Pandemia: il più grande fenomeno (non) controllato di Bias confermativo

Sappiamo tutti cosa sia concretamente una pandemia. Lo abbiamo imparato nel 2020 per ragioni di forza maggiore che ci hanno costretto ad uscire da una nozione teorica per sperimentare sulle nostre vite cosa significhi condividere a livello mondiale un problema epidemico.

Quello che non sappiamo ancora è cosa in realtà sta succedendo alla società della globalizzazione. Fino ad oggi, con questo termine abbiamo inteso fenomeni legati al commercio e alla finanza. La classifica annuale dei tycoon passata dai media di tutto il pianeta è un elemento rappresentativo e simbolico di questa concezione. Non era ancora accaduto che la società globale, intesa come massa di miliardi di persone in carne ossa e vita, sperimentasse su se stessa il contenuto di questo epocale cambiamento. La possibilità di viaggiare con RyanAir a costi accessibili per tutti, di acquistare on line un tavolo per la cucina fatto a Singapore e spedito con Amazon e altre divertenti cose simili ci restituivano una immagine simpatica e desiderabile della globalizzazione. Altra cosa è stata la sofferenza derivante dalle misure restrittive della libertà personale imposte da protocolli di salute pubblica che i vari paesi del mondo hanno assunto quasi unanimemente.

Come stiamo dunque vivendo questa nuova esperienza? Come suggerisco nel titolo: nella forma di un bias. Il termine, inglese, indica un fenomeno sociopsicologico che induce i singoli o, come nel nostro caso, collettività intere, verso giudizi che, a dispetto della disponibilità di elementi contrari e critici, vengono tenuti per veri. Una forma di fede contro l’evidenza. Perciò si specifica trattarsi di un bias confermativo. Ed in effetti se analizziamo il processo cognitivo a cui tutti siamo stati esposti nei confronti della pandemia vi rintracciamo tutte le dinamiche tipiche del bias.

Cominciamo dai dati relativi alle procedure di contenimento e prevenzione adottate dai vari paesi nel mondo. Non tutte omologhe e concordi ed è perciò che il Wall Street Journal, il Lowy Institute di Sydney e altri istituti si sono preoccupati di condurre studi a livello mondiale. Sulla base di pochi criteri (numero di tamponi eseguiti, di infermi, di morti, percentuale di positività etc.) emergono situazioni sorprendenti. Nonostante l’enfasi auto referenziale con cui i nostri media raccontano del “modello italiano” e del suo apprezzamento all’estero (quale estero?), in questi studi l’Italia si piazza al 59° posto, dietro la Germania (55°), ma prima della Francia (73°) e della Spagna (78°).

Va infatti compreso che una strategia di successo non è direttamente proporzionale alla ricchezza di un paese (vedi il caso degli USA tra gli ultimi posti della citata classifica) ma tiene una correlazione più significativa con la sua politica governativa. Si chiamano in causa le persone, nella loro unità di corpo e mente, che hanno la responsabilità di guidare il paese: tanto coloro che guidano l’azione governativa quanto l’opposizione (nessuno può chiamarsi fuori per convenienze di bottega, ciascuno ha la sua quota di responsabilità).

Se consideriamo i casi di Taiwan (reazione immediata, controllo serrato ma breve), Liberia, Senegal e Uganda (precedenti esperienze maturate con il virus Ebola), Nuova Zelanda, le Samoa americane (un paradosso nel contesto USA) e più tardi Inghilterra (isole), ci rendiamo conto che le misure restrittive adottate sono efficaci solo se adottate con un criterio di efficienza che prediliga la rapidità di attuazione e la forza di controllo in un breve periodo. La misura l’abbiamo vista anche nel motu proprio con cui tutta l’Italia si è per poco tempo messa a cantare dai balconi in un ritrovato – temporaneamente – senso di solidarietà generale. Chiedete adesso quanti hanno voglia di mettersi al balcone a cantare…

Ciò che spiega il disagio nel quale è piombata la popolazione di molti stati, italiani in testa, è la considerazione per la quale non impariamo abbastanza dagli errori. Se il significato della mascherina, la più rappresentativa delle restrizioni, ha potuto veicolare un sentimento di coesione nazionale per molte settimane, è stato perché nel breve periodo un sacrificio importante della propria libertà personale è tollerabile. Nell’immediato, la domanda esistenziale generale era concentrata sulla salute fisica dei singoli e, di conseguenza, della popolazione. Nel medio e lungo termine, al significato sanitario della mascherina (strumento di prevenzione) si è sovrapposto il senso simbolico (la “museruola”) che ha cambiato lo scenario con cui il Governo deve fare i conti quando adotta delle misure. Ed è perciò cambiato l’interrogativo esistenziale che pone quesiti sulla scelta tra morire di malattia o di fame. Ora, infatti, si chiamano in causa le persone, nella loro unità di vita e destino e le domande più profonde diventano quelle sul senso del proprio futuro e sul senso delle misure stesse, alla luce della loro inefficacia del recente passato.

