di diventare adulti responsabili e costruirsi una identità reale. Il presupposto per un dialogo generazionale è appunto la conquista di una identità collettiva che oggi, nella società di massa, è impedita.

D’altro canto, secondo lei, «il vulnus di ogni riforma sta nella difficoltà di ripensare alla base il ruolo e la figura del docente di scuola».

Chi si recasse in una scuola, anche avesse 500 anni, capirebbe che è una scuola. Tutto il resto del volto sociale è profondamente cambiato. Però se si entra nelle classi si comprende la differenza tra una docente conferenziera che starà in cattedra e rimprovererà ogni distrazione degli alunni, e un docente facilitatore che avrà messo la cattedra in un angolo per muoversi liberamente e stare insieme agli alunni durante un lavoro laboratoriale. Vi sono larghe sacche di resistenza in una categoria formata da filosofi e avvocati, fisici e musicisti, ingegneri e poeti, architetti e atleti, tutte persone con profili diversi e idee diverse sul proprio ruolo a scuola. E non si dimentichi che per decenni abbiamo affidato la cosa per noi più preziosa, i figli, a semplici laureati che non avevano mai studiato pedagogia o psicologia, che non avevano gli strumenti minimi per muoversi in un ambiente con minori. Nessuno, in caso di grave malattia, affiderebbe la propria salute a un neo laureato in medicina; nessuno davanti al rischio di un licenziamento si affiderebbe ad un neo laureato in legge. Eppure i nostri figli li abbiamo messi nelle mani di persone che non avevano la più pallida idea di cosa fosse l’età evolutiva, di come si valutasse, di come si costruisse un’unità didattica. C’è voluta l’ingiustamente deprecata riforma Renzi per avviare un cambiamento.

La scuola dovrebbe svolgere la propria missione di sperimentatore e organizzatore del cambiamento, quasi in senso universale.

Popper diceva che ogni essere vivente ricerca un mondo migliore. Un inguaribile ottimista. Il cambiamento è una tensione che si nutre di senso critico, attitudine umana il cui elogio funebre decretò già Adorno a metà degli anni Settanta quando intravide e intuì la deriva “affarista” che a breve avrebbe sepolto le ideologie. Ripeto che la scuola è per definizione un laboratorio dove ogni società dovrebbe immaginare e preparare il proprio futuro, senza pregiudizi e condizionamenti. Quando non lo fa o lo fa male, non è per caso. L’ignoranza diffusa, infatti, tutela il potere dai rischi del cambiamento. La nostra società è centrata su una visione economicistica. Questo significa che prevale la ricerca di stabilità, secondo l’imperativo dei mercati finanziari che del cambiamento hanno timore. La scuola, però, è motore di cambiamento, o almeno dovrebbe. In buona sintesi, vedo una ostilità non confessata nei confronti della scuola, né bastano gli auspici istituzionali dei discorsi ufficiali. Ciò che conta sono i numeri? Allora mi sembrano conferme le politiche di tutti i governi che sulla scuola hanno investito percentuali inadeguate del PIL, preferendo finanziare altri settori della vita sociale da cui però non è scaturito né cambiamento né miglioramento.

Non è difficile svolgere questo ruolo in una società liquida secondo l’insegnamento di Bauman, dove vige la cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza?

Tutto ciò che è efficace pedagogicamente è imbrigliato, depotenziato, disinnescato da una selva di regolamenti che hanno abbassato il livello qualitativo della relazione docenti-alunni, il solo spazio relazionale ufficiale residuo dove curare le derive del disimpegno. Vi sono molte esperienze eccellenti e buone sparse nel Paese, ma non fanno sistema. Si crede ancora che una buona prassi realizzata in un singolo contesto spazio-temporale possa e debba estendersi a macchia d’olio. L’opposto di ciò che serve in una società liquida, ovvero valorizzare le differenze sparse nel Paese che con diversi strumenti e differenti metodi raggiungono risultati assimilabili in termini di successo formativo. Senza buoni esempi, senza la concretezza della coerenza agita dal mondo della scuola, le giovani generazioni sono trascinate dal mooddella superficialità che regna sovrano tra televisione e internet, ovvero nel mondo virtuale retto dalle leggi di mercato. Contro i mali di cui lei dice, la scuola dovrebbe almeno essere rifondata a partire da una revisione dei cicli che dovrebbero essere due, con il definitivo accorpamento della scuola media a un ciclo primario di sette anni. Ciò farebbe da volano per una ristrutturazione complessiva.

La scuola non deve in ogni caso, come prevede la Costituzione, favorire l’uguaglianza e il funzionamento degli ascensori sociali? Ne ha scritto Christian Raimo in un saggio chiamato “Tutti i banchi sono uguali”.

È pura teoria, dovrebbe ma non lo fa. Io ho sempre lavorato in trincee di disagio e violenza elevati. Le tesi di Raimo coincidono con quelle da me esposte nel mio libro. Questa uguaglianza resta sulla carta, non c’è strutturalmente. Un esempio: nel 2007 al mio arrivo in una scuola di trincea dove abbiamo inventato il Metodo EDUCANDOIT e avviato un percorso formativo basato su Senso del Bello e Innovazione, ho introdotto la valutazione centralizzata degli alunni. Davanti a un computer, a ogni trimestre, essi rispondevano ad alcune domande su tre discipline basilari. Si oppose un gruppo capitanato da una docente nota per non assegnare mai il 10, e sempre tirata nei voti. Nella sua classe, una terza media, vi erano: una alunna a cui dava sempre 9 ed un alunno a cui assegnava solo 4. Nella prima valutazione oggettiva (e nelle successive), senza la presenza della docente di classe, l’alunna prese 7 e l’alunno 6. Deduca lei.

