Il poeta muore sempre due volte

Ho recentemente seguito i lavori di un congresso a Buenos Aires. L’occasione è stata ritenuta ghiotta per invitare – senza alcuna ragione a mio avviso – la compagna degli ultimi anni di Borges, Maria Kodama, sposata pochi mesi prima di morire. Mi è già capitato altre due volte di trovarla ospite da qualche parte per ricevere premi alla memoria del marito, che però, in pratica nascono pensati per lei e a lei vengono consegnati. Mi chiedo se nella loro casa siano di più quelli ricevuti da lui o quelli accumulati da lei da quando la sorte ha deciso che il primo tornasse ad alimentare il ciclo dell’universo, mentre l’altra restava ancora quaggiù a poggiare i piedi sul pianeta azzurro. Evento del tutto casuale che però è intervenuto a decidere le sorti del futuro, per lo meno di quello immediato, di quella eredità intellettuale che George ha lasciato ad una umanità variamente popolata e che rimane vincolato alle “autorizzazioni” della moglie sopravvivente.

Premetto subito che il centro dell’interesse di questo articolo non è Maria Kodami, degna custode dell’eredità di Borges, elegante e sobria, ma è nella rete di relazioni e dinamiche che si innescano alla morte di un autore riconosciuto. Questa prima analisi fa i conti con aspetti che oggi rischiano di essere fraintesi dal prevalere dei luoghi comuni che da tempo hanno sostituito l’intelligenza, con le conseguenze che sono palesi a chiunque volesse ragionare con la propria testa, se ne avesse ancora voglia. Dal mio punto di vista non esistono cose che non si possono dire in una analisi che cerchi di gettare luce su aspetti degni di interesse. Non entrerò nel merito di questioni come la parità di genere pur ammettendo che, a mio avviso, si tratta di una questione mal posta che obbedisce a interessi particolaristici molto vivi nel campo della politica partitica. Il tema della equità che soggiace al fondo della parità di genere, è un tema universale che coinvolge ogni dinamica sociale tra un elemento prepotente ed uno debole e non è dato comprendere come e perché tale debolezza si debba intendere come un aspetto riservato esclusivamente o in modo privilegiato alla categoria delle donne. Così operando si mantiene l’oscurità su tante altre fasce di debolezza che con questo livello di riflessione politica dovranno attendere decenni di oscurantismo prima che, per qualche ragione politico-partitica, giunga il momento del loro turno per stare sotto i riflettori e ricevere la agognata attenzione. Il tema della equità è nella parità delle opportunità, poco importa se una differenza da correggere si trovi tra generi o tra generazioni diverse, basti pensare agli assurdi privilegi di categoria (parlamentari e loro servitù istituzionali) che rendono il volto delle società moderne rabbioso e carico di violenza. Ma torniamo all’argomento da cui ero partito.

Il tema è secondo me degno di interesse e mi fa pensare al ragionamento di Foucault che ne L’ordine del discorso, analizzava gli intrecci tra discorso, verità e potere. La sua prospettiva, è bene precisarlo, oggettivizzava – mi si consenta il neologismo – il “discorso” come elemento quasi materico di cui volle scoprire tutti gli aspetti, svelarne il e i valori diversamente connessi a tutte le dimensioni della società, da quelli individuali a quelli di categoria e a quelli unitari ed ideologici. La sua riflessione sulle procedure, di controllo e produzione, del discorso è illuminante per comprendere quanta materia si annidi al di là dell’apparente semplicità e persino compattezza di ogni discorso, compreso quello proprio di un autore depositato nei libri che in vita ha scritto e pubblicato. E che dopo la morte restano come oggetti di cui ci si può appropriare. Ho cercato, quindi, di dare un’occhiata a quell’al di là possibile che si nasconde qui sulla terra, originato dal viaggio verso l’aldilà dei cieli di un autore famoso.