Da questo quadro sociale sorgono opinioni che non sono più razionalmente fondate (come nel primo periodo) ma sono emotivamente sostenute e sostenute con forza. Il bias, appunto. Ritenere che l’uso delle mascherine sia inutile è una semplificazione colpevole, ma ritenere che sia assolutamente utile è una forzatura altrettanto colpevole. Lo è nella misura in cui è funzionale ad un obiettivo tollerabile in termini di costi sociali, soprattutto considerando il basso indice di mortalità a cui il Covid espone la popolazione.

Un approccio complesso al tema della pandemia avrebbe quindi suggerito un cambio di rotta nelle strategie di contenimento nel lungo periodo. Tornare a chiedere alle persone di restare a casa seppure con formule a macchia di leopardo, non è sufficiente e restituisce il senso di una sconfitta mai conclusa. Provoca depressione e ansietà, tutti fenomeni ai quali stiamo assistendo e che produrranno i loro effetti nei prossimi anni. Insieme a tante altre cose che oggi non si vedono, compresa una inaudita – persino per noi – crisi economica che ci travolgerà. Noi che fino al 2019 piangevamo lacrime amare per una manovra di bilancio annuale da 17.000 miliardi oggi registriamo come “normali” le richieste di singoli partiti che pretendono da 5 a 40 miliardi ciascuno per coprire i propri settori di interesse. La politica ha perso il senso della misura. Non lo perderanno i nostri creditori.

Tirando le somme, il paese oggi è diviso in due fronti. Da una parte vi sono coloro che nonostante sia chiaro ed evidente che il Covid ha un bassissimo indice di mortalità, reagiscono come se di fatto si trovassero nell’area italo-svizzera che nel 1630 registrò l’apice di una terrificante epidemia di peste bubbonica. E si accaniscono anche con violenza contro coloro che cercano di rivendicare il diritto a lavorare per non morire di fame, come dimostrano talune azioni dimostrative di gruppi di Confesercenti e altri di varia natura più localizzata. Dall’altro lato ci sono quanti si rifiutano di credere in toto all’utilità delle misure restrittive per arginare la pandemia e con il loro punto di vista appesantiscono il percorso di uscita da questa vicenda, sebbene sia noto che l’adozione di tali misure è in grado di far calare la curva dei contagi.

Nell’apparente opposizione di due fazioni, vedo dunque la continuità di qualcosa che dagli anni Settanta i filosofi chiamano perdita progressiva di senso critico. E c’è anche ciò che definiscono: invadenza della società del controllo remoto, attraverso la televisione prima e i social media poi. La sola forza sociale che persiste, dunque, è quella che promana dal “sistema” e dai suoi rappresentanti istituzionali. Fanno ciò che il sistema richiede e in buona fede ritengono di operare per il bene della società, ma sulla base del presupposto che ciò che è bene per il sistema sia un bene per la società. E non è così, come sa ogni attento osservatore della società contemporanea. Il sistema nel quale stiamo vivendo decenni di crisi dalle caratteristiche diverse ma in una continuità senza fine (Settanta, crisi petrolifera; Ottanta, esplosione del debito pubblico; Novanta, crisi della legalità; dal Duemila a oggi, crisi finanziaria), ha disumanizzato la società e la pandemia ne ha acuito i sintomi. Ma in forma di fenomeno emergente di qualcosa che era latente nel sistema già da mezzo secolo. Avremmo dovuto imparare dagli errori, ripensare scelte che si sono rivelate pericolose ma il mondo continua a cantare il coro di un mercato libero e di una democrazia liberale che di fatto hanno costruito un mondo che non ci piace e in cui “vivere” è privilegio da ricchi.