Intanto, secondo uno studio recente, su 100 studenti che ottengono la licenza media, 75 arrivano al diploma e solo 18 alla laurea. Dice il rapporto, «se si trattasse di una fabbrica, sarebbe già chiusa da tempo. Un sistema formativo che fabbrica dispersione è una macchina che gira a vuoto».

In effetti, considerata come comunità lavorativa, la scuola denuncia tutta la sua inadeguatezza. Basterebbe confrontare il tasso di assenteismo della categoria lavoratori scolastici con quelle di altri ambienti pure del pubblico impiego per comprendere che è difficile “mandare avanti la baracca”. C’è un sistema di leggi elefantiaco, una produzione di nuove norme e novellamenti che rende quasi impossibile non commettere errori che danno vita a ricorsi di ogni genere che impantanano la vita scolastica. Si aggiunga la pioggia di regolamenti nuovi che vengono continuamente editati da ogni governo. Impossibile stare dietro a tutto, si procede per buon senso, buona volontà e nella speranza di non farla grossa. Cito due piccole aperture autonomistiche: la prima affidava ai presidi il compito di individuare e premiare i meritevoli, ma si è trasformata, dopo appena due anni, in un’ennesima distribuzione a pioggia; la seconda permetteva loro di assumere pochissimi docenti selezionati entro una lista predisposta dai provveditorati. Entrambe naufragate nel passaggio di Ministero dalla Giannini alla Fedeli, docente la prima, sindacalista la seconda.

Lei chiude il suo libro con una metafora interessante. Proviamo a immaginare cosa dovrebbe stare dentro la borsa di un docente.

La cosa più antica del mondo, la consapevolezza del ruolo dell’educatore: la capacità di dare l’esempio. Le basterà confrontare i dati sulla presenza dei docenti alle assemblee per le quali è previsto l’esonero dalle lezioni con quelli sulla presenza degli alunni alle assemblee che prevedono l’interruzione delle attività didattiche. Gli stessi. Si renderà conto che la scuola rischia di essere il luogo in cui si replicano quei difetti sociali che un laboratorio per il cambiamento, qual è la scuola, dovrebbe cancellare e sostituire con virtù civiche. Il Ministero ha compiuto un grande sforzo per rinnovare la strumentazione delle aule, una delle buone cose che pur esistono e si fanno. Ma ricordo anzitutto a me stesso, che pur in assenza di nuove tecnologie, dove c’è un vero “maestro” ci saranno comunque sia buona educazione sia alunni che non lo dimenticheranno mai.Condividi:

Tra Heidegger e il Covid 19

Il tempo che stiamo vivendo, viene definito da tutti come un tempo “sospeso”. Questa sensazione generale, quasi unanimemente condivisa, pone delle domande, su cosa significhi “sospeso” e, appesa alla precedente, per quanto tempo durerà questo tempo. Il nostro “essere”, cioè, vive una diversa dimensione temporale, una dimensione nella quale il tempo non è più solo una coordinata spaziale, correlata con la dimensione fisica dello spazio, ma diviene dimensione ontologica in cui ciascuno esplora uno spazio dimenticato o che ci si è abituati a ritenere residuale: la nostra interiorità. Leggi tutto “Tra Heidegger e il Covid 19”

Corona virus, accettare la sfida

La guerra del Corona virus non è una guerra. Direi, piuttosto, una sfida. Vediamo perciò di comprendere insieme i termini di questa sfida.

Al suo insorgere, effettivamente, la dimensione “epidemica” che di volta in volta coinvolgeva singoli paesi, metteva in campo dispositivi di intervento, e dunque forme di pensiero, riflesso di modelli ancora tradizionali. In un saggio del 2010, Byung-Chul Han rifletteva sugli scenari contemporanei rilevando il generale attardamento delle società, quelle occidentali in testa, su modelli desueti. Modelli che nella sua lettura riflettevano un paradigma “immunologico” non più capace di cogliere la complessità contemporanea. Di questa, infatti, ne sottolineava la sostanziale incompatibilità col precedente modello immunologico. I modelli del passato sono quelli di un’epoca che chiama “batterica” dove è essenziale la presenza di un “altro” contro il quale opporsi. Ma l’epoca contemporanea è piuttosto un periodo “virale”, un tempo, cioè, in cui non esiste più una distinzione netta tra interno ed esterno, tra amico e nemico. Tanto la sfera biologica quanto quella sociale, in sostanza, sono state caratterizzate da dinamiche di “attacco e difesa” che hanno trovato nell’Altro, nell’Estraneo il necessario opposto. Oggi “al posto dell’alterità abbiamo invece la differenza che non provoca alcuna reazione immunitaria”[1]. Leggi tutto “Corona virus, accettare la sfida”

Il giubilo e l’innocenza

Non mi piace il calcio. Ho sempre preferito gli sport. Sono cresciuto in questa dicotomia insanabile: il football da una parte, gli sport dall’altra, tutti gli altri. Ma non come la raffinata distinzione degli inglesi tra Jam e Marmalade che pone una differenza in positivo che ci saremmo attesi dalla Sicilia, posto che Marmalade si può dire solo delle arance mentre Jam di qualsiasi confettura. Leggi tutto “Il giubilo e l’innocenza”