Perché essere orgogliosi dell’omosessualità?

30 giugno 2019

Quando si parla di omosessualità, molto spesso si associa un concetto, un valore che presumibilmente dovrebbe essere espresso dalla parola “orgoglio”. I giornalisti, che per natura sono dipendenti dalle scorciatoie espressive e dunque sempre inclini all’uso di etichette e luoghi comuni, corroborano tale associazione al punto che statisticamente omosessualità e orgoglio sono connessi come Murano e Burano, muschi e licheni, Inter e Milan e così via. Ma resta la domanda, mai banale, perché l’omosessualità necessita di orgoglio? Che relazione esiste tra i due termini? Che funzione svolge sul piano sociale e comunicativo? E, infine, siamo sicuri che questa associazione faccia del bene agli obiettivi socio-culturali di un movimento che sostanzialmente dovrebbe essere di rivendicazione di pari diritti e dignità? (e qui uso temporaneamente il termine “dignità”, a mia volta per esigenze di immediatezza esplicativa).

Come sempre partiamo dalle cose dure, concrete, che si toccano, che pesano e che restano: le parole (perché aveva ragione Carlo Levi). Mi è d’obbligo precisare che non esprimerò una posizione personale pro o contro, tenterò invece di compiere una analisi che faccia un po’ di luce su un aspetto culturale e sociale che genera sempre contrapposizioni e false prese di posizione, tutte abbastanza inconsapevoli e per niente lucide sia da parte dei sostenitori che dei detrattori delle manifestazioni che celebrano l’omosessualità. Orgoglio è un termine che fin dalla sua nascita presenta caratteristiche che inducono alla cautela. Si tratta, infatti, di una forma nata nell’ambito di quella cultura franco-tedesca i cui sotterranei prolungamenti sono ancora oggi un ostacolo ad un reale processo di integrazione in Europa. L’etimo della parola viene ricondotto al franco “urgoli” e al tedesco “urguol”. La parola è composta dalla particella “ur” – che pare corrisponda al latino “ex” – e dalla parola “guol” che significherebbe qualcosa come il nostro aggettivo “petulante” o anche “lussureggiante”.

Osservo di sfuggita quanta singolare coincidenza ci sia tra la parola “lussureggiante” e le forme che si sono radicate nel mondo per la celebrazione delle giornate dedicate a ciò che si definisce “orgoglio omosessuale”. E per forma intendo i costumi lussureggianti, l’esposizione lussureggiante della nudità, la lussureggiante attenzione dei media, etc. Persino le parole dei rappresentanti istituzionali e, soprattutto, di quella teatrale categoria che sono ormai gli esponenti dei partiti e delle organizzazioni che ruotano intorno al potere, che risultano sempre altisonanti, lussureggianti per obbedienza a fini ed interessi che non appaiono e non risultano mai disinteressati, né equilibrati, né ponderati, ma solo esibiti (ovvero esposti, mostrati), appunto, per lanciare con lussureggiante altisonanza (mi si conceda il neologismo), parole-esca da cui sperare una pesca fruttuosa in termini elettorali.

Ma seguiamo il significato originario della parola orgoglio associato al termine “petulante”. Prestando fede all’origine storica che ha determinato l’esistenza stessa dell’orgoglio (senza la sua dimensione fono-materica, esisterebbe questa forma affettiva che chiamiamo orgoglio?), la qualità di chi è petulante, non rientra propriamente in nessun recinto semantico collegato a qualche nozione di virtù. Il concetto stesso di petulanza (la cui forma mi ha ispirato il neologismo della altisonanza) si porta dietro un fardello decisamente negativo. Secondo quanto riportato nella Treccani, si tratta di un “atteggiamento di insistenza fastidiosa, arrogante invadenza, intromissione inopportuna e continua”. Che descriverebbe comodamente la sensazione ricavata da quanti esprimono disappunto nei riguardi di manifestazioni, compresa quella dell’orgoglio omosessuale ma il riferimento è estendibile agli scioperi che rivendicano forme di “dignità” lavorativa e altri, che risultano quanto meno invadenti dello spazio comune che, ovviamente, non è quello fisico della città destinato al corteo, ma quello emotivo della cultura condivisa. Che, appunto, si rivela non essere così condivisa o, almeno, non del tutto e non per tutto.

In sostanza, in un tempo in cui ciò che alcuni seguono a definire il “fenomeno della omosessualità”, risulta ormai definitivamente entrato nell’orizzonte culturale di tanti paesi, soprattutto occidentali, il richiamo all’orgoglio che mi pare rischi di essere un errore strategico che ottiene l’effetto opposto di quel che dichiara. Orgoglio, infatti, richiama in tutti l’idea di una forza sentimentale che si chiude nella propria identità per fronteggiare un pericolo proveniente da una dimensione esterna. Non a caso, uno dei rarissimi significati positivi che è possibile associare alla parola orgoglio, è quello che parla di “orgoglio nazionale”. L’esempio storico più “lussureggiante” della nostra vicenda di Nazione, è certamente quello del Piave. Ma a parte questa modalità, l’orgoglio è in generale un alibi per procurare dolore e sofferenza, che avvenga in modo preordinato (orgoglio politico) o casuale (orgoglio ferito).

Proclamare la giornata dell’orgoglio omosessuale, secondo questo ragionamento e osservando le dinamiche culturali che mette in gioco, significa “invadere con arroganza” lo spazio (esteriore ed interiore) che è anche di altri, imporre un tempo di attenzione esclusivamente dedicato e concentrato su se stessi. Una versione apparentemente legittima del rovesciamento carnascialesco che permette, semel in anno, di bruciare il totem dei Signori ma per riaffermarne la supremazia per tutto il resto dell’anno. Una manifestazione dedicata all’orgoglio omosessuale risulta quindi capace di far tirare un sospiro di sollievo a chi non ne condivide nulla e spinge i suoi sostenitori a ritornare serenamente dentro quei margini un po’ nascosti dai quali sono come risorti simbolicamente solo per un giorno. Con viva soddisfazione di chi, volendone contrastare la presenza, ha ormai compreso che è sufficiente sopportarli per un giorno per tornare a ignorarli per il resto dell’anno. Non ho mai conosciuto nessuno che dopo una giornata trascorsa, per caso o no, seguendo le celebrazioni degli omosessuali, si sia poi convertito a qualche forma di maggiore sensibilità o vicinanza nei confronti di un gruppo umano di cui non importa quantificare la consistenza. Altro aspetto del tutto inutile a cui sento spesso far riferimento come se il tema si dovesse imporre perché “ormai sono tanti”. Una autentica assurdità, una clamorosa sciocchezza.

