Per una pedagogia del territorio (in italiano e spagnolo)

La città come ambiente educativo permanente

Non basta educare le persone. Occorre educare anche i luoghi.

di Giampiero Finocchiaro

Per molti anni abbiamo pensato che l’educazione fosse un compito affidato esclusivamente alla famiglia, alla scuola, alle associazioni, alle comunità religiose. Abbiamo discusso di programmi scolastici, metodologie didattiche, tecnologie, competenze, inclusione. Molto meno ci siamo interrogati su una domanda forse ancora più radicale.

Che cosa insegna il territorio nel quale viviamo?

Credo che ogni istituzione scolastica dovrebbe porsi programmaticamente questa domanda. Ogni scuola è inserita in un quartiere che possiede una propria storia, una propria cultura, una propria qualità delle relazioni. In prospettiva transdisciplinare, quel territorio educa, ogni giorno, quanto e talvolta più della scuola stessa. Ogni quartiere educa. Ogni piazza educa. Ogni strada educa. Lo fanno anche quando non ne siamo consapevoli.

Per questo la scuola dovrebbe imparare a leggere il territorio nel quale opera. Non come uno spazio da occupare o presidiare, secondo una certa retorica istituzionale, ma come un luogo da abitare. Perché l’uomo è plasmato molto più dai contesti che abita di quanto generalmente creda.

Esistono luoghi che insegnano l’indifferenza. Troppi nei nostri contesti urbanizzati. Esistono luoghi che favoriscono l’incontro. Ancora troppo pochi. Alcuni stimolano la responsabilità, altri alimentano l’isolamento, la paura, la passività.

Ogni fenomeno umano è anzitutto un fenomeno di relazione.

Per questo l’urbanistica non distribuisce soltanto edifici e servizi: distribuisce possibilità di relazione. È probabilmente questa la sua funzione educativa più profonda. Per questa ragione credo sia giunto il momento di parlare di una vera e propria pedagogia del territorio.

Non si tratta di inventare dal nulla una nuova disciplina. La riflessione pedagogica ha già riconosciuto da tempo il valore educativo del territorio e, in ambito internazionale, la place-based education ha mostrato quanto il contesto locale possa diventare ambiente di apprendimento.

Il punto, però, è compiere un passo ulteriore: non limitarsi a usare il territorio per educare, ma assumere la responsabilità di progettare il territorio come ambiente che educa. Oggi serve un diverso modo di pensare la città. Un quartiere non è semplicemente uno spazio amministrativo. È un ambiente educativo permanente. Contribuisce a plasmare l’identità individuale e collettiva di chi ci abita. Ogni sua scelta contribuisce, giorno dopo giorno, a formare comportamenti, abitudini, identità e senso di appartenenza.

Una piazza anonima, sporca, abbandonata produce effetti diversi da una piazza curata e vissuta. Un giardino curato educa in modo diverso da un piazzale degradato e privo di cura. Un sistema di negozi che coopera trasmette valori differenti rispetto a un insieme di attività isolate che competono senza costruire alcuna comunità.

La scuola non termina al cancello. Continua nelle strade percorse dagli studenti, nelle piazze che frequentano, nei giardini che attraversano, nei negozi del quartiere, nei luoghi in cui imparano, spesso inconsapevolmente, cosa significhi vivere insieme. I luoghi sostengono, muti ma espressivi, l’azione educativa delegata alla scuola. Oppure la tradiscono. È ciò che accade ogni volta che il territorio smentisce quotidianamente il lavoro educativo della scuola.

Educare il territorio significa allora progettare luoghi capaci di generare relazioni. Significa trasformare spazi di passaggio in luoghi di incontro. Convertire l’anonimato in identità. Sostituire la frammentazione con la cooperazione. Il territorio è un educatore silenzioso ma efficace in una società chiassosa ed anonima.

Per troppo tempo abbiamo pensato che l’economia producesse città. Oggi dobbiamo riconoscere anche il contrario. Le città producono economia. Ma soltanto quando sono in grado di costruire appartenenza, fiducia e identità.

