Avete visto la Rivoluzione?

Avete visto la Rivoluzione? Se n’è accorto qualcuno? Possibile che questa notizia non faccia nemmeno eco? Eppure è sotto gli occhi di tutti, anzi, dentro.

E questo spiega perché nessuno si è accorto della Rivoluzione. Pur vivendola in prima persona, in massa. Il fatto è che siamo abituati – da quanto abbiamo studiato a scuola – a vedere la Rivoluzione come un fenomeno sociale collettivo, rumoroso, sanguinario, caotico. Ma dovrebbe essere chiaro, dopo cent’anni di studi e ricerche antropologiche e sociologiche, che i fenomeni sociali sono abiti, definiti dalla cultura del tempo e del luogo. La civiltà europea ci ha abituato ad una idea di Rivoluzione definitivamente compromessa coi fuochi e gli stendardi dell’Epopea francese di fine Settecento. La sua anticipazione nel continente americano non è che bozza di uno stesso modello concettuale e strategico. Insomma, senza fuochi e fiamme, senza insurrezioni e prese della Bastiglia, senza morti e feriti, pare non ci possa essere Rivoluzione. Analizziamo.

Tolto l’abito culturale cosa è e cosa comporta una Rivoluzione? Ovviamente un grande cambiamento. Tanto è il suo senso profondo che il termine, Rivoluzione, viene metaforicamente usato per spiegare il valore dei balzi in avanti che periodicamente l’Uomo compie grazie alla Scienza. Rivoluzione industriale, dunque, ma anche dell’Informatica oppure, se si parla di caduta di tabu, allora Rivoluzione sessuale indica l’emancipazione femminile, per esempio, degli anni Sessanta.

L’altro aspetto caratteristico della Rivoluzione è la collettività. Non basta che produca cambiamento, occorre che riguardi intere popolazioni o generazioni, in ogni caso deve coinvolgere una grande massa di gente. E dal quel momento in poi, da dopo la Rivoluzione, l’atteggiamento collettivo su un certo tema deve profondamente cambiare senza tornare indietro.

Pensando a ciò, colgo la Rivoluzione in atto che ha però mutato il suo abito culturale. Non una Rivoluzione cruenta ma silenziosa, senza morti ma con una infinità di feriti, non sanguinosa ma crudele, senza insurrezioni ma zeppa di fughe. È la Rivoluzione dell’Individualismo che ha allontanato ogni essere umano dalla collettività in cui permane solo apparentemente, come numero, come utente, come acquirente, come dipendente, ma non più come soggetto pensante. Siamo tutti caduti dentro noi stessi, precipitati dentro una interiorità che si fa scudo contro la responsabilità del mondo esteriore a cui non vogliamo guardare, a cui paghiamo quotidianamente un dazio in termini di perdita di senso critico. Vedo milioni di persone fuggite dal mondo, cadute nella loro vita interiore, appesi agli strumenti della realtà virtuale dove cercare una immagine di sé che sia testimonianza di desideri perduti e divenuti irraggiungibili. Chissà che, prima o poi, in qualche cloud non si ritrovino tutte queste individualità fuggite dal mondo reale e non vi organizzino una Rivoluzione del Ritorno al mondo reale. Chissà…