Se l’omosessualità è una forma di vivere che si pone come una delle possibilità esistenti, non è dato comprendere per quale fine si debbano perpetuare forme di apparente difesa della categoria che vanno invece nella direzione del contrasto aperto e manifesto, della lotta frontale, dell’invasione di campi altrui. Vi è una contraddizione in termini che mi pare evidente. Come può un gruppo, accomunato da un interesse specifico, chiedere autonomia di spazi mentre contemporaneamente invade gli spazi degli altri? Più che una rivendicazione appare come una richiesta del proprio turno per esercitare a sua volta le proprie intolleranze, ingiustizie, discriminazioni. Basterebbe pensare alle difficoltà che vivono quanti cercano una strada in “mondi sociali” che sono tradizionalmente gestiti e sorretti dalla comunità gay. Le dinamiche umane, le incoerenze dalle quali sorgono ingiustizie, prepotenze e sopraffazioni, non conoscono, esse no, barriere e sono trasversali. Ovunque vi sia preponderanza di un gruppo, di genere o no, vi è una forma di discriminazione nei confronti degli “altri”. In tal senso mi fanno sorridere le illusioni, statistiche alla mano, di chi ritiene che un genere sia migliore dell’altro. Se non vivessimo un’epoca ancora primitiva delle relazioni umane (lo ripete sempre Morin che non a caso sottolinea il concetto di antropocene per evidenziare la centralità tragica dell’Uomo nella caratterizzazione di questo periodo della storia della Terra), avremmo certo già superato i problemi discriminatori e le feste di qualsiasi “orgoglio”.

Quello che ancora trovo singolare è la totale assenza di consapevolezza da parte di chi partecipa a questa espressione festiva del proprio orgoglio di genere. A parte che da festeggiare mi pare ci sia abbastanza poco. E a parte che tali festeggiamenti sembrano non tenere conto dell’unico importante dato ormai saldamente acquisito che è quello dell’esistenza riconosciuta e diffusa e, soprattutto, libera di un terzo genere che a me pare la più forte ed importante affermazione del “principio del terzo incluso” che definisce il mio pensiero e anche la mia attività di educatore di orientamento transdisciplinare. L’accettazione sul piano sociale del terzo genere ha finora generato prevalentemente posizioni di rendita da parte di personaggi che vi hanno intravisto un trampolino di lancio o un contenitore di voti per fini che sono direttamente connessi alla gestione del potere. In realtà a me pare che il valore della presenza della comunità gay stia nel fatto che concretamente, connettendosi al piano relazionale di ogni società dove è liberamente concesso di vivere la propria sessualità senza forzature, si forma una dimensione umana che ospita di fatto ciò che fino a poco tempo fa era considerato con gli occhi della logica aristotelica un terzo da escludere. Un evento non previsto che si collocava fuori della logica binaria che ha prevalso fino a tempi recentissimi, almeno fino all’apparire dell’epistemologia della scuola di Vienna che ha invece iniziato a mettere in discussione quello scientismo che è stato, da Newton in poi, il “potere gestionale” con cui la logica ha governato dovunque, nelle menti delle persone come delle società. Da allora si sono moltiplicati i pensatori che hanno spinto ad una riconsiderazione degli orizzonti della logica. Come già avvenuto per la invenzione di altre geometrie che si sono distanziate da quella euclidea (sulle cui idee abbiamo costruito la nostra rappresentazione del mondo e delle sue leggi), almeno a partire dalla scoperta dello spazio curvo (la Relatività di Einstein) che ha quindi spinto alla ricerca di altre forme.

Siamo abituati all’idea che le nuove scoperte siano e debbano essere frutto della scienza e della tecnica. Dimentichiamo che siamo sostanzialmente uomini e che tutto ciò che produciamo nasce nella dimensione della nostra irrinunciabile umanità. Restiamo umani, fatti cioè della stessa sostanza (anche del Padre, per chi vuole), persino quando facciamo scelte diverse in ordine al modo di vivere la nostra sessualità. E per tale ragione dovremmo sempre muoverci con medesime priorità. Aspetto che appare molto dietro le quinte in fenomeni, questi sì, come l’immigrazione dove pare che l’Europa, per citare orizzonti a me vicini, reciti un po’ a soggetto. La realtà, a mio giudizio, è che la società umana intesa come comunità di destino (anche in questo caso è illuminante il pensiero di Morin che raccoglie e organizza con nuova originalità tante istanze emerse da altri pensatori di svariati campi), è lo “spazio” concreto in cui ogni individuo dà e riceve un contributo che influenza a sua volta tutta la comunità. Magnifico esempio di “tutto” in relazione alle sue “parti” e viceversa, espressione “emergente” (in senso moriniano) della complessità che ci caratterizza. È da questa dinamica che possiamo attenderci un divenire rassicurante e di crescita delle nostre società, ovviamente pensando al divenire di concezione deleuziana, altrimenti resteremmo di fronte a quelle logiche di potere, ancora in atto, che sono sorte dalle interpretazioni del pensiero di Nietzsche. In questa prospettiva trovo singolare, ma non mi stupisce, che le rivendicazioni del cosiddetto “mondo omosessuale” non abbiano trovato un termine più adatto dell’orgoglio per svolgere il proprio compito di riequilibrare, in meglio, l’intera società e non solo se stessi. Non è l’eccesso di enfasi, la smodatezza rituale, l’egocentrismo festivo con cui si celebrano le giornate dell’orgoglio che aiuterà l’affermazione definitiva – nelle forme in cui io le auspico, ovvero di riassestamento complessivo dell’equilibrio di ogni organizzazione sociale inteso come intrinseco miglioramento verso un livello superiore di umanità – delle organizzazioni sociali che sappiano veramente includere tutte le proprie componenti, compresa quella che si riconosce per una scelta sessuale. Sarà piuttosto una ricerca costante e non episodica di “dignità” – e non di “orgoglio” – a far emergere/consentire che gli elementi di una medesima organizzazione si tengano insieme producendo un “tutto” di livello migliore.

Anche qui risulta illuminante la ricerca delle origini del termine: dignità, infatti, pur provenendo dal latino dignus, ossia “degno”, si porta con sé il precedente greco di “ἀξίωμα” che conteneva sia il significato di dignus, che di “assioma”. Ora, è noto che quest’ultimo termine indichi un principio, un principio che racchiude o da cui discende una verità, qualcosa, insomma, la cui sola presenza esprime una verità non sottoposta a verifica, vera di per sé, evidente (che si vede di per sé). In questo modo, con la parola dignità si mettono insieme, strategicamente, sia quell’idea di “condizione nobile”, cioè degna, tipica (o almeno che dovrebbe essere tipica) dell’Uomo, sia la sua evidenza di principio che non ha bisogno di nulla per essere ritenuta vera e dunque ineluttabile, non rinviabile, non opponibile. Tutte caratteristiche che sfuggono (ma aiuterebbero) a chi si batte per l’affermazione sociale della omosessualità. La lotta sociale e culturale, per concludere, dovrebbe prendere una direzione, per così dire, kantiana, nel semplice senso che dovrebbero divenire “assiomi dell’intuizione” (oltre ai concetti di spazio e tempo di cui parla il filosofo tedesco), taluni concetti fondamentali della convivenza civile, quale quello della scelta della propria identità sessuale. Sempre in termini banalmente kantiani, dovremmo cioè saper raggiungere un livello capace di consegnare a chiunque una sorta di “giudizio a priori” che invece di produrre – come accade oggi – una idea di alterità diffidente sostenuta da un orgoglio identitario – fosse capace di diffondere una idea di complessità inclusiva, dalla quale discenderebbe, stavolta sì, un mondo migliore di cui non possono farsi carico, per semplice e passeggera condizione anagrafica, i giovani di ogni generazione. La dignità di ogni essere umano vivente, infatti, è tale che gli è dovuta a prescindere se sia uomo o donna, etero o omosessuale, residente o migrante persino (aggiungerei almeno quest’altra disdicevole questione che dimostra il grado primitivo delle nostre competenze relazionali).