Maria Kodami, moglie di Borges, non è la sola ad appartenere a questa categoria che per quel che so –non ho certezze assolute – mi risulta essere una categoria prevalentemente femminile. Voglio dire che se penso ad autori ormai scomparsi, mi vengono subito in mente molte figure femminili che si sono dedicate al mantenimento, diffusione, tutela, vigilanza, commercializzazione (sfruttamento) del marito-pensiero. Se, nella prospettiva che accennavo, barbarica e idiotizzante della parità di genere, la penso al contrario, non mi vengono in mente mariti che si siano dedicati ad altrettanta, spesso remunerativa e in ogni caso socialmente prestigiosa, attività sfruttando il moglie-pensiero. Forse qualche figlio. Situazione non spiegabile con il luogo comune dell’egoismo maschile e dell’altruismo femminile, banalizzazioni prive di senso ma resistentissime. Certo, la prima obiezione è che trattandosi, nel caso delle coppie di marito e moglie, di abbinamenti quasi sempre esposti alla scomparsa anteriore del marito rispetto alla moglie, allora sarebbe facile spiegare la differenza statistica di cui riferisco solo come una impressione personale. Diciamo che di questo versante ho preferito occuparmi in modo ironico in un precedente testo intitolato Perché gli uomini muoiono di infarto e le donne no[1] a cui rimando per sdrammatizzare le preoccupazioni degli uni e alleggerire l’orgoglio delle altre.

Naturalmente non intendo nemmeno fare di tutta l’erba un fascio, consapevole delle differenze anche grandi facilmente rinvenibili tra le molte figure femminili che si sono consacrate alla vigilanza ex post del marito-autore. Matilde Urrutia può ben dirsi una militante a presidio della integrità di Pablo Neruda di fronte alla cancrena di un Pinochet; mentre Yoko Ono, che da artista organizzava concerti senza concerto dove il pubblico doveva immaginarsi da sé il concerto, continua ad apparirmi come una donna che la conoscenza/scomparsa di John Lennon ha reso fortunata.

Ad ogni modo, in questo variegato panorama di donne-tutrici del marito-pensiero e fortuna, accade qualcos’altro di interessante e mi riferisco a quelle truppe “intellettuali” che orbitano intorno a grandi nomi come sciami di meteoriti nefasti, intrappolate dal fascino di un’orbita con cui si relazionano esclusivamente per vincoli di dipendenza e senza prospettive centrifughe. Una volta scomparso il “nume” danno rapidamente vita ad un idolo assecondando il loro bisogno profano di visualizzare il baricentro da cui dipendono. Sono essi, infatti, che costituiscono quello che chiamerei i dintorni del poeta e non è insensato credere che in fondo sono proprio loro che sospingono verso il ruolo di custode del marito-pensiero queste donne-mogli, a volte, ma solo a volte, colpevoli di farsi plagiare da un senso di vanità che le ripaga forse delle difficoltà vissute per stare accanto ad uomini che per esprimersi si isolavano, erano bizzarri, seguivano traiettorie di vita fuori dalle regole, restavano imprevedibili, inaffidabili secondo le convenzioni, sfuggivano alle etichette ed erano colpevoli di essere scomodi. Alla morte di un autore, infatti, all’interno della micro società dove ha vissuto ed operato, scattano meccanismi di protezione della sua eredità intellettuale e morale che per un brevissimo periodo diviene ambulante, una specie di energia santificante capace di ungere il primo che la sappia afferrare e trattenere in una forma, una qualsiasi. Amici, autori minori, parenti, critici, c’è di tutto in questo bailamme post mortem. Ma a nessuno sfugge quello che potremmo definire un “diritto di prelazione della consorte”. Il suo è un ruolo ineludibile. Chiunque cerchi di auto eleggersi continuatore o depositario di alcunché dell’autore morto e sepolto, cerca nella di lui moglie una sponda, una pseudo forma di autorizzazione, un timbro della propria legittimità, un vessillo di autenticità. Si costituisce così, per movimento auto elettivo, una “società di discorso” per dirla in termini foucaultiani, un orizzonte cioè privilegiato e retto da regole rigide che su un determinato tema, in questo caso la vita le opere e il senso del discorso di un autore defunto, non ammette eccezioni. Una società di discorso rispetta e fa rispettare vincoli di controllo e autorizzazione che definiscono la differenza tra ciò che è vero e ciò che non lo è, opera di una casta gerarchica e auto nominata che si rinchiude nel proprio ruolo di organo di potere addetto a delimitare un centro e un fuori, ad alzare barriere e concedere patenti secondo un criterio di verità che è immanente alla società di discorso stessa. Esse “hanno la funzione di conservare o di proteggere dei discorsi, ma per farli circolare in uno spazio chiuso, per distribuirli solo secondo regole strette e senza che i detentori vengano spossessati da questa stessa distribuzione”[2].