Questa non è soltanto una riflessione teorica. È un’idea che ho avuto la possibilità di verificare concretamente nel lavoro svolto come Dirigente scolastico.

L’esperienza maturata presso l’Istituto “Laura Lanza” di Carini ha mostrato come una scuola possa diventare il motore di un processo di rigenerazione che supera i confini dell’edificio scolastico e coinvolge progressivamente l’intero quartiere. Il progetto educativo sviluppato nel quartiere PEEP ha contribuito a rafforzare il senso di appartenenza della comunità e ad accrescere, nel tempo, le aspettative sociali e culturali di chi lo abita.

Non è stata la scuola a cambiare da sola il quartiere. È stata la relazione tra scuola e territorio a generare un cambiamento reciproco. Ogni territorio educa. La vera domanda è se vogliamo lasciare che lo faccia casualmente oppure attraverso una visione condivisa.

Credo che il futuro delle nostre città dipenderà sempre meno dalla quantità delle opere pubbliche e sempre più dalla qualità delle relazioni che sapranno generare. Perché una città non cambia quando costruisce nuovi edifici. Cambia quando una comunità decide di riconoscersi nei propri luoghi.

Para una pedagogía del territorio

La ciudad como entorno educativo permanente

No basta con educar a las personas. También necesitamos educar a los lugares.

Durante muchos años, creímos que la educación era una tarea exclusivamente encomendada a las familias, las escuelas, las asociaciones y las comunidades religiosas. Discutíamos sobre planes de estudio, métodos de enseñanza, tecnologías, habilidades e inclusión. Mucho menos nos habíamos planteado una pregunta quizás aún más radical:

¿Qué nos enseña la tierra en la que vivimos?

Creo que toda institución educativa debería plantearse esta pregunta de forma programática. Cada escuela se ubica en un barrio con su propia historia, cultura y calidad de relaciones. Desde una perspectiva transdisciplinaria, esa comunidad educa, cada día, tanto como la propia escuela, y a veces incluso más. Cada barrio educa. Cada plaza educa. Cada calle educa. Lo hacen incluso cuando no somos conscientes de ello.

Por eso las escuelas deben aprender a comprender la comunidad en la que operan. No como un espacio para ser ocupado o controlado, según cierta retórica institucional, sino como un lugar para habitar. Porque los seres humanos estamos mucho más influenciados por los contextos que habitamos de lo que solemos creer.

Hay lugares que enseñan indiferencia. Demasiados en nuestros contextos urbanizados. Hay lugares que fomentan el encuentro. Aún así, muy pocos. Algunos fomentan la responsabilidad, otros el aislamiento, el miedo y la pasividad.

Todo fenómeno humano es, ante todo, un fenómeno relacional.

Por eso, la planificación urbana no se limita a distribuir edificios y servicios: distribuye oportunidades para las relaciones. Esta es probablemente su función educativa más profunda. Por esta razón, creo que ha llegado el momento de debatir una verdadera pedagogía del territorio.

No se trata de inventar una nueva disciplina desde cero. La reflexión pedagógica reconoce desde hace tiempo el valor educativo del territorio y, a nivel internacional, la educación basada en el lugar ha demostrado cómo el contexto local puede convertirse en un entorno de aprendizaje.

La clave, sin embargo, reside en dar un paso más: no se trata simplemente de usar el territorio para educar, sino de asumir la responsabilidad de diseñarlo como un entorno educativo. Hoy necesitamos una forma diferente de concebir la ciudad. Un barrio no es solo un espacio administrativo; es un entorno educativo permanente. Contribuye a moldear la identidad individual y colectiva de sus residentes. Cada decisión que toman contribuye, día tras día, a la formación de comportamientos, hábitos, identidades y un sentido de pertenencia.

Una plaza anónima, sucia y abandonada produce efectos distintos a una plaza bien cuidada y habitada. Un jardín bien mantenido educa de manera diferente a una plaza descuidada y abandonada. Una red cooperativa de comercios transmite valores distintos a un conjunto de negocios aislados que compiten sin construir ninguna comunidad.