Alla tirata dei conti, per esser chiari, vedrei con maggiori possibilità di successo concreto una giornata mondiale della “dignità omosessuale” che prendesse il posto dell’attuale, inutile e controproducente orgoglio. Il passaggio, però, dovrebbe avvenire con la lucidità che ho cercato di esporre, cercando cioè di far divenire quel sentimento sgradevole, sempre esposto al rischio dell’oltre senza ritorno, che è racchiuso nella storia e nella cronaca della parola orgoglio, un sentimento di dignità. Va cioè inteso che dove c’è orgoglio, c’è rivendicazione di identità chiusa in se stessa, impermeabile alla creazione e al mantenimento di relazioni con un intorno dal quale ci si isola per effetto stesso dell’orgoglio, al massimo è consentito che le relazioni si mantengano senza interferire con quel blocco di compattezza che l’orgoglio rivendica e definisce. Ovviamente ci riferiamo ad una realtà che sfugge ad ogni compromesso, ad ogni movimento di avvicinamento verso altre identità, altri orgogli, con ciò statuendo l’impossibilità di un oltre condiviso. Paradossalmente, laddove vi sia rivendicazione di orgoglio, dunque, come ragione di vita e sopravvivenza, contemporaneamente si ha affermazione e rivendicazione di una condizione di stasi, di assenza di movimento e di negazione di relazione, che è un’altra dimensione del movimento, anch’essa negata. Ma dove c’è assenza e negazione di movimento non può esserci vita, così l’orgoglio rivela la sua natura mortifera, esattamente l’opposto di ciò che predica. Al contrario accade per il concetto di dignità che è bene leggere alla luce del concetto di divenire che ci fornisce Deleuze quando parla del divenire nel mezzo. La dignità, cioè, è una dimensione potenzialmente aperta dentro la quale ciascuno può entrare, uno spazio concettuale che ciascuno è in grado di rivendicare per sé e per il proprio gruppo nel quale si riconosce. Per tale ragione, in questo regno di mezzo si incontrano teorie e pensieri diversi che, della dignità appunto, fanno terreno di mutuo scambio. Intorno al concetto di dignità dunque, esiste un universo di relazioni ed intrecci che fanno da sfondo a ciò che ciascuno ritiene il fuoco della propria attenzione riguardo alla dignità. Da questo tessuto di relazioni nascono ulteriori intrecci e nuove relazioni si istituiscono, per semplice osmosi o per effetto di nuovi ingressi, come ogni organizzazione concettuale, anche quella che qui consideriamo è soggetta a spostamenti e ricerca di nuovi equilibri. Il concetto in se stesso accoglie tutto e raccoglie tutti, salvo che, successivamente, ciascuno dopo essere entrato nel concetto di dignità con un proprio bagaglio, ne esce con uno in qualche misura diverso, per effetto delle relazioni che ha dovuto intessere per rapportarsi al proprio concetto stesso di dignità. Certo, si può uscire da questo universo di relazioni con una posizione di netto rifiuto di tutto ciò che non corrisponde alla propria fisionomia, ma resta il fatto che chi decide di chiudersi in un solo modello di dignità alquanto ristretto, conosce contemporaneamente il contenuto degli altri possibili modelli. Per ciò stesso, dunque, si nutre della differenza più che della propria identità, la presenza dell’ “altro”, cioè, gli è necessaria ancor più che della presenza del sé medesimo. Ed è evidente come tutto ciò sia frutto di un intrinseco movimento che, come detto prima, è la forma della vita, di ciò che vive e che non può essere statico, come accade per l’orgoglio. Ebbene questo spazio comune dove ogni particolare concetto di dignità si insinua e crea relazioni necessarie, è appunto quel “mezzo” che caratterizza il divenire di Deleuze. La propria visione di dignità, in sostanza, si calibra attraverso l’incontro, scontro e confronto con le altre visioni della dignità. Ciò non significa che la dignità di un individuo o di un gruppo si trasformi in quella dell’altro, ma che per sostenere la propria visione di dignità occorre pensarla con la prospettiva delle altre visioni, progettare la propria idea di dignità comporta uno sforzo previsionale nei termini dell’altrui visione del medesimo concetto. La radice della parola stessa dignità, come si è già richiamato, spiega questa particolarità dato che un assioma non è che un punto di partenza necessario per costruire un quadro teorico e, come tale, è principio di movimento. A differenza della natura petulante del concetto di orgoglio che nega il movimento in quanto ripetizione sempre uguale a se stessa che fa dell’insistenza, sua specifica forma di movimento, la propria cifra e che è sostanzialmente un battere sul punto, senza aprire né consentire l’avvio di un qualsiasi movimento.

La rivendicazione di un orgoglio, per concludere in termini figurativi, è come l’azione del battere con un martello su un chiodo già piantato. Per l’analisi psicologica, infatti, è materia dell’ego, la parte meno interessata alla “diversità” e dunque all’incontro con un “altro” che sia persona o concetto o luogo o dimensione. L’ego non si muove, gira intorno a se stesso e su di sé sta. La rivendicazione di una dignità, invece, è come segnare con la matita un punto e da lì iniziare il proprio disegno. In chiave psicologica, tratta della profondità dell’ “essere”, un luogo della personalità che sta in un fondo da cui emerge e per ciò stesso richiede un movimento, un avvicinamento, un approssimarsi, un andare e venire. Questa sì dimensione del divenire, del movimento e della possibilità di incontro, scontro, confronto con ogni “altro” con cui sia dato imbattersi.

Perché, dunque, essere orgogliosi dell’omosessualità e non rivendicare invece una propria “dignità”?

Dentro la scuola italiana: le sue ombre svelate da un preside coraggioso

intervista di Fabio Macaluso sul blog “Impronte digitali”, L’ESPRESSO del 5 ottobre 2018 http://improntedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/10/05/dentro-la-scuola-italiana-le-sue-ombre-svelate-da-un-preside-coraggioso/

Giampiero Finocchiaro è un protagonista della scuola italiana che si inserisce a pieno titolo nel solco degli educatori che aprono nuove strade.