C’è una domanda che preoccupa, non tanto perché la risposta non verrà data, ma perché nemmeno la domanda viene posta a livello di dibattito pubblico. E la domanda con cui resto è la seguente: come mai ogni misura restrittiva che impone un obbligo di inattività ai singoli (commercianti, imprenditori, etc.) produce un incremento delle vendite e una crescita di opportunità per le multinazionali? Come mai la pandemia ha consentito sviluppo inaudito per i grandi gruppi del commercio, della distribuzione, del farmaco e altre? E nonostante tutto ciò sia davanti ai nostri occhi e disponibile alle nostre orecchie, continuiamo a credere che stiamo uscendo dal tunnel, che se tutti metteranno la mascherina ci salveremo, che se ci vacciniamo ce la faremo, o, al contrario, che se non facciamo nulla in qualche modo torneremo alla normalità del recente passato.

Il Covid non è aggressivo in termini di mortalità, molto meno dei suoi parenti Sars e Mers per intenderci. Sappiamo che l’80% di chi si ammala soffre una forma molto moderata, come una influenza stagionale. Ad avere conseguenze severe si calcola che giunga un 15% ma non ancora tali da costringerli ad una terapia intensiva alla quale accede il restante 5%. La percentuale generale di mortalità è molto bassa e a seconda degli organismi internazionali che ne riferiscono, si va dallo 0,6 al quasi 3%. I numeri non mentono, il modo di darli invece lo fa. Quindi non sapremo mai la vera verità. Ma quella che abbiamo davanti agli occhi, quella sì, a patto di volerla vedere.

Mascherina e distanziamento sociale utilizzati con equilibrio e flessibilità, sono un sostegno che la gente può offrire senza trasformarsi in animaletti da passeggio con museruola sempre sul muso. Le istituzioni dovrebbero comprendere che trenta persone dentro un autobus sono una evidente prova di scellerata gestione delle restrizioni per i locali commerciali a cui vengono imposti limiti di accesso irragionevoli alla luce di contraddizioni come questa. E chi amministra il bene pubblico, dovrebbe rimettere al centro delle sue preoccupazioni le “persone” in carne, ossa, vita e destino, prima e più del sistema il cui collasso tanto preoccupa. Se collassa la società, del “sistema” non resterà granché.

Educazione e futuro. Ma quale?

Ci siamo. Ecco la nuova squadra di governo. Venticinque tra uomini e donne, con un rapporto di diciassette a otto che sembra una realistica rappresentazione del diverso grado di interesse alla politica dei due universi, se proprio si deve farne una questione di genere.

Dieci componenti sono in quota “tecnici”, ovvero coloro ai quali è demandato il compito di salvare il Paese che però è dagli anni Settanta del secolo scorso che deve sempre essere salvato (cfr. mio articolo precedente). Quindici sono la garanzia che si tratta di un governo politico nel senso delle chiacchiere con cui in Italia si gioca a far finta di ricercare il bene del paese. Quattro ai cinque stelle perché mantengano il primato conseguito alle elezioni a cui ci stiamo disabituando come alla libertà a causa del Covid; tre a Forza Italia, tre alla Lega, tre al PD perché possa esserci il maggior consenso possibile nell’arena di Montecitorio; uno a LEU perché aveva posto un veto alla Lega ma poi ha detto che no e poi… nessuno sa perché insomma.

La composizione della squadra è da piano di emergenza, almeno così mi spiega mio figlio che mi dà un punto di vista al quale non avrei pensato avendo l’età in cui il disincanto e l’amarezza tendono a prendere il sopravvento sulla fiducia se si parla di politica. Così sembra avere un senso che dei venticinque illuminati scelti da Draghi vi siano otto giuristi, sei economisti e cinque dottori in scienze politiche. Totale diciannove. Se si pensa che il resto del panorama è rappresentato da un medico, un matematico, un fisico, un ingegnere, un giornalista ed un diplomato, ben disarticolati per categoria professionale in un mondo fondato sulla frammentazione disciplinare, ci si rende conto di quale sarà la direzione del paese nel futuro che ci separa dalla prossima crisi e dalla prossima emergenza per salvare l’Italia.

Da educatore trovo particolarmente significativa la nomina di Bianchi all’istruzione. Laureato in scienze politiche ma un nome noto nell’ambito dell’economia. Un “tecnico” che non disdegna incursioni nel mondo della scuola. A modo suo, ovviamente. Con grande entusiasmo la rivista Money ha pubblicato un suo profilo per spiegare “perché è il miglior nome possibile” . Dopo l’elenco di rito dei suoi innumerevoli incarichi di professore e consulente di enti pubblici, viene citato un suo recente libro dal significativo titolo: Nello specchio della scuola . Rifletto sulla frase ritenuta indicativa del suo spirito illuminato e citata da Money.it:

È tempo di investire in educazione, non solo per superare l’emergenza Covid, ma per guardare oltre, per ritrovare quel cammino di sviluppo che sembra essersi perduto nei lunghi anni in cui hanno prevalso individualismo e populismo e che deve fondarsi sui valori definiti nella nostra Costituzione. Il nuovo secolo della connessione continua ha bisogno di cittadini portatori, oltre che di contenuti, di creatività, lavoro di squadra, capacità di astrazione e di sperimentazione, senso di orientamento per poter navigare in mari aperti. La scuola deve rispondere a queste esigenze e muoversi, insieme al Paese, nel senso di marcia di uno sviluppo inclusivo e sostenibile.

