Senza cielo. Non si salva nessuno

Il mio nuovo libro, il primo in versione e-book: versione digitale scaricabile dal circuito Kindle; versione cartacea disponibile su Amazon. Tre storie al femminile e tre al maschile di impossibile riscatto che vi lasceranno un segno dentro. 

A chi lo leggerà in versione digitale chiedo di lasciare anche un giudizio sintetico (mi piace/non mi piace) e/o una breve recensione.

Grazie a chi avrà curiosità di guardare le verità nascoste.

Avete visto la Rivoluzione?

Avete visto la Rivoluzione? Se n’è accorto qualcuno? Possibile che questa notizia non faccia nemmeno eco? Eppure è sotto gli occhi di tutti, anzi, dentro.

E questo spiega perché nessuno si è accorto della Rivoluzione. Pur vivendola in prima persona, in massa. Il fatto è che siamo abituati – da quanto abbiamo studiato a scuola – a vedere la Rivoluzione come un fenomeno sociale collettivo, rumoroso, sanguinario, caotico. Ma dovrebbe essere chiaro, dopo cent’anni di studi e ricerche antropologiche e sociologiche, che i fenomeni sociali sono abiti, definiti dalla cultura del tempo e del luogo. La civiltà europea ci ha abituato ad una idea di Rivoluzione definitivamente compromessa coi fuochi e gli stendardi dell’Epopea francese di fine Settecento. La sua anticipazione nel continente americano non è che bozza di uno stesso modello concettuale e strategico. Insomma, senza fuochi e fiamme, senza insurrezioni e prese della Bastiglia, senza morti e feriti, pare non ci possa essere Rivoluzione. Analizziamo.

Tolto l’abito culturale cosa è e cosa comporta una Rivoluzione? Ovviamente un grande cambiamento. Tanto è il suo senso profondo che il termine, Rivoluzione, viene metaforicamente usato per spiegare il valore dei balzi in avanti che periodicamente l’Uomo compie grazie alla Scienza. Rivoluzione industriale, dunque, ma anche dell’Informatica oppure, se si parla di caduta di tabu, allora Rivoluzione sessuale indica l’emancipazione femminile, per esempio, degli anni Sessanta.

L’altro aspetto caratteristico della Rivoluzione è la collettività. Non basta che produca cambiamento, occorre che riguardi intere popolazioni o generazioni, in ogni caso deve coinvolgere una grande massa di gente. E dal quel momento in poi, da dopo la Rivoluzione, l’atteggiamento collettivo su un certo tema deve profondamente cambiare senza tornare indietro.

Pensando a ciò, colgo la Rivoluzione in atto che ha però mutato il suo abito culturale. Non una Rivoluzione cruenta ma silenziosa, senza morti ma con una infinità di feriti, non sanguinosa ma crudele, senza insurrezioni ma zeppa di fughe. È la Rivoluzione dell’Individualismo che ha allontanato ogni essere umano dalla collettività in cui permane solo apparentemente, come numero, come utente, come acquirente, come dipendente, ma non più come soggetto pensante. Siamo tutti caduti dentro noi stessi, precipitati dentro una interiorità che si fa scudo contro la responsabilità del mondo esteriore a cui non vogliamo guardare, a cui paghiamo quotidianamente un dazio in termini di perdita di senso critico. Vedo milioni di persone fuggite dal mondo, cadute nella loro vita interiore, appesi agli strumenti della realtà virtuale dove cercare una immagine di sé che sia testimonianza di desideri perduti e divenuti irraggiungibili. Chissà che, prima o poi, in qualche cloud non si ritrovino tutte queste individualità fuggite dal mondo reale e non vi organizzino una Rivoluzione del Ritorno al mondo reale. Chissà…

Immigrazione: nessuna verità

Non entro nel merito (la mia posizione è nota avendo lanciato una sottoscrizione per l’abolizione del permesso di soggiorno), ma osservo: un giudice inquisisce un ministro per snaturare una scelta chiaramente politica, certamente non una scelta delinquente. È legittimo? È democratico? Chi verifica che l’azione dei giudici sia davvero trasparente, disinteressata, apolitica?