Filosofo e antropologo, è stato docente e dirigente scolastico. Per scelta ha diretto per un periodo durato più di un decennio una scuola di frontiera nella disagiata periferia ovest di Palermo, realizzandovi, aderendo a una realtà difficile, un progetto educativo innovativo.

Oggi dirige l’Ufficio scolastico del Consolato generale d’Italia di Buenos Aires.

Finocchiaro ha pubblicato diversi volumi di narrativa e teatro e un insieme di saggi dedicati al mondo scolastico.

In coincidenza con l’apertura dell’anno scolastico e in seguito alla lettura del suo ultimo testo “La scuola di chi” è nata questa conversazione, che ha natura disvelatrice su una delle realtà più complesse e “fatiscenti” del nostro sistema politico e sociale.

Professor Finocchiaro si parla tantissimo di scuola, ma sfugge esattamente cosa facciano e in quale quadro operino gli operatori dell’istruzione e come vengano “serviti” gli alunni. Può brevemente descrivere un ambiente scolastico ordinario?

Le scuole sono ambienti di lavoro paradossali. Vi vige una rigorosa procedura di programmazione eppure si vive sempre in emergenza. Il male assoluto è la falsa autonomia che non fornisce gli strumenti necessari. In termini generali, le strutture edilizie patiscono i conflitti gestionali tra Comuni e Presidi, le strumentazioni soffrono l’impossibilità di provvedere alla manutenzione, la vita scolastica patisce lo scarso valore sociale della figura docente e l’aggressività genitoriale, il progetto formativo riflette l’incompatibilità con la vecchia struttura del percorso in tre gradi e, alla tirata dei conti, gli alunni subiscono la scuola tout court. In questo quadro generale e disarmante, chissà per quale miracolo, esistono realtà stupefacenti, ma sempre frutto di dedizione e sacrificio il cui merito è di singole eroiche persone.

L’Espresso ha svelato in un recente dossier che dal 1995 a oggi hanno abbandonato la scuola 3milioni e mezzo di studenti. Dice il nostro giornale: «Il deserto avanza. E il sistema che dovrebbe dare futuro alle nuove piante ne lascia invece seccare una su quattro».

Lo so e non mi stupisce, io stesso se rinascessi oggi non andrei a scuola nemmeno come alunno. Ogni sana energia che vi circola è destinata alla frustrazione professionale, come dimostrano le statistiche sullo stress da lavoro correlato. La pubblica amministrazione è ricca di doti che non sa premiare ed è al contempo zeppa di inutile o dannosa zavorra che non sa eliminare. Gli alunni di ogni età pagano il dazio a una idea di scuola che è serva dei bisogni degli adulti: dai genitori che devono poter lasciare i figli da qualche parte ai docenti che esigono e ottengono di avere lo stesso lavoro anche quando, col loro profilo, non servirebbero più in un quadro di svecchiamento complessivo. Quando nella mia scuola ho avuto bisogno di dare più spazio all’insegnamento dello spagnolo, ho dovuto mantenere una cattedra intera di francese perché la titolare, in part time al 50%, aveva un diritto prioritario a riavere la sede di titolarità alle medesime condizioni in cui l’aveva lasciata. Questo e tanti altri meccanismi dimostrano che la centralità degli alunni è solo un auspicio.

Cesare Moreno, tra i fondatori del progetto “Chance” a Napoli, ritiene che nel nostro sistema continua a mancare un pezzo fondamentale: «abbiamo una scuola parolaia, ancorata alla cattedra, mentre servono più pratiche, meno prediche».

Conosco quel progetto che è frutto di una équipe di cui fa parte anche l’ex Sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria che ha anche scritto l’Introduzione del primo di tre libri in cui ho spiegato il mio progetto formativo: “Autonomia e Innovazione” del 2009. Lui stesso, da Sottosegretario, è voluto venire, seppure in visita privata, nella mia scuola (la “Laura Lanza” di Carini) per comprendere il funzionamento del progetto centrato sul Senso del Bello e l’Innovazione che abbiamo chiamato Metodo EDUCANDOIT. La loro iniziativa riguarda l’area partenopea, la mia quella panormita. Sono analoghe per impianto teorico, assetto metodologico, contesto socio-culturale e target group. In entrambi i casi si è dato spazio a una didattica laboratoriale, informale, circolare che ha messo al centro le individualità degli alunni e fatto del ruolo docente uno strumento facilitatore. Appunto, meno prediche e più pratiche, quindi meno individualità e più comunità.

Il sottotitolo del suo ultimo saggio recita «come realizzare la centralità degli alunni». Nella sua esperienza, lei ci è riuscito?

Nella mia scuola abbiamo lavorato per rendere gli alunni protagonisti reali. Gli allievi volevano la settimana corta, le docenti no, sebbene litigassero per il sabato libero. Abbiamo chiuso il sabato. Le docenti non volevano la responsabilità strumenti tecnologici da usare in classe e li abbiamo affidate agli studenti. Alla scuola media abbiamo diviso le cattedre di lettere e quelle di matematica, creando consigli di classe più numerosi che hanno permesso rapporti più equilibrati in fase di valutazione degli studenti e valorizzato la professionalità delle docenti. Abbiamo affidato le procedure per la sicurezza agli alunni, dalla prima elementare in poi, perché in ogni classe ci saranno sempre alunni presenti mentre la presenza delle docenti è aleatoria e le supplenti di breve permanenza non fanno in tempo ad addestrarsi. Ogni aspetto della vita scolastica è stato centrato sulla comunità giovanile che ha imparato ad amare la scuola come luogo di incontro. Già nel primo anno abbiamo azzerato il vandalismo che aveva reso la scuola un luogo sporco e triste.

Il suo lavoro afferma che la scuola italiana è vecchia perché «è centrata, organizzata sui bisogni degli adulti che ci lavorano». Aggiungerei che il dibattito sulla scuola non viene seguito proprio dai più giovani e che nella stanza dei bottoni vi sono i burocrati ministeriali condizionati dalle forze di governo, qualsiasi colore abbiano.

Il caso della docente di francese è solo uno dei tanti meccanismi di cui parlo nel mio saggio e che dimostrano questa tesi. I giovani “sopportano” la scuola come un rito di passaggio. Viviamo in una società ricca di occasioni “altre” di apprendimento che dovrebbero essere la prima forma di individualizzazione degli apprendimenti. L’attuale sistema di riconoscimento dei crediti per attività extra, non è sufficiente, è solo una rete istituzionale di percorsi rigidi che l’alunno ha facoltà di seguire. In sostanza l’alunno compone un puzzle con i pezzi predisposti dallo Stato. Centralità dell’alunno è l’opposto, è lo Stato che mette insieme i pezzi dell’alunno e ne stila una forma certificata perché divenga spendibile nel successivo percorso di studi o lavoro. Sarebbe il senso più proprio dell’ē- dūcĕre latino. Il sintomo più evidente è l’incidenza di quei casi di alunni che vivono stentatamente la scuola mentre brillano all’università, una volta focalizzata la loro attenzione in un ambito più congeniale. Urge una riforma dei cicli scolastici, la scuola media non serve più e non a caso, tra i pessimi risultati internazionali della nostra scuola, è il segmento peggiore in assoluto.