Immigrazione: nessuna verità

Non entro nel merito (la mia posizione è nota avendo lanciato una sottoscrizione per l’abolizione del permesso di soggiorno), ma osservo: un giudice inquisisce un ministro per snaturare una scelta chiaramente politica, certamente non una scelta delinquente. È legittimo? È democratico? Chi verifica che l’azione dei giudici sia davvero trasparente, disinteressata, apolitica? Non è il caso di ricordare gli scandali che hanno svelato i traffici illegali e la corruzione di giudici ritenuti al di sopra di ogni sospetto. Il fatto è che nessuno ormai rispetta niente e nessuno. Un governo eletto, piaccia o meno, è legittimato a fare scelte politiche. A quelli che sono sempre pronti a dare del “fascista” a chi non la pensa come loro (che già di per sé…), chiederei se c’è più democrazia nel rispettare le scelte politiche di un governo eletto dalla maggioranza popolare o nel forzare l’interpretazione delle leggi per costringere un governo eletto a non seguire le politiche per cui ha ricevuto il consenso della maggioranza popolare. Che sui migranti l’Italia sia stata lasciata sola è un fatto, come lo è la contraddizione palese di un premier francese che: 1. dai dati pubblicati dal sito del Parlamento europeo risulta al 24% del programma di attuazione degli ingressi controllati di migranti per la propria quota paese; 2. invia i suoi gendarmi in territorio italiano armati di tutto punto a inseguire un migrante reo di clandestinità; 3. a Ventimiglia fa manganellare gli immigrati francofoni provenienti dal Maghreb e li rispedisce in Italia smantellando le loro tendopoli; 4. dà lezioni di umanità ad una Italia che la sua umanità la dimostra lontano dai riflettori con la gente che accoglie i migranti, ci convive più strettamente di quanto accada ai deputati sia a Montecitorio che a casa loro, gli dà abiti e cibo, gli offre una cantina, gli fa la carità e gli offre un lavoro. Certo non si può fare di tutta l’erba un fascio, né in un senso né in un altro, ma di questa Italia che tollera, ospita, accoglie si parla troppo poco, assordati dal frastuono di un dibattito politico che ormai da 30 anni è lacerato dalla volgarità e dallo straparlare per cui tutti urlano e nessuno ascolta. Nel frattempo il Paese si svuota, i giovani vanno via nonostante il vaniloquio istituzionale che per le cerimonie rispolvera l’auspicio che i giovani restino a casa. Quale casa? quella che non dà loro nessuna opportunità e permette che i privilegiati ottengano incarichi e nomine fino ad 80 e 90 anni? Un Paese che non investe sui propri giovani è un paese condannato a morire, una morte ancor più rapida se nemmeno permette che giovani di altri luoghi meno fortunati possano accedere in questo lembo di terra per cercare un futuro migliore. Niente di tutto ciò accadrà finché agiranno con modi così opachi tanto i giudici quanto i politici. L’attuale bagarre sul permesso di ingresso dei migranti non è quello che si vede, ma una lotta per il potere dietro le quinte tra chi non si dà pace per aver perso inaspettatamente le elezioni e chi altrettanto inaspettatamente le ha vinte. Nessuno dice la verità e noi non la sapremo mai.

Lotta di genere: la sconfitta degli uomini

Non si riesce a parlarne, il tema rientra tra quelli “no politically correct”. Eppure la situazione è urgente da tempo. Sto parlando dell’eccessiva e colpevole femminilizzazione della scuola che sta producendo, da decenni, danni la cui portata si avvertirà ormai a breve, e durerà a lungo. Perché i processi culturali sono lenti come i cambiamenti che stimolano.

La scuola è un laboratorio dove una società immagina e prepara il proprio futuro, e questo vale anche quando la classe dirigente di un paese è inetta, incapace di immaginare e preparare un futuro o quando, per nascosti interessi, lascia che tale laboratorio proceda più o meno casualmente. In tutti i casi, da questa fornace viene sempre fuori il nuovo volto di ogni società. E il nuovo volto della società italiana del futuro è tutto al femminile.

Ne ho parlato con dati e documentazione alla mano in un libro di recente pubblicazione[1]. Le statistiche dicono a chiare lettere che tutte le professioni a cui si accede dopo un adeguato successo formativo ottenuto nella scuola, sono a maggiore o schiacciante prevalenza di iscritti femminili (nonché di risultati). Le stesse statistiche che denunciano un costante e inarrestabile calo delle iscrizioni come delle prestazioni maschili.

Dove sta il cuore del problema? È noto che i risultati della nostra scuola sono critici. Quasi qualunque dato interno mostra una situazione peggiore per la componente maschile rispetto a quella femminile. Una lettura attenta del fenomeno rileva che gli esiti peggiori si registrano nella scuola media. Nonostante stiamo vivendo una lunga (e spesso delirante) stagione di riformismo scolastico, giusto della scuola media non si occupa nessuno. L’ultimo a dedicargli attenzione fu Berlinguer, significativamente affondato dai suoi stessi fratelli di partito. La scuola media è il segmento formativo nel quale i giovani compiono la parte forse più critica di quel percorso che si chiama costruzione dell’identità di genere. Un processo per il quale, in soldoni, le ragazzine hanno bisogno di donne per costruire il proprio modello di identità personale e i ragazzini hanno bisogno di uomini. Considerazione particolarmente delicata in una società, come quella italiana, che ha perduto e fatto perdere l’unità familiare che rendeva disponibili a casa entrambe le polarità di genere. In sostanza, la scuola è il solo luogo “altro” in cui i ragazzi di oggi – in gran numero affidati solo alle mamme e con grandi difficoltà di relazione quotidiana col genitore separato – possono ricercare modelli, maschili o femminili, a cui fare riferimento per costruire la propria personalità di genere. Ma se le adolescenti trovano un numero infinito di esempi su cui esercitare il proprio lavoro di costruzione del sé, ai ragazzini restano pochissime opportunità per curare le proprie caratteristiche personologiche in un mondo popolato all’84 % di donne. Stiamo dunque offrendo pari opportunità ai nostri adolescenti? Credo proprio di no e questo spiega, almeno in buona parte, il maggior successo formativo delle ragazze rispetto ai ragazzi. La spiegazione non è che la componente maschile del mondo giovanile sia più stupida o più svogliata. Il mondo degli adulti continua ad usare la scuola per farci navigare interessi nascosti, come il risarcimento al mondo femminile dei ritardi in una diffusa parità di genere. Colpevoli gli uomini di lasciare che la scuola sia una riserva di caccia femminile, colpevoli le donne di accontentarsi di una riserva di caccia e di alimentare la costruzione paziente di una vendetta che produrrà danni irreversibili nella società italiana del futuro.