Siamo di fronte, cioè, ad un processo che Foucault definiva di “appropriazione sociale del discorso”. Una delle procedure di “assoggettamento” in virtù delle quali ogni discorso non è mai ciò che è ma ciò che risulta, cioè appare, ex post. A me pare una interessantissima visione della relazione tra l’essere e l’apparire, una visione strutturata grazie ad una analisi di processo che svela la complessità di un oggetto/prodotto umano che di primo acchito sembra invece un blocco compatto e inattaccabile. Al contrario, ogni discorso è un oggetto fragile ed esposto che richiede cura, attenzione e onestà intellettuale, limpidezza d’animo, altruismo. Voglio dire che anche nel caso di una moglie che si vota o viene sospinta a incarnare il ruolo di custode del marito-pensiero, assistiamo alla creazione di una “dottrina” con tutte le conseguenze che questo intuitivamente comporta. Non a caso suscita la nascita di rituali quali quelli della consegna dei premi “per essere intervenuta”. Invitare ad un dibattito, ad un congresso o ad un qualsiasi consesso pubblico la moglie di un autore scomparso, prevede sempre la consegna di un attestato che ribadisca il valore amplificato del suo semplice essere presente. In questi casi le viene offerta una targa, dei semplici fiori, una medaglia, un oggetto che simboleggi, nella sua materialità visibile all’uditorio, il potere che nelle sue mani è stato riposto e di cui ella è custode, la sola autorizzata. Ogni omaggio, in tal senso, non è che una raffigurazione simbolica dello scettro sacerdotale tipico della cultura delle Vestali. Ed è, allo stesso tempo, atto di vassallaggio della comunità de “i dintorni del poeta” che ritualmente rinnova la propria devozione e dipendenza. Vorrei sottolineare il valore simbolico della figura delle vestali che nascono nella Roma dei re ed hanno come atto fondante la tutela del dio-fuoco-per-la-dea-Vesta, un intreccio magico-religioso che sostanzialmente tutelava quell’apice di civiltà che tra Grecia e Roma si condensò intorno al modello urbano. Vesta, infatti, era la dea che rappresentava la vita-della-città. Siamo di fronte, dunque, ad un circuito simbolico che si chiude su se stesso. La città produce i simboli che devono proteggerla, essi, per il tramite rituale, si innalzano al punto di essere percepiti come esterni, altri, superiori, capaci di imporre regole a cui la città, si assoggetta, timorosa, fervente di una fede che diventa strumento di salvezza e protezione. Il processo di “appropriazione sociale” procede analogamente: il discorso dell’autore produce le sue vestali che danno vita a regole per la tutela del discorso dell’autore a cui l’autore finisce con l’essere assoggettato. La sola lettura socialmente accettata, infatti, di quella parabola di vita umana che è l’esperienza terrena di un autore, viene imbrigliata in una forma che procede dalla moglie tutore del marito-pensiero, coadiuvata dalle vestali de i-dintorni-del-poeta. Il poeta, in questo senso, mi pare muoia sempre due volte: la prima, quando ritorna al ciclo della natura e la seconda, quando il suo “io” viene soppresso dalla cultura che gli resiste, la cultura degli “altri” che si situano nei dintorni del poeta e ne sopravanzano l’identità sovrapponendosi con la loro visione dell’io del poeta. È un altro recinto in cui possono risultare interessanti le analisi antropologiche sulle dinamiche tra identità e alterità, in questo caso specifico tra un io estinto in natura ma sopravvivente in cultura e l’altro, spesso inesistente in cultura ma sopravvivente in natura. Ma per il momento mi fermo a queste impressioni preliminari, convinto che una chiave di lettura efficace si trovi in quella “complessità” che nella visione di Morin non è soltanto un concetto ma una indicazione di metodo.


[1]           Edizioni Carlo Saladino, Palermo, 2015.

[2]           Michel Foucault, L’Ordine del discorso, Einaudi, 2004, p. 20.

Avete visto la Rivoluzione?

Avete visto la Rivoluzione? Se n’è accorto qualcuno? Possibile che questa notizia non faccia nemmeno eco? Eppure è sotto gli occhi di tutti, anzi, dentro.

E questo spiega perché nessuno si è accorto della Rivoluzione. Pur vivendola in prima persona, in massa. Il fatto è che siamo abituati – da quanto abbiamo studiato a scuola – a vedere la Rivoluzione come un fenomeno sociale collettivo, rumoroso, sanguinario, caotico. Ma dovrebbe essere chiaro, dopo cent’anni di studi e ricerche antropologiche e sociologiche, che i fenomeni sociali sono abiti, definiti dalla cultura del tempo e del luogo. La civiltà europea ci ha abituato ad una idea di Rivoluzione definitivamente compromessa coi fuochi e gli stendardi dell’Epopea francese di fine Settecento. La sua anticipazione nel continente americano non è che bozza di uno stesso modello concettuale e strategico. Insomma, senza fuochi e fiamme, senza insurrezioni e prese della Bastiglia, senza morti e feriti, pare non ci possa essere Rivoluzione. Analizziamo.