La educación no termina en la puerta del colegio. Continúa en las calles que recorren los estudiantes, en las plazas que frecuentan, en los jardines que atraviesan, en las tiendas del barrio, en los lugares donde aprenden, a menudo sin darse cuenta, lo que significa convivir. Los lugares apoyan silenciosa pero expresivamente la labor educativa delegada a las escuelas. O la traicionan. Esto sucede cada vez que el territorio contradice a diario el trabajo educativo de las escuelas.

Educar a la comunidad local, entonces, significa diseñar espacios capaces de generar relaciones. Significa transformar los pasajes en puntos de encuentro. Convertir el anonimato en identidad. Sustituir la fragmentación por la cooperación. La comunidad local es una educadora silenciosa pero eficaz en una sociedad ruidosa y anónima.

Durante demasiado tiempo, creímos que la economía creaba las ciudades. Hoy, debemos reconocer también lo contrario. Las ciudades generan economías. Pero solo cuando son capaces de construir un sentido de pertenencia, confianza e identidad.

Esto no es solo una reflexión teórica. Es una idea que he tenido la oportunidad de poner a prueba concretamente en mi trabajo como directora de escuela.

La experiencia adquirida en el Instituto Laura Lanza de Carini ha demostrado cómo una escuela puede convertirse en el motor de un proceso de regeneración que trasciende los límites del edificio escolar e involucra progresivamente a todo el barrio. El proyecto educativo desarrollado en el barrio PEEP ha contribuido a fortalecer el sentido de pertenencia de la comunidad y, con el tiempo, a elevar las expectativas sociales y culturales de sus residentes.

No fue solo la escuela la que transformó el barrio. Fue la relación entre la escuela y la comunidad la que generó un cambio mutuo. Toda comunidad educa. La verdadera pregunta es si queremos que esto suceda por casualidad o a través de una visión compartida.

Creo que el futuro de nuestras ciudades dependerá cada vez menos de la cantidad de obras públicas y cada vez más de la calidad de las relaciones que generan. Porque una ciudad no cambia cuando se construyen nuevos edificios. Cambia cuando una comunidad decide identificarse con sus lugares.

“Ho visto le ragazze nude”

Sono stato a Palermo pochissimi giorni durante le vacanze agostane. Un giorno passando per via Trinacria questo edificio attira la mia attenzione. Mi fermo. Penso. Finalmente ricordo.

Quando eravamo tutti bambini qui c’era una palestra. Ci si era iscritta Danila. A quel tempo la famiglia era un piccolo universo fatto di genitori e zii, di fratelli e cugini. Ci si vedeva, ci si scambiava visite e se si passava sotto casa di un membro della famiglia si citofonava. Qualcuno in casa c’era. Le case allora vivevano con noi. Oggi le lasciamo vuote, nel silenzio di se stesse, impegnati tutti altrove con qualcosa che sembra importante ma che se ci pensi non lo è poi tanto. E si parlava. Così mia madre sapendo di questa novità un giorno volle vedere di cosa si trattava e se anche noi potevamo iscriverci.

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Olimpiadi per l’Europa unita (testo IT-SP)

Se si trascurano le origini storiche dell’Unione europea che risalgono al Trattato di Roma (25 marzo 1957), la UE nasce nel 1993 (Trattato di Maastricht del 1 novembre). Da allora un percorso lento e faticoso per costruire la dichiarata Unità. Non può non venire in mente la celebre frase attribuita, in tutte le sue varianti, a Massimo d’Azeglio che all’indomani della raggiunta Unità d’Italia, nel 1861, avrebbe detto: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Dal 1993 a oggi, fatta l’Europa, bisogna fare gli europei. Ma pare che questo proposito non sia prioritario per l’istituzione del Parlamento dell’Unione come invece lo era nelle intenzioni degli uomini chi sacrificarono la vita per costruire l’Italia unita.