Lo specchio a cui si riferisce, a mio giudizio, è quello del narcisismo economicista che ovunque guardi cerca il proprio volto. La frase è rivelativa della necessità di adoperare la scuola per formare cittadini al servizio del sistema. Non vi trapela nessuna consapevolezza della centralità degli alunni come della necessità di “investire” sulla loro personale identità. L’investimento a cui fa riferimento Bianchi è quello nel campo di una educazione intesa come settore economico. Non vi è dubbio che sono le risorse umane quelle da cui attendersi i migliori risultati in termini di crescita e sviluppo ma la prospettiva di cui ha bisogno l’educazione non è certo quella del centralismo economico. Se pensiero e linguaggio coincidono e si rivelano l’un l’altro, la prospettiva di Bianchi che si riferisce ai nostri figli come futuri “cittadini portatori” non mi piace. I miei alunni, di ogni età, sono sempre stati persone e come tali li ho frequentati.

Tutti vogliono un futuro migliore. Questo governo tecnico-politico gestirà il debito che nei primi cinquant’anni del prossimo futuro condizionerà la vita dei nostri figli e nipoti. Sembra non essere ancora chiaro a tutti che il futuro si costruisce se si punta sui giovani dando loro fiducia e mettendo uno stop agli appetiti delle gerontocrazie. Per andare in questa direzione serve una riforma della scuola capace di produrre una riforma del pensiero, come lo suggerisce Morin. Purtroppo la centralità dei partiti ha imposto una serie di ministre dell’istruzione che hanno declinato il proprio contributo tra vergogne inaudite (la bugiarda dei titoli di studio) e interventi inutili (l’affare dei banchi monoposto). Una palese incompetenza ha spesso condizionato la guida del dicastero dell’istruzione che ha persino defenestrato rapidamente illustri presenze come De Mauro che era uno dei pochi italiani conosciuti e apprezzati all’estero. Ma il fatto è che i soldi per una riforma ci sono oggi. Non c’erano mai nel passato e torneranno a non esserci mai nel futuro. Perché l’economia ha sempre i suoi vincoli. Questo immenso debito con i “fratelli” d’Europa, come verrà impegnato da questo governo di impianto giuridico-economico? E Bianchi, che guiderà il ministero cenerentola, sarà capace di farlo diventare finalmente principessa? Comprenderà che la centralità non deve essere della “scuola” ma degli alunni?

Boom Italia

Sono nato nel 1962 . Gli anni del Boom economico italiano. Ma questo l’ho appreso dai libri di storia. A quel tempo ero troppo piccolo per avere memoria di questa età felice del nostro Paese. I primi ricordi che ho della situazione sociale e politica italiana risalgono agli anni Settanta, quelli della crisi petrolifera e delle sue ripercussioni per un intero decennio e in tutto il mondo. Il ricordo delle domeniche in bicicletta a causa dell’austerity, non basta a salvare il decennio che precipitò il Paese negli orrori di una contestazione sociale che ha condizionato il nostro futuro politico, sociale e culturale.

Da giovane, ho visto gli anni Ottanta già con sguardo disincantato, avendo partecipato all’ondata del Settantasette con le sue ultime vane speranze di cambiamento. Erano gli anni del gioco delle tre carte, della crisi morale, quando si faceva finta di essere ricchi con le manovre dei governi pluripartito e le idee che avevano guidato il mondo venivano “aggiustate”, da sinistra e da destra, per stare dentro un capitalismo che la scuola di Chicago stava diffondendo nel mondo con l’aiuto dei grandi esempi dei Thatcher e dei Reagan.

Ero un uomo giovane quando ho attraversato gli anni Novanta, quelli della crisi dello Stato e dell’arroganza senza fine dell’Altrostato, quello sotterraneo e mai annientato della mafia e della delinquenza nella sua forma più organizzata e compromessa. In quegli anni sono spariti i nostri uomini migliori, non solo giudici, ma anche le ultime menti capaci di guidare un dibattito politico e culturale che facesse da orientamento ai giovani e agli adulti.

