Per un Requiem in parola dei caduti del terrorismo

Dal Genesi 1, 26: “E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza».
Che ce ne può venire in questi amari tempi di dolore? Molto si è discusso circa l’uso del plurale in questa frase. A mio parere, il Signore volle semplicemente tenere insieme, nel medesimo soggetto, Sè e l’Uomo futuro, che di generazione in generazione si sarebbe passato il compito, primariamente Suo, di dare vita all’uomo. L’Uomo, dunque, continuatore dell’opera divina. La medesima “immagine e somiglianza” riguarda cioè Dio e l’Uomo, non ogni uomo.
Infatti al genere umano appartengono anche coloro che tra delirio, viltà e miseria seminano dolore. Allucinante cronaca di questi tristi giorni. Stiano però certi, tutti costoro, che qualunque sia il nome che danno al loro Dio, Questi tornerà per condannarli e inchiodarli alla giusta punizione.

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Due o tre cose che so sul Bene e sul Male

Ci si ripete, come un mantra, che il Bene vince sempre. Ragioniamo. Il Male colpisce in due modi: per impeto e per ripetizione.
La prima modalità è quella più appariscente, violenta, tragica. Il Male si presenta sotto forma di morte per cause che sempre generano un senso di orrore e una correlativa sete di giustizia. Il primo, l’orrore, resta compagno per la vita dei sopravvissuti, la seconda. la sete di giustizia, talvolta viene soddisfatta, ma in generale per meccanismi del tutto indipendenti da una reale ricerca della giustizia, piuttosto si tratta di compromessi tra interessi differenti e quello della vittima è di solito minoritario. Ma questa forma del Male, in qualche modo mantiene un’idea circa l’esistenza del Bene, seppure sopraffatto, sovvertito, tradito, ma pur sempre esistente. L’idea del Bene resiste al Male per impeto, nonostante reciti la parte dello sconfitto. Leggi tutto “Due o tre cose che so sul Bene e sul Male”

L’Eco della fine…

Era naturale che se ne andasse, ma è stata comunque una perdita rilevante quella di Umberto Eco. E poi sono abituato a vedere gli uomini di questo spessore varcare la soglia dei Novanta. In ottobre mi trovavo a Parigi per il compleanno dell’amico e giornalista Andras Biro, tra gli ospiti il suo compagno di infanzia e di battaglia Edgar Morin. 90 anni Andras e 94 Morin. Forse Milano non è salubre come i luoghi d’Oltralpe, chissà. Fatto sta che con la fine di Eco ho perso il solo modello italiano che mi sia sempre dato. Ho cominciato dalla tesi di laurea, usando come un breviario il suo Diario minimo, una guida più efficace di tanti docenti inadeguati al ruolo loro conferito. Mi diede un nuovo metodo al quale mi sono attenuto per sempre, dedicando gli anni da allora ad oggi ad affinare il mio stile ma sulla scia indicata da lui. A parte Umberto Eco, avendo sempre tenuto autori stranieri a modello, non sono mai riuscito a riconoscermi in nessun altro. Questione di affinità, ovviamente, nulla di più.

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I due marò e le nozze indiane

Di pochi giorni fa la notizia di un matrimonio da Mille e una notte a Firenze. Una coppia di giovani indiani, figli di gente chissà come e perché ricca oltre ogni criterio di decenza, ha sperperato una cifra faraonica per il capriccio di sponsali maestosi nella bella cornice del capoluogo toscano. Ci si erano dati il primo bacio durante un viaggio precedente e lì hanno voluto suggellare.

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Generazione Erasmus: l’esempio dei giovani

Sul Corriere della Sera di oggi 26 novembre, a pagina 29 leggo un articolo di Orsola Riva che così intitola: “Italia ultima per numero di laureati”. I risultati del rapporto OCSE “Education at a guance” danno all’Italia l’ennesimo triste primato in una classifica che osserva i 34 paesi più industrializzati al mondo. E guardando al rapporto tra PIL e investimento nell’università, la situazione non è dissimile, ci collochiamo al quartultimo posto. L’articolo poi spiega che le nostre università sono ancora troppo legate a modelli di insegnamento troppo teorici e denuncia il ritardo dei nostri atenei in tema di organizzazione, specie guardando agli insufficienti livelli di stage e raccordi col mondo del lavoro. Ma il boccone amaro si manda a malapena giù quando si apprende che nonostante gli sforzi enormi sostenuti da chi comunque una laurea la persegue, i laureati hanno davanti un tasso di occupazione di un punto percentuale inferiore a quello dei diplomati (62% contro il 63%).