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Immigrazione: nessuna verità

Non entro nel merito (la mia posizione è nota avendo lanciato una sottoscrizione per l’abolizione del permesso di soggiorno), ma osservo: un giudice inquisisce un ministro per snaturare una scelta chiaramente politica, certamente non una scelta delinquente. È legittimo? È democratico? Chi verifica che l’azione dei giudici sia davvero trasparente, disinteressata, apolitica?

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Lotta di genere: la sconfitta degli uomini

Non si riesce a parlarne, il tema rientra tra quelli “no politically correct”. Eppure la situazione è urgente da tempo. Sto parlando dell’eccessiva e colpevole femminilizzazione della scuola che sta producendo, da decenni, danni la cui portata si avvertirà ormai a breve, e durerà a lungo. Perché i processi culturali sono lenti come i cambiamenti che stimolano.

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La scuola degli squilibri

Dalla mia città, Palermo, giunge la notizia di un genitore che ha picchiato un docente. Fidando in una chiacchiera della figlia, senza chiedere un confronto, il cavernicolo ha aggredito ed avuto la meglio su un insegnante, colpevole di fare l’educatore. Magari tra le sue mani imbecilli e i suoi occhi primitivi, è finita una copia fotostatica di un testo di Ibn Hawqal, autore arabo del X secolo, che proprio in Sicilia compì un viaggio in occasione del quale ebbe modo di denigrare i docenti come infedeli (ah cani!), vigliacchi e pessimo esempio per le nuove generazioni in quanto proprio essi, i docenti, si mostravano riottosi al combattimento in nome dell’oppressore. Il docente ora giace ricoverato in ospedale mentre lo scimmione se ne sta a guardare la tivu a casa con in braccio la figliola a cui starà passando perle di saggezza fognaria.

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La scuola: tornare al rischio

Mi volto e guardo gli anni passati. Quando ero bambino.

  • Mamma scendo.
  • Dove vai?
  • Giù, in piazzetta, a giocare.
  • Stai attento. E non fare tardi.

E finiva qui. Era il tempo della fiducia. Che si basava sull’accettazione culturale della dimensione del rischio come prova da superare e imparare a superare. Per diventare adulti.

Provo a pensare agli anni di oggi. Quando ero genitore.

  • Mamma esco.
  • Dove vai?
  • Non lo so.
  • Aspetta che ti accompagno, prendi il cellulare e ogni tanto dammi notizie, lasciami il numero dei tuoi amici, con chi vai?
  • Poi ti giro il contatto.

E finisce qui. È il tempo della diffidenza. Che si basa sull’accettazione culturale della dimensione del calcolo come illusione di controllo su tutto. Per restare adolescenti, facili da condizionare in ragione delle esigenze del mercato.

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Per una scuola poliglotta

Ogni insegnamento linguistico, entro un percorso d’istruzione, è fondamentale perché si tratta, al contempo, di apprendere non solo contenuti ma anche un sistema di comunicazione. A scuola, dunque, la lingua, le lingue, hanno una priorità formativa rispetto agli altri insegnamenti.
Di tale priorità non vedo traccia nelle preoccupazioni di una classe dirigente che ha sfornato tante riforme sulla base di altre esigenze, che con la centralità degli alunni non hanno a che vedere. 

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Il tempo della scuola

Quando si dice che “la notte porta consiglio” si dice in metafora del valore del tempo, il tempo della riflessione. Meditare, ponderare, infine decidere ed agire.

Quando si dice “tempi bui” si lamenta, sempre in metafora, come il tempo sia il bene più facile a sprecarsi. Il tempo che non insegna, il tempo che non porta giudizio, il tempo che non è mai sazio di assistere al ripetersi dei medesimi errori.

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Distribuire le conseguenze di un crimine, per un equo processo penale

La lettura del verbale che convalida gli arresti dei tre minorenni e un maggiorenne di appena 20 anni che hanno aggredito una giovane coppia di turisti polacchi, lascia senza fiato. Un congolese (il solo appena maggiorenne), un nigeriano e due fratelli marocchini fra i 15 e i 17 anni. Un branco di coetanei senza freni inibitori. Cosa succederà adesso? Proviamo a capirlo insieme.

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