Andiamo a un tema che ritorna spesso nell’analisi del sistema scuola: la frattura tra generazioni. Come nota lei, non vi è conflitto perché vi è una colpa «di quel gregge opaco che si rifugia in una contestazione mistificatrice per pascolare in situazioni di comodo acquisite». Può chiarire un giudizio così duro?

Guardi, la frattura fra generazioni è un fenomeno sociale ampio e datato. Il tema è che gli adulti pensano sempre, in modo auto referenziale, che i giovani siano “meno” di come erano loro alla stessa età. E quando invece sono preoccupati per i nuovi mali del mondo, gli adulti si lasciano sfuggire una legge dell’evoluzione umana: ogni nuova generazione ha anticorpi con cui contrastare ciò che alle vecchie generazioni appare insormontabile. Di questa fiducia non c’è testimonianza diretta nel sistema scolastico, che è invece basato su un’idea troppo assistenzialista e anti pedagogica. Ci sforziamo di togliere agli alunni ogni pericolo e rischio, ma senza rischio non c’è scelta, non c’è identità e non c’è modo di capire la differenza tra causa ed effetto. Questo impedisce ai giovani di diventare adulti responsabili e costruirsi una identità reale. Il presupposto per un dialogo generazionale è appunto la conquista di una identità collettiva che oggi, nella società di massa, è impedita.

D’altro canto, secondo lei, «il vulnus di ogni riforma sta nella difficoltà di ripensare alla base il ruolo e la figura del docente di scuola».

Chi si recasse in una scuola, anche avesse 500 anni, capirebbe che è una scuola. Tutto il resto del volto sociale è profondamente cambiato. Però se si entra nelle classi si comprende la differenza tra una docente conferenziera che starà in cattedra e rimprovererà ogni distrazione degli alunni, e un docente facilitatore che avrà messo la cattedra in un angolo per muoversi liberamente e stare insieme agli alunni durante un lavoro laboratoriale. Vi sono larghe sacche di resistenza in una categoria formata da filosofi e avvocati, fisici e musicisti, ingegneri e poeti, architetti e atleti, tutte persone con profili diversi e idee diverse sul proprio ruolo a scuola. E non si dimentichi che per decenni abbiamo affidato la cosa per noi più preziosa, i figli, a semplici laureati che non avevano mai studiato pedagogia o psicologia, che non avevano gli strumenti minimi per muoversi in un ambiente con minori. Nessuno, in caso di grave malattia, affiderebbe la propria salute a un neo laureato in medicina; nessuno davanti al rischio di un licenziamento si affiderebbe ad un neo laureato in legge. Eppure i nostri figli li abbiamo messi nelle mani di persone che non avevano la più pallida idea di cosa fosse l’età evolutiva, di come si valutasse, di come si costruisse un’unità didattica. C’è voluta l’ingiustamente deprecata riforma Renzi per avviare un cambiamento.

La scuola dovrebbe svolgere la propria missione di sperimentatore e organizzatore del cambiamento, quasi in senso universale.

Popper diceva che ogni essere vivente ricerca un mondo migliore. Un inguaribile ottimista. Il cambiamento è una tensione che si nutre di senso critico, attitudine umana il cui elogio funebre decretò già Adorno a metà degli anni Settanta quando intravide e intuì la deriva “affarista” che a breve avrebbe sepolto le ideologie. Ripeto che la scuola è per definizione un laboratorio dove ogni società dovrebbe immaginare e preparare il proprio futuro, senza pregiudizi e condizionamenti. Quando non lo fa o lo fa male, non è per caso. L’ignoranza diffusa, infatti, tutela il potere dai rischi del cambiamento. La nostra società è centrata su una visione economicistica. Questo significa che prevale la ricerca di stabilità, secondo l’imperativo dei mercati finanziari che del cambiamento hanno timore. La scuola, però, è motore di cambiamento, o almeno dovrebbe. In buona sintesi, vedo una ostilità non confessata nei confronti della scuola, né bastano gli auspici istituzionali dei discorsi ufficiali. Ciò che conta sono i numeri? Allora mi sembrano conferme le politiche di tutti i governi che sulla scuola hanno investito percentuali inadeguate del PIL, preferendo finanziare altri settori della vita sociale da cui però non è scaturito né cambiamento né miglioramento.

Non è difficile svolgere questo ruolo in una società liquida secondo l’insegnamento di Bauman, dove vige la cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza?

Tutto ciò che è efficace pedagogicamente è imbrigliato, depotenziato, disinnescato da una selva di regolamenti che hanno abbassato il livello qualitativo della relazione docenti-alunni, il solo spazio relazionale ufficiale residuo dove curare le derive del disimpegno. Vi sono molte esperienze eccellenti e buone sparse nel Paese, ma non fanno sistema. Si crede ancora che una buona prassi realizzata in un singolo contesto spazio-temporale possa e debba estendersi a macchia d’olio. L’opposto di ciò che serve in una società liquida, ovvero valorizzare le differenze sparse nel Paese che con diversi strumenti e differenti metodi raggiungono risultati assimilabili in termini di successo formativo. Senza buoni esempi, senza la concretezza della coerenza agita dal mondo della scuola, le giovani generazioni sono trascinate dal mooddella superficialità che regna sovrano tra televisione e internet, ovvero nel mondo virtuale retto dalle leggi di mercato. Contro i mali di cui lei dice, la scuola dovrebbe almeno essere rifondata a partire da una revisione dei cicli che dovrebbero essere due, con il definitivo accorpamento della scuola media a un ciclo primario di sette anni. Ciò farebbe da volano per una ristrutturazione complessiva.

La scuola non deve in ogni caso, come prevede la Costituzione, favorire l’uguaglianza e il funzionamento degli ascensori sociali? Ne ha scritto Christian Raimo in un saggio chiamato “Tutti i banchi sono uguali”.

È pura teoria, dovrebbe ma non lo fa. Io ho sempre lavorato in trincee di disagio e violenza elevati. Le tesi di Raimo coincidono con quelle da me esposte nel mio libro. Questa uguaglianza resta sulla carta, non c’è strutturalmente. Un esempio: nel 2007 al mio arrivo in una scuola di trincea dove abbiamo inventato il Metodo EDUCANDOIT e avviato un percorso formativo basato su Senso del Bello e Innovazione, ho introdotto la valutazione centralizzata degli alunni. Davanti a un computer, a ogni trimestre, essi rispondevano ad alcune domande su tre discipline basilari. Si oppose un gruppo capitanato da una docente nota per non assegnare mai il 10, e sempre tirata nei voti. Nella sua classe, una terza media, vi erano: una alunna a cui dava sempre 9 ed un alunno a cui assegnava solo 4. Nella prima valutazione oggettiva (e nelle successive), senza la presenza della docente di classe, l’alunna prese 7 e l’alunno 6. Deduca lei.