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Peppa a Cannunera

Sicily Spoon River è il titolo di una mia raccolta di liriche dedicate a personaggi siciliani ormai dimorati nell’aldilà. Possono essere eroi della lotta alla mafia, filosofi dell’antichità, protagonisti della storia locale e personaggi del volgo, tutti caratterizzati da un tono ilare, disincantato, ironico, tagliente a volte ma sempre distaccato ormai dalla realtà del mondo terreno. Seguendo l’ispirazione di Edgar Lee Master, si svolge così un percorso che restituisce dignità ad un popolo troppo spesso prono.
Su youtube lo Spoon River dedicato ad una figura eroica del Risorgimento isolano. Non a caso, una donna.
Al seguente link:

Charamsa? Preferisco Paolo Bonolis…

C’è qualcosa di plateale in “padre” Charamsa che non convince, come il suo sorriso. A oggi, mi risulta, uomini e donne con abito talare si astengono dal sesso, assorbiti esclusivamente dalla Devozione. La rivendicazione omosessuale è perciò un falso, chi se ne frega degli orientamenti sessuali di Charamsa? a tutti interessa invece la questione della coerenza al precetto che sacerdoti e suore rispettano: la castità. Se non si sente di affrontare la castità, si spogli come hanno fatto altri e la smetta di manipolare la questione della omofobia. Credo che lo farà ma prima vuole assicurarsi l’agio che gli verrà dalla vendita dell’ennesimo bestiario best seller: il libro dei fatti suoi.

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Oltre la Lingua… evocazioni de la Invincibile Armada

Non v’ha dubbio che la lingua sia cultura, giusto nel senso che la riflette, la esprime, la svela. Mi viene in mente mentre mi trovo alla fermata della metropolitana, a Madrid. L’orario è di quelli in cui trovi poca gente e non c’è niente da guardare, niente che attiri la tua attenzione se sei libero dalla fatalità del cellulare, si intende. Così lo sguardo si fissa sul tabellone:

4 minuti. Un’attesa breve, ma questa volta non sono neanche tentato di fare una delle solite ramanzine sulle incapacità organizzative italiane. Ovviamente controllo che il cartello dica la verità e seguo il tempo con il mio orologio. Finché il cartello cambia e mi sorprende al punto che dimentico di verificare l’esattezza:

Cosa c’è di tanto curioso? Semplicemente che qualcuno abbia elaborato questa frase. In tempi di sopraffazione a opera della sintesi, della brevità assoluta, della polverizzazione della curva dell’attenzione, del minimalismo critico, del disimpegno assoluto, della povertà linguistica, della balordaggine informatica, ecco che sul display della metropolitana madrilena qualcuno si concede il tempo/lusso di dire con enfasi ed eleganza che: le carrozze di cui si compone questo bel treno moderno, complete di guidatore e passeggeri, stanno facendo il loro ingresso in stazione!
Gli americani avrebbero liquidato la cosa con un semplice “Coming” o “Arriving” e pure noi italiani, ormai preda e prigionieri di chiunque lo desideri o gli necessiti, ormai incapaci di comprendere la differenza tra tolleranza e resa, tra identità e prepotenza,  noi stessi avremmo scritto “In arrivo”, (perciò mi riprometto di controllare le metropolitane di Roma e Milano).
Gli spagnoli, no, o, almeno, i madrileni, quelli della capitale. In ossequio a un passato glorioso che non rifiutano e che non ostentano – errori entrambi invece praticati con vanaglorioso successo in Italia e soprattutto dal meridione d’Italia – mantengono un piacere per quel concetto di abbondanza che tanto ha caratterizzato la loro identità da offrire al mondo il Barocco a perpetua memoria. Così, quando vi troverete a Madrid, in attesa della metro, non lasciatevi distrarre dalle inezie della contemporaneità e sentitevi importanti, non starete aspettando inutilmente, presto, prestissimo, in pochi minuti, dal buio del tunnel spunterà un glorioso treno, emulo delle galere spagnole della Invincibile Armada che annuncerà il suo trionfale ingresso in quel porto sotterraneo: va a effectuar su entrada en la estacion,  per portarvi a destinazione!

Del senso del brutto

Diamo per scontato che esista un senso del bello ed è pure scontata l’idea che tutti apprezzino la bellezza, salvo poi distinguere che tipo di bellezza si intenda. Non è così. Perché esiste un senso del brutto che spesso soppianta il fratellastro. Ma vanno fatti i dovuti distinguo. Il senso del bello si persegue, si cura, si costruisce, si arricchisce. Il senso del brutto si trova, lo si subisce, gli si obbedisce, si contribuisce ad estenderne il contagio.

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