Stiamo trattando la parità di genere come una clava con cui rompere la prepotenza maschile per dar vita alla prepotenza femminile, con buona pace di ogni principio cristiano che non a caso parla di rispetto e parità per le “persone”. Un’ottica che non ha interesse agli organi riproduttivi e sessuali maschili o femminili, in quanto la persona è una unità di mente e di corpo il cui valore si definisce per il comportamento che tiene nello spazio della sua vita e nella relazione con gli altri e l’ambiente circostante. Siamo lontanissimi dall’aver compreso cosa significhi veramente lo stesso concetto di “parità”[2], specie alla luce dei dati che dimostrano come la società non sembri rendersi conto (a monte) di cosa siano i processi di acquisizione dell’identità di genere. Il tema è tanto delicato che un mio articolo del 2015 sul Messaggero[3] ha confermato un sospetto che qualcuno deve pur denunciare: la scuola è un gineceo privato, deve restare un luogo riservato che funga da simbolo di una finta rivalsa. Con la complicità di una parte del mondo maschile, quella coinvolta nella gestione del potere, che accondiscende a questa forma di esclusivismo per garantirsi il prolungamento di alcuni privilegi che ad ogni modo sono destinati a finire. È una questione di tempo.

Una rivista di settore ha subito ripreso il mio articolo sul Messaggero proponendo un sondaggio alla categoria docente. Ne è seguito un vergognoso e volgarissimo fiume di insulti personali, aperti e senza preamboli, ad opera di professoresse. La redazione ha invitato, per i primi cinquanta commenti, a leggere il pezzo che, si intuiva facilmente, non era neanche stato letto e ha provato ad avvertire di non usare linguaggio inappropriato. Inutilmente. Clamorosa prova di pregiudizio e fastidio per l’intromissione. L’articolo, infatti, si limitava a segnalare l’urgenza di una più equilibrata distribuzione di posti da docente, capace di favorire una maggiore presenza di candidati uomini. Situazione nota a chiunque operi onestamente nella scuola, libero da pregiudizi e da interessi inconfessabili. Aspetto che nella versione opposta di quote rosa nella politica non ha suscitato nessuno scandalo e ha invece dato impulso a una maggiore presenza femminile nella gestione del potere. Ma nella scuola le quote azzurre non si possono nominare.

È strano l’ordine delle priorità che esercitiamo a livello diffuso. È considerazione banale che una importante causa da cui si rischia di perdere il lavoro, la affideremmo ad un bravo avvocato giuslavorista. Altrettanto banale l’idea che in caso di grave malattia ci affideremmo a medici di riconosciuta fama. Nessuno di noi si metterebbe nelle mani di una laureata in legge o di un neo laureato in medicina. Perché salute e denaro sono cose importanti. E cosa c’è di più importante dei nostri figli? Eppure con i nostri figli facciamo il contrario. Come abbiamo permesso che fossero affidati (per mezzo secolo almeno, fino alla riforma Renzi) a semplici laureati in lettere o, peggio, laureati (ma anche tanti semplici diplomati) in settori che nel piano di studi non avevano nemmeno una materia di pedagogia, metodologia, didattica, valutazione, psicologia? E come possiamo permettere oggi, che l’educazione dei nostri figli sia così sbilanciata a svantaggio dei ragazzi? Forse è cambiato l’amore materno? Possiamo lasciare che i nostri figli maschi muoiano di inedia culturale?

Che il “padre è morto” è un concetto di Lacan acquisito da tempo, ma noi, sempre colpevolmente, abbiamo dovuto aspettare la fortuna mediatica di Recalcati per sperare che nel Paese qualcuno tornasse a ragionarci sopra. Nel mondo esploso di oggi, liquido e senza riferimento come lo interpreta Bauman, complesso come lo legge Morin, dove ciò che resta del “principio” pedagogico rappresentato dalla figura maschile necessita di essere adeguatamente supportato, rinnovato, abbiamo bisogno di offrire a tutti reali pari opportunità, in ogni campo ed in ogni ambito, senza distinzioni di religione, sesso… come recita la Costituzione. Abbiamo l’obbligo di scoprire dove si annidano le iniquità, dove le colpevoli distrazioni le fanno proliferare indisturbate, senza limitarci al politically correct delle pur legittime rivendicazioni al femminile. Non possiamo lasciare niente al caso, soprattutto in un paese confuso e disordinato come il nostro. Abbiamo il dovere di pensare per tempo soluzioni che diano equilibrio al futuro del nostro paese. Non lo stiamo facendo. Che almeno qualcuno denunci, scriva di questa programmata sconfitta a cui noi uomini stiamo andando incontro. 