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Il secolo delle solitudini

(16 nov 2022)

Siamo stati educati a pensare alla nostra storia come un cammino di progresso. La scuola, ovunque nel mondo, è l’istituzione che si è fatta carico di farci interiorizzare un modello mentale per cui se pensiamo all’Uomo, pensiamo ad una crescita che passa per tappe del progresso tecnologico (età della pietra, del bronzo, del ferro, etc.). Evoluzione e progresso, però, non sono sinonimi. L’età moderna ha posto l’accento sul progresso scientifico. Quella contemporanea su quello tecnologico. Per l’Evoluzione, dovremmo fare un discorso a parte.

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“Mujeres que no amaban a los hombres”

Testo in spagnolo e in italiano

Stieg Larsson nos ha dicho solo la mitad de una antigua verdad. Y la sociedad contemporánea hace tiempo que tomó el camino equivocado en la gestión de su equilibrio y la necesidad de renovarlo. Las políticas de igualdad de género son, en este sentido, síntoma de una incapacidad sustancial para captar el auténtico valor de la persona más allá de las diferencias y la difusión y aceptación de lo “políticamente correcto” es la muerte del sentido crítico necesario para buscar la armonía.

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Cuanto vale una vida

Texto en español – Testo in italiano

Se dice que los justos mueren mientras duermen. Es una idea que relaciona la calidad de vida con la calidad de la muerte. Ambas cualidades definen al hombre justo. Y la justicia es uno de los valores más profundos y necesarios de la vida social.

Este nodo conceptual que vincula la vida, la muerte y la justicia es el espacio filosófico y jurídico donde se juega el juego de la civilización de las sociedades modernas. Tanto la vida como la muerte, en efecto, plantean problemas éticos relativos al derecho a crear y a extinguir la vida. La fecundación in vitro y la eutanasia son los ejemplos más explícitos de una pregunta que nace con el hombre: ¿quién soy yo? ¿Nacemos por casualidad o por un acto de voluntad? ¿Morimos por el destino o por un acto de voluntad? y aquí comprendemos de dónde viene la pregunta fundamental “¿quién soy yo?”. Desde el descubrimiento del Otro.

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La revolución marginal

testo in spagnolo e in italiano

Estar en el lugar correcto en el momento correcto. Me pasa a mí, un tibio hincha de fútbol, que estoy viviendo hace un rato en Buenos Aires mientras el mundo se detiene a seguir los
tejemanejes de los equipos de fútbol que enarbolan las distintas banderas del nacionalismo. Aparentemente una celebración de colores y valores, tan ensordecedora que nadie piensa en los escándalos de la FIFA ni en el enésimo conflicto que ensangrienta al Viejo Continente, y mucho menos en las guerrillas armadas que caracterizan la calidad de vida de innumerables personas de al menos tres continentes.

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La cantonata di Macron e una proposta a costo zero

Le ideologie sono morte. Per fortuna, perché ciò che fa una ideologia è rendere ciechi rispetto alla realtà viva. Ogni ideologia tenta di piegare la realtà ai propri principi, forza gli esseri umani a coincidere con un modello teorico per auto giustificarsi. Il post modernismo non è privo di principi a causa della morte delle ideologie, lo è per una forma di individualismo esacerbato che appare funzionale a certe dinamiche politiche e sopratutto economiche per contenere le quali non esistono più gli argini un tempo affidati al pensiero critico diffuso. La cultura di massa ha quasi estinto gli antidoti democratici contro le prepotenze del potere.

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Dove si nasconde la gioia? Donde se esconde la alegría

23 ottobre 2022, il Boca vince il campionato nazionale e lo fa in un caos di emozioni che rendono incerta la vittoria fino all’ultimo momento, dovendo sperare che il suo acerrimo nemico, il River Plate, possa a sua volta vincere contro il Racing che si trova a un solo punto dalla squadra più rappresentativa dell’Argentina.

Terminata la partita e il primo effluvio di commenti su televisione e social, l’entusiasmo porta la gente in strada. Mi trovo a Mar del Plata, a 400 kilometri dalla capitale ma sembra di stare alla Boca. Per un apparente paradosso le persone si riuniscono nella piazza al cui centro campeggia la statua del generale San Martin. In un angolo, più discreto e come osservando il Padre della Patria, un mezzo busto di un altro generale, il pluri Presidente Domingo Peron.

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