Intanto, secondo uno studio recente, su 100 studenti che ottengono la licenza media, 75 arrivano al diploma e solo 18 alla laurea. Dice il rapporto, «se si trattasse di una fabbrica, sarebbe già chiusa da tempo. Un sistema formativo che fabbrica dispersione è una macchina che gira a vuoto».

In effetti, considerata come comunità lavorativa, la scuola denuncia tutta la sua inadeguatezza. Basterebbe confrontare il tasso di assenteismo della categoria lavoratori scolastici con quelle di altri ambienti pure del pubblico impiego per comprendere che è difficile “mandare avanti la baracca”. C’è un sistema di leggi elefantiaco, una produzione di nuove norme e novellamenti che rende quasi impossibile non commettere errori che danno vita a ricorsi di ogni genere che impantanano la vita scolastica. Si aggiunga la pioggia di regolamenti nuovi che vengono continuamente editati da ogni governo. Impossibile stare dietro a tutto, si procede per buon senso, buona volontà e nella speranza di non farla grossa. Cito due piccole aperture autonomistiche: la prima affidava ai presidi il compito di individuare e premiare i meritevoli, ma si è trasformata, dopo appena due anni, in un’ennesima distribuzione a pioggia; la seconda permetteva loro di assumere pochissimi docenti selezionati entro una lista predisposta dai provveditorati. Entrambe naufragate nel passaggio di Ministero dalla Giannini alla Fedeli, docente la prima, sindacalista la seconda.

Lei chiude il suo libro con una metafora interessante. Proviamo a immaginare cosa dovrebbe stare dentro la borsa di un docente.

La cosa più antica del mondo, la consapevolezza del ruolo dell’educatore: la capacità di dare l’esempio. Le basterà confrontare i dati sulla presenza dei docenti alle assemblee per le quali è previsto l’esonero dalle lezioni con quelli sulla presenza degli alunni alle assemblee che prevedono l’interruzione delle attività didattiche. Gli stessi. Si renderà conto che la scuola rischia di essere il luogo in cui si replicano quei difetti sociali che un laboratorio per il cambiamento, qual è la scuola, dovrebbe cancellare e sostituire con virtù civiche. Il Ministero ha compiuto un grande sforzo per rinnovare la strumentazione delle aule, una delle buone cose che pur esistono e si fanno. Ma ricordo anzitutto a me stesso, che pur in assenza di nuove tecnologie, dove c’è un vero “maestro” ci saranno comunque sia buona educazione sia alunni che non lo dimenticheranno mai.Condividi:

Tra Heidegger e il Covid 19

Il tempo che stiamo vivendo, viene definito da tutti come un tempo “sospeso”. Questa sensazione generale, quasi unanimemente condivisa, pone delle domande, su cosa significhi “sospeso” e, appesa alla precedente, per quanto tempo durerà questo tempo. Il nostro “essere”, cioè, vive una diversa dimensione temporale, una dimensione nella quale il tempo non è più solo una coordinata spaziale, correlata con la dimensione fisica dello spazio, ma diviene dimensione ontologica in cui ciascuno esplora uno spazio dimenticato o che ci si è abituati a ritenere residuale: la nostra interiorità.

Attenzione, non intendo dire che stiamo scoprendo il mondo interiore, siamo anche troppo bombardati da sollecitazioni che pescano nella interiorità per perseguire fini ed interessi che sfruttano la nostra interiorità per incanalare le nostre esistenze su binari predefiniti, utili ad altri che restano dietro le quinte. Dico però che questo tempo sospeso della quarantena ci sta obbligando a percorrere “sentieri interrotti” nel bosco della nostra vita interiore.

I pochi fortunati che hanno avuto modo di studiare un po’ di filosofia avranno già sentito risuonare gli echi del pensiero di Heidegger. Il suo pensiero ha lasciato una influenza che ancora perdura e che la complessità della contemporaneità sembra addirittura rinvigorire. Secondo lui veniamo al mondo per vivere il nostro progetto. La domanda che lui ci aiuta a farci è se il nostro essere veramente noi, se cioè l’ “io” di ciascuno di noi corrisponde ad un progetto autentico e sincero o non sia piuttosto il risultato scomposto ma preordinato di tante influenze esterne: delle strategie di marketing che sono ormai linguaggio comune delle aree del commercio, della pubblicità, della politica e persino del sindacalismo nella sua ultima e incoerente forma. Heidegger, insomma, ci ha spinto a distinguere tra un “io” di superficie che tuttavia noi riteniamo profondamente vero ed un “io” profondo che solo discende da una autentica conoscenza di quel mondo interiore dove ha base la nostra identità, dove risiedono le scelte fondamentali che ci definiscono come individualità uniche e irripetibili. Troppo evidente, infatti, che gli “io” influenzati da quanto sopra ricordato, si assomigliano tutti. Basterebbe guardare ai “modelli” antropologici che rappresentano i casi di successo dell’epoca moderna. I personaggi della televisione si assomigliano tutti, complice il ricorso ad una chirurgia estetica che applica le stesse “forme” al viso e al corpo di tutte, per esempio, le show girls, le presentatrici e persino una parte delle giornaliste. Ma non si creda si tratti di un fenomeno di genere. Anche i giornalisti televisivi, cioè quelli conosciuti dal grande pubblico, si assomigliano tutti, vanno per modelli di successo. Una analisi prossemica mostrerebbe con facilità, attraverso il rilevamento del linguaggio gestuale, della postura e del modo di rivolgersi agli interlocutori, che esiste una intera categoria di giornalisti che replica il modello “Santoro” per auto-mimesi, cercando cioè di sfruttare il successo del modello di riferimento.

Quando Heidegger si chiede, dunque, cosa definisca ciò che chiama l’ “esserci” (Dasein), egli spiega che si riferisce ad un concetto di “autenticità” che ha a che fare con la condizione tipicamente umana: la mortalità. L’idea della morte, dal cui timore o spavento deriva un senso di angoscia esistenziale e che ha un ruolo importante nella invenzione (uso il termine secondo l’etimo latino dell’invenire) delle religioni, pone un dubbio o, meglio, ci pone davanti ad una scelta a campo logico, delle due l’una: o la si ignora (fingendo che non ci riguardi fino a quando non si approssima la fine) o la si assume.