Il nuovo millennio è iniziato con l’immediata certezza che non si andava verso il riscatto dei tempi precedenti, siamo partiti subito in crisi e chi si era convinto che il decennio si chiudesse con nuove prospettive si è visto venire addosso la bolla finanziaria del 2008 che ha sepolto i giusti e arricchito i bravi come li intendeva Manzoni.

Il secondo decennio del XXI secolo ha centellinato anno per anno la consueta crisi economica del mezzo secolo fin qui descritto. Non vi è stato un solo anno senza il protagonismo della crisi economica.

Al principio del terzo decennio del nuovo millennio dunque, la costante crisi di governo che in Italia “è” la più consueta forma di governo (quella che assicura la rotazione di chiunque abbia un appetito da soddisfare), sembra richiamare l’attenzione di tutti. Il Presidente Mattarella, allarmato per la caduta del governo voluta da Renzi, tenta una conciliazione che non va a buon fine e chiama Draghi in aiuto, sottolineando che il momento è grave per il Paese.

Ma io non ricordo un solo giorno di non crisi, un solo lasso di tempo che si annunciasse di prospettive serene per il Bel paese. Da quando ho vita, assisto al susseguirsi di crisi economiche e politiche, di caduta del PIL e dei Governi. Non ricordo una sola dichiarazione di un solo politico o presunto tale che col sorriso davanti ai giornalisti annunciasse con voce soddisfatta: “L’Italia è un grande paese che corre verso una nuova fase di sviluppo. La crescita del PIL è stata intensa e il livello medio delle retribuzioni è costantemente salito negli ultimi anni. Il tenore di vita della popolazione è aumentato e i servizi del welfare sono stati ristrutturati per adempiere al meglio le proprie funzioni: potenziato il sistema sanitario, finanziato la riforma scolastica e quella giudiziaria”. Parole, leggere come i sogni che me le suggeriscono ma anche tristi, pesanti come la realtà a cui non corrispondono.

Oggi il Presidente Mattarella, con il volto grave della recita istituzionale, ha sottolineato la pericolosità del momento. Un altro. Quando un primo ministro si trova vicino alla fine del proprio mandato, acquisito un livello di relazione anche personale con altri rappresentanti di altre nazioni europee soprattutto, di solito inizia un giro di incontri con i quali congedarsi dallo scenario e creare i presupposti di un collegamento con chi lo seguirà. I primi ministri italiani, invece, spariscono dalla scena internazionale sempre all’improvviso. Chiudono un summit magari con un impegno in prima persona per la riunione successiva e non tornano più, privati nel frattempo del loro ruolo da una delle crisi di governo che da noi, come dicevo, sono forma di governo. I nostri primi ministri non riescono mai a salutare nessuno dei colleghi con cui hanno immaginato per esempio una riforma europea, vanno via come quelli che scappano dalle feste senza salutare, sottratti dalla noia e dalla falsa speranza che altrove ci sia la festa più bella.

Il Governo è caduto perché qualcuno ritiene che oltre alla montagna di miliardi che riceveremo in prestito dai “fratelli europei” occorreva indebitarsi anche per il MES in nome del bene degli italiani, compresi quelli che nei secoli futuri dovranno restituire questi soldi. Per rilanciare il Paese, con forza, si è detto. Ma verso dove non è chiaro a nessuno e infatti non sono pronti i progetti di utilizzo del prestito che si è già cominciato a spartire con le solite logiche personalistiche e partitiche, vero etimo del verbo “spartire”.

D’altra parte per essere uno di quelli che prendono “decisioni decisive” per il nostro futuro non occorrono titoli di studio, esperienze pregresse, capacità già messe a frutto. Sufficiente il collegamento personale con le persone “giuste”, che ovviamente lo sono in un senso molto diverso da quello che celebriamo il 27 gennaio con ipocrisia istituzionale.

Usciremo dalla crisi? Certamente sì, come sempre e con altrettanta certezza di tornarci, almeno finché non ci sarà una rivoluzione del pensiero che faccia tabula rasa di chiunque abbia messo piede nei palazzi del potere negli ultimi cinquanta anni. Ma il problema è proprio questo: la rivoluzione del pensiero. E la domanda che resta è: può il pensiero rinascere?

E tu che hai letto sin qui, che ne pensi? Se ti va, invia un commento.