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Lotta di genere: la sconfitta degli uomini

Non si riesce a parlarne, il tema rientra tra quelli “no politically correct”. Eppure la situazione è urgente da tempo. Sto parlando dell’eccessiva e colpevole femminilizzazione della scuola che sta producendo, da decenni, danni la cui portata si avvertirà ormai a breve, e durerà a lungo. Perché i processi culturali sono lenti come i cambiamenti che stimolano.

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Il fitness: siamo tutti supereroi

Sono nato negli anni Sessanta. e ho sempre fatto sport, come tanti della mia generazione. Si andava a faticare nelle piste, nei campi, nei boschi, nelle piscine, nelle palestre. Sempre con un tocco di fai da te, ciascuno di noi. Era il modo di andare vestiti che era fai da te. C’erano i pantaloncini corti, di due tipi: da atletica (sgambati e a vita alta) o da sport di squadra: pallacanestro, calcio, pallavolo (un po’ più lunghi e un po’ più bassi). C’erano le canottiere del basket e della corsa, poi tante magliette più o meno uguali. Chi aveva la fortuna di giocare in una squadra inserita in un campionato federale, non importa a che livello, spesso si gloriava di una divisa, solitamente una tuta più simile a un comodo pigiama che ad una di quelle meravigliose mise che si vedono oggi anche per le squadre di amici che a 50 anni giocano ancora a calcetto. Insomma, ai miei tempi si faceva sport in pantaloncini e maglietta e le situazioni particolari che richiedevano qualcosa di tecnico si riducevano alla necessità, per taluni sport, di un sospensorio o un reggiseno rinforzato.

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La scuola degli squilibri

Dalla mia città, Palermo, giunge la notizia di un genitore che ha picchiato un docente. Fidando in una chiacchiera della figlia, senza chiedere un confronto, il cavernicolo ha aggredito ed avuto la meglio su un insegnante, colpevole di fare l’educatore. Magari tra le sue mani imbecilli e i suoi occhi primitivi, è finita una copia fotostatica di un testo di Ibn Hawqal, autore arabo del X secolo, che proprio in Sicilia compì un viaggio in occasione del quale ebbe modo di denigrare i docenti come infedeli (ah cani!), vigliacchi e pessimo esempio per le nuove generazioni in quanto proprio essi, i docenti, si mostravano riottosi al combattimento in nome dell’oppressore. Il docente ora giace ricoverato in ospedale mentre lo scimmione se ne sta a guardare la tivu a casa con in braccio la figliola a cui starà passando perle di saggezza fognaria.

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La scuola: tornare al rischio

Mi volto e guardo gli anni passati. Quando ero bambino.

  • Mamma scendo.
  • Dove vai?
  • Giù, in piazzetta, a giocare.
  • Stai attento. E non fare tardi.

E finiva qui. Era il tempo della fiducia. Che si basava sull’accettazione culturale della dimensione del rischio come prova da superare e imparare a superare. Per diventare adulti.

Provo a pensare agli anni di oggi. Quando ero genitore.

  • Mamma esco.
  • Dove vai?
  • Non lo so.
  • Aspetta che ti accompagno, prendi il cellulare e ogni tanto dammi notizie, lasciami il numero dei tuoi amici, con chi vai?
  • Poi ti giro il contatto.

E finisce qui. È il tempo della diffidenza. Che si basa sull’accettazione culturale della dimensione del calcolo come illusione di controllo su tutto. Per restare adolescenti, facili da condizionare in ragione delle esigenze del mercato.

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Per una scuola poliglotta

Ogni insegnamento linguistico, entro un percorso d’istruzione, è fondamentale perché si tratta, al contempo, di apprendere non solo contenuti ma anche un sistema di comunicazione. A scuola, dunque, la lingua, le lingue, hanno una priorità formativa rispetto agli altri insegnamenti.
Di tale priorità non vedo traccia nelle preoccupazioni di una classe dirigente che ha sfornato tante riforme sulla base di altre esigenze, che con la centralità degli alunni non hanno a che vedere. 

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Il tempo della scuola

Quando si dice che “la notte porta consiglio” si dice in metafora del valore del tempo, il tempo della riflessione. Meditare, ponderare, infine decidere ed agire.

Quando si dice “tempi bui” si lamenta, sempre in metafora, come il tempo sia il bene più facile a sprecarsi. Il tempo che non insegna, il tempo che non porta giudizio, il tempo che non è mai sazio di assistere al ripetersi dei medesimi errori.

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