Normalmente crediamo che a definirci siano tutte le cose che facciamo nella nostra vita quotidiana. Il nostro lavoro, il nostro ruolo in società, le nostre relazioni, le cose che abbiamo, i nostri averi, la nostra casa, quella in città e quella al mare, quella popolare, quella abusiva, quella occupata, i nostri viaggi durante le ferie, i nostri successi e anche i nostri fallimenti. In realtà, tutte queste cose non sono la nostra essenza, ma semplici possibilità, alcune concretizzate come le si voleva, altre come si è potuto, altre ancora che non sono diventate affatto concrete, rimaste a livello di desideri, intenzioni, rivendicazioni che pure, anche se ad un altro livello, formano un addentellato delle precedenti. Se tutte queste “cose” le riteniamo aspetti del nostro “io” è perché veniamo da secoli di storia del pensiero che ha oggettivizzato l’essere come qualcosa che è nel mondo al pari di altri oggetti come la natura, con la sola differenza che l’essere umano è dotato di facoltà cognitiva per cui vede e comprende gli altri oggetti (sebbene pensando proprio alla relazione tra Uomo e Ambiente il dubbio che sappia “vedere e comprendere” si fa davvero grande). Tutto sommato, fino ad Heidegger non siamo andati molto più in là dell’idea che Parmenide espresse nel VI secolo a. C. quando disse che l’essere è e non può non essere; e che il non essere non è, ed è necessario che non sia. Certo si è passati da una visione immobile dell’essere ad una compatibile col divenire storico, ma sostanzialmente senza compromettere l’impostazione presocratica che si è strutturata col passaggio da Platone e Aristotele per giungere fino ad Hegel che ha abbattuto limiti importanti (l’essere come limite del pensiero) ma sempre con il primato della Ragione. La fiducia nella stabilità delle categorie e dei giudizi che oggettivizzano la mente umana con Heidegger invece scompare, sollecitata da un senso storicista che nel progetto umano non può vedere modalità uniformi date per sempre, la mente umana è anch’essa partecipe della mobilità che caratterizza il nostro essere progetto. Sostanzialmente, in Heidegger c’è una diretta anticipazione di quella teoria della complessità che ritiene un limite il riduzionismo scientifico (così le filosofie come quella kantiana) che scompongono in parti per conoscere il tutto. Per Heidegger l’uomo è un intero che ha sempre qualcosa in più o in meno della somma delle sue parti, che rappresenta la sua unicità, che definisce il suo Dasein, il suo progetto vitale.

Il salto che Heidegger ci ha fatto fare è quello di cui prendiamo incoscientemente coscienza in questi giorni di tempo sospeso. Tutti noi abbiamo dovuto fare i conti con la sottrazione di un orizzonte vitale fatto di progetti a breve scadenza, come l’abitudine di recarsi in palestra o incontrare gli amici per l’aperitivo; di media scadenza come l’avere programmato un viaggio in estate; o, infine, di lunga scadenza come potrebbe essere aver fissato la data di matrimonio fra due anni, o rinviato l’acquisto di casa ai prossimi cinque anni programmando dei risparmi preliminari. Ciò che abbiamo dovuto improvvisamente eliminare dalla nostra vita produce conseguenze diverse. Ciò che era a breve scadenza ci ha infastidito, ciò che sembra sfuggire a medio termine ci dà paura, unitamente alla speranza che tutto questo passi in fretta, perché ci spaventa non poter recuperare quei progetti specifici come una vacanza programmata. Ciò che si trova a lunga scadenza, invece, ci dà ansia, un’ansia che parla di un futuro di cui non si conoscono i contorni, i vincoli, le condizioni. Qui non è più la festa di matrimonio il problema, se si farà o meno – sarebbe solo un’altra paura e chi la vive in questi termini effettivamente ha solo una paura in più – ma il futuro e la domanda interiore è: cosa ne sarà di noi. È stato proprio Heidegger a distinguere tra paura ed ansia a seconda che sia riferita a qualcosa di circoscritto e noto oppure legata ad un ignoto che non ci dà strumenti di difesa. Contro la paura esistono la fuga e la difesa, contro l’ansia non abbiamo null’altro che la meditazione se non si vuole fare ricorso agli psico-farmaci.

Come di fronte alla morte, anche in questa esperienza di quarantena, con i suoi echi di morte giornalmente diffusi dai quotidiani e dalle televisioni, viviamo quel tempo sospeso che è tipico della morte. La morte ci sottrae a tutto, senza preavviso, non ci lascia il tempo di salutare chi vorremmo, di chiedere perdono, di sistemare le nostre cose, di pronunziare le ultime parole. Si muore senza il conforto di un sistema. Mentre ci siamo abituati a vivere con e dentro un sistema. Siamo divenuti – Heidegger ci metteva in guardia – pezzi o ingranaggi (a seconda del livello di coinvolgimento) di un mega organismo, iper-strutturato, che è la società capitalista di produzione; chi non è coinvolto è perché alla stessa stregua è parte di altri organismi super-strutturati come organi centralisti votati al controllo delle comunità di cittadini. In questo senso le sensazioni che oggi proviamo, di fronte a ciò che abbiamo perduto, temporaneamente o chissà, sono richiami del nostro mondo interiore che ci spinge a farci le domande più profonde ed intime: chi siamo veramente e cosa veramente vogliamo essere, cosa desideriamo per il futuro nostro e degli altri? Vogliamo davvero tornare a un mondo in cui iniquità e disuguaglianza corroborano un sistema che offre dignità solo verbale e formale ai cittadini, ma non reali forme di democrazia? Come davanti alla morte ci corre rapidamente davanti agli occhi tutta la nostra esistenza (almeno, così ce lo raccontiamo) ma solo coi fotogrammi delle cose importanti, anche questo tempo sospeso ci sta facendo riscoprire la giusta gerarchia delle cose veramente importanti. Abbiamo vissuto per lungo tempo convinti che nulla potesse impensierirci e probabilmente questa pandemia è solo uno degli eventi che il futuro ci farà conoscere.

Oggi osserviamo con più orrore l’arrossamento della pelle delle infermiere che per dodici ore hanno assistito i malati in rianimazione, che le immagini della gente che muore nei teatri di guerra sparsi per il mondo, magari dopo anni di indifferenza e privazioni, magari dopo torture fisiche inaudite. Ma l’esposizione mediatica ci ha abituati alla morte degli altri (ancora un concetto heideggeriano), senza prepararci all’ansia di questo scenario che ci sottrae allo stordimento quotidiano della società dei consumi, quella che ha tagliato i fondi a sanità e istruzione per perseguire la chimera del profitto. Che non c’è stato. Mentre tutti siamo stati trasformati prima da persone a cittadini, poi da cittadini a consumatori e infine da consumatori a clienti, ognuno con la sua fidelity card che fa capo ad una multinazionale francese o tedesca o americana o araba o cinese. Siamo ancora nel mondo della opposizione tra una classe egemone (oligarchica) e tante classi subalterne, ognuna delle quali manipolata da una multinazionale. Siamo prodotti in serie, che di tanto in tanto si risvegliano per un evento fortuito ed hanno l’occasione di tornare a cambiare il mondo, perché ogni crisi è tale da un solo lato della moneta. Dall’altro lato, infatti, c’è sempre una opportunità che bisogna saper cogliere. Occorre, come suggeriva Heidegger, assumersi la responsabilità del vivere, assumendo la morte come orizzonte non buio, misterioso e pauroso, ma come limite storico del nostro essere nel mondo. Ognuno di noi è manifestazione dell’essere, ognuno con una forma diversa ed unica. Non occorre mettersi d’accordo su una meta comune, se davvero assumessimo la prospettiva heideggeriana, se facessimo tesoro dell’apprendimento forzato di questo tempo sospeso, torneremmo a curare e proteggere quel dialogo umano che è la base di ogni democrazia e che nasce naturalmente quando le persone vivono il loro progetto come esperienza individuale di un essere comune. Passeremmo dal disorientamento descritto dalla società liquida teorizzata da Zygmunt Bauman alla coscienza della Terra-Patria di cui parla, inascoltato, Edgar Morin. E finalmente sarebbe il mondo migliore che sempre risorge dopo una grande crisi.