[1]          La scuola di chi. Come realizzare la centralità degli alunni, Carlo Saladino editore, 2016.

[2]          Si veda il mio articolo: “Educazione gender: a scuola si rispecchiano i mutamenti della società”, Il Messaggero, 19-10-2015, pag. 12, foglio 1.

[3]          “Scuola, gli squilibri del monopolio rosa nell’insegnamento”, Il Messaggero, 2-10-2015, pag. 12, foglio 1.

La scuola degli squilibri

Dalla mia città, Palermo, giunge la notizia di un genitore che ha picchiato un docente. Fidando in una chiacchiera della figlia, senza chiedere un confronto, il cavernicolo ha aggredito ed avuto la meglio su un insegnante, colpevole di fare l’educatore. Magari tra le sue mani imbecilli e i suoi occhi primitivi, è finita una copia fotostatica di un testo di Ibn Hawqal, autore arabo del X secolo, che proprio in Sicilia compì un viaggio in occasione del quale ebbe modo di denigrare i docenti come infedeli (ah cani!), vigliacchi e pessimo esempio per le nuove generazioni in quanto proprio essi, i docenti, si mostravano riottosi al combattimento in nome dell’oppressore. Il docente ora giace ricoverato in ospedale mentre lo scimmione se ne sta a guardare la tivu a casa con in braccio la figliola a cui starà passando perle di saggezza fognaria.

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La scuola: tornare al rischio

Mi volto e guardo gli anni passati. Quando ero bambino.

  • Mamma scendo.
  • Dove vai?
  • Giù, in piazzetta, a giocare.
  • Stai attento. E non fare tardi.

E finiva qui. Era il tempo della fiducia. Che si basava sull’accettazione culturale della dimensione del rischio come prova da superare e imparare a superare. Per diventare adulti.

Provo a pensare agli anni di oggi. Quando ero genitore.

  • Mamma esco.
  • Dove vai?
  • Non lo so.
  • Aspetta che ti accompagno, prendi il cellulare e ogni tanto dammi notizie, lasciami il numero dei tuoi amici, con chi vai?
  • Poi ti giro il contatto.

E finisce qui. È il tempo della diffidenza. Che si basa sull’accettazione culturale della dimensione del calcolo come illusione di controllo su tutto. Per restare adolescenti, facili da condizionare in ragione delle esigenze del mercato.

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Per una scuola poliglotta

Ogni insegnamento linguistico, entro un percorso d’istruzione, è fondamentale perché si tratta, al contempo, di apprendere non solo contenuti ma anche un sistema di comunicazione. A scuola, dunque, la lingua, le lingue, hanno una priorità formativa rispetto agli altri insegnamenti.
Di tale priorità non vedo traccia nelle preoccupazioni di una classe dirigente che ha sfornato tante riforme sulla base di altre esigenze, che con la centralità degli alunni non hanno a che vedere. 

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Il tempo della scuola

Quando si dice che “la notte porta consiglio” si dice in metafora del valore del tempo, il tempo della riflessione. Meditare, ponderare, infine decidere ed agire.

Quando si dice “tempi bui” si lamenta, sempre in metafora, come il tempo sia il bene più facile a sprecarsi. Il tempo che non insegna, il tempo che non porta giudizio, il tempo che non è mai sazio di assistere al ripetersi dei medesimi errori.

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Distribuire le conseguenze di un crimine, per un equo processo penale

La lettura del verbale che convalida gli arresti dei tre minorenni e un maggiorenne di appena 20 anni che hanno aggredito una giovane coppia di turisti polacchi, lascia senza fiato. Un congolese (il solo appena maggiorenne), un nigeriano e due fratelli marocchini fra i 15 e i 17 anni. Un branco di coetanei senza freni inibitori. Cosa succederà adesso? Proviamo a capirlo insieme.

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Proviamo a dirci qualche verità sulla scuola…

Immaginate di essere titolari di uno studio legale. Siete in procinto di seguire una causa importante. Prendete uno studente laureato in legge e lo mandate in tribunale a nome dello studio.

Oppure: il vostro studio ingegneristico riceve un appalto per la progettazione e costruzione di un ospedale. Prendete un laureato in ingegneria, seppure con 110 e lode, gli affidate progettazione e costruzione dell’ospedale.

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