Corona virus, accettare la sfida

La guerra del Corona virus non è una guerra. Direi, piuttosto, una sfida. Vediamo perciò di comprendere insieme i termini di questa sfida.

Al suo insorgere, effettivamente, la dimensione “epidemica” che di volta in volta coinvolgeva singoli paesi, metteva in campo dispositivi di intervento, e dunque forme di pensiero, riflesso di modelli ancora tradizionali. In un saggio del 2010, Byung-Chul Han rifletteva sugli scenari contemporanei rilevando il generale attardamento delle società, quelle occidentali in testa, su modelli desueti. Modelli che nella sua lettura riflettevano un paradigma “immunologico” non più capace di cogliere la complessità contemporanea. Di questa, infatti, ne sottolineava la sostanziale incompatibilità col precedente modello immunologico. I modelli del passato sono quelli di un’epoca che chiama “batterica” dove è essenziale la presenza di un “altro” contro il quale opporsi. Ma l’epoca contemporanea è piuttosto un periodo “virale”, un tempo, cioè, in cui non esiste più una distinzione netta tra interno ed esterno, tra amico e nemico. Tanto la sfera biologica quanto quella sociale, in sostanza, sono state caratterizzate da dinamiche di “attacco e difesa” che hanno trovato nell’Altro, nell’Estraneo il necessario opposto. Oggi “al posto dell’alterità abbiamo invece la differenza che non provoca alcuna reazione immunitaria”[1]. Leggi tutto “Corona virus, accettare la sfida”

Il giubilo e l’innocenza

Non mi piace il calcio. Ho sempre preferito gli sport. Sono cresciuto in questa dicotomia insanabile: il football da una parte, gli sport dall’altra, tutti gli altri. Ma non come la raffinata distinzione degli inglesi tra Jam e Marmalade che pone una differenza in positivo che ci saremmo attesi dalla Sicilia, posto che Marmalade si può dire solo delle arance mentre Jam di qualsiasi confettura. Leggi tutto “Il giubilo e l’innocenza”

Il poeta muore sempre due volte

Ho recentemente seguito i lavori di un congresso a Buenos Aires. L’occasione è stata ritenuta ghiotta per invitare – senza alcuna ragione a mio avviso – la compagna degli ultimi anni di Borges, Maria Kodama, sposata pochi mesi prima di morire. Mi è già capitato altre due volte di trovarla ospite da qualche parte per ricevere premi alla memoria del marito, che però, in pratica nascono pensati per lei e a lei vengono consegnati. Mi chiedo se nella loro casa siano di più quelli ricevuti da lui o quelli accumulati da lei da quando la sorte ha deciso che il primo tornasse ad alimentare il ciclo dell’universo, mentre l’altra restava ancora quaggiù a poggiare i piedi sul pianeta azzurro. Evento del tutto casuale che però è intervenuto a decidere le sorti del futuro, per lo meno di quello immediato, di quella eredità intellettuale che George ha lasciato ad una umanità variamente popolata e che rimane vincolato alle “autorizzazioni” della moglie sopravvivente. Leggi tutto “Il poeta muore sempre due volte”

Avete visto la Rivoluzione?

Avete visto la Rivoluzione? Se n’è accorto qualcuno? Possibile che questa notizia non faccia nemmeno eco? Eppure è sotto gli occhi di tutti, anzi, dentro.

E questo spiega perché nessuno si è accorto della Rivoluzione. Pur vivendola in prima persona, in massa. Il fatto è che siamo abituati – da quanto abbiamo studiato a scuola – a vedere la Rivoluzione come un fenomeno sociale collettivo, rumoroso, sanguinario, caotico. Ma dovrebbe essere chiaro, dopo cent’anni di studi e ricerche antropologiche e sociologiche, che i fenomeni sociali sono abiti, definiti dalla cultura del tempo e del luogo. La civiltà europea ci ha abituato ad una idea di Rivoluzione definitivamente compromessa coi fuochi e gli stendardi dell’Epopea francese di fine Settecento. La sua anticipazione nel continente americano non è che bozza di uno stesso modello concettuale e strategico. Insomma, senza fuochi e fiamme, senza insurrezioni e prese della Bastiglia, senza morti e feriti, pare non ci possa essere Rivoluzione. Analizziamo.

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Immigrazione: nessuna verità

Non entro nel merito (la mia posizione è nota avendo lanciato una sottoscrizione per l’abolizione del permesso di soggiorno), ma osservo: un giudice inquisisce un ministro per snaturare una scelta chiaramente politica, certamente non una scelta delinquente. È legittimo? È democratico? Chi verifica che l’azione dei giudici sia davvero trasparente, disinteressata, apolitica?

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Lotta di genere: la sconfitta degli uomini

Non si riesce a parlarne, il tema rientra tra quelli “no politically correct”. Eppure la situazione è urgente da tempo. Sto parlando dell’eccessiva e colpevole femminilizzazione della scuola che sta producendo, da decenni, danni la cui portata si avvertirà ormai a breve, e durerà a lungo. Perché i processi culturali sono lenti come i cambiamenti che stimolano.

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La scuola degli squilibri

Dalla mia città, Palermo, giunge la notizia di un genitore che ha picchiato un docente. Fidando in una chiacchiera della figlia, senza chiedere un confronto, il cavernicolo ha aggredito ed avuto la meglio su un insegnante, colpevole di fare l’educatore. Magari tra le sue mani imbecilli e i suoi occhi primitivi, è finita una copia fotostatica di un testo di Ibn Hawqal, autore arabo del X secolo, che proprio in Sicilia compì un viaggio in occasione del quale ebbe modo di denigrare i docenti come infedeli (ah cani!), vigliacchi e pessimo esempio per le nuove generazioni in quanto proprio essi, i docenti, si mostravano riottosi al combattimento in nome dell’oppressore. Il docente ora giace ricoverato in ospedale mentre lo scimmione se ne sta a guardare la tivu a casa con in braccio la figliola a cui starà passando perle di saggezza fognaria.

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