Solitudine dei numeri primi: Sam Bartram e Hiroo Onoda

“Era il 25 dicembre 1937 e a Stamford Bridge si affrontavano Chelsea e Charlton Athletic. Al 55′, sul punteggio di 1-1, l’arbitro e i capitani decisero per la sospensione della gara ma l’estremo difensore – e in seguito leggenda – degli Addicks non se ne accorse e rimase in campo per mezz’ora in uno stadio ormai vuoto. Lo ritrovò un poliziotto a cui spiegò: “Pensavo stessimo attaccando da un po’”. (https://www.ilmemoriale.it/sport-spettacolo/2018/10/18/la-storia-di-sam-bartram-il-portiere-perso-nella-nebbia.html).

Si sa, ancora, che i tifosi del Chelsea erano soprattutto anziani, pensionati, non a caso detti “Pensioners”. Così viene da sorridere pensando a questo pubblico evidentemente attratto da tutt’altro che l’ardore calcistico, piuttosto la voglia di stare insieme, a prescindere dalle condizioni meteorologiche che li costrinse a immaginarsela quella partita che la nebbia aveva offuscato coi suoi vapori silenziosi.
Passò dunque in sordina la decisione dell’arbitro che al 55′ sospese tutto per impraticabilità del campo, comunicando la decisione “a vista” a tutti gli interessati. Quasi tutti. Dato che il pubblico se ne accorse alla chetichella, diciamo ad effetto domino. Si disse che le squadre avevano giocato con spirito di sacrificio, ma che al 55′ avevano dovuto desistere. Ma Sam Bartram, numero 1 dei Charlton fece di più, fece la Resistenza. Un po’ come quel Hiroo Onoda, il primo soldato giapponese sbarcato nelle Filippine che restò sul campo di battaglia quasi 30 anni dopo la fine della seconda Guerra mondiale. Dovette essere arrestato dalla polizia, nel 1974… a Lubang, un’isola, appunto, delle Filippine. Si ostinava a credere che i combattimenti non fossero finiti.

Anche a Sam dovettero essere dei poliziotti a comunicare quel che già tutti sapevano. La sospensione. Ma Sam persisteva nella sua posizione, tra i pali della porta che allo Stamford Bridge gli era stata assegnata. Il tenace estremo difensore dei Charlton, anni dopo ricordò così la vicenda: “Il Charlton Athletic di quell’epoca era una grande squadra, che proponeva un gioco particolarmente offensivo. Mi capitava spesso di non toccare palla per lunghi tratti nell’arco di una partita. Così, quel giorno, credevo che i nostri attaccanti avessero preso d’assalto la porta del Chelsea, contro cui avremmo dovuto vincere a tutti i costi. Non certo che se ne fossero andati dal campo, insieme ai nostri avversari. Me ne stavo semplicemente lì, nella nebbia, aspettando di esultare per un nostro gol e, se non fosse stato per quel poliziotto, chissà quando mi sarei accorto dell’accaduto.” (stessa fonte, vedi sopra).

Sam aveva 23 anni e come sempre capita, non sapeva che sarebbe diventato una leggenda. Così è degli eroi, sempre inconsapevoli del proprio sacrificio finché il vuoto lasciato dal loro esempio non ci spinge a tornare a loro con lo sguardo della memoria. Sono loro i numeri primi a cui guardiamo con orgoglio e ammirazione sinceri, al di là del paradosso che seppero interpretare, ciascuno nella propria parte di campo. Sam è morto nel 1981, a soli 67 anni. Hiroo era nato nel 1922 ed è andato via recentemente, nel 2014, poco prime di compiere 93 anni. A loro un sorriso ed un ricordo sinceri, in tempi di falsi eroi.

Perché essere orgogliosi dell’omosessualità?

30 giugno 2019

Quando si parla di omosessualità, molto spesso si associa un concetto, un valore che presumibilmente dovrebbe essere espresso dalla parola “orgoglio”. I giornalisti, che per natura sono dipendenti dalle scorciatoie espressive e dunque sempre inclini all’uso di etichette e luoghi comuni, corroborano tale associazione al punto che statisticamente omosessualità e orgoglio sono connessi come Murano e Burano, muschi e licheni, Inter e Milan e così via. Ma resta la domanda, mai banale, perché l’omosessualità necessita di orgoglio? Che relazione esiste tra i due termini? Che funzione svolge sul piano sociale e comunicativo? E, infine, siamo sicuri che questa associazione faccia del bene agli obiettivi socio-culturali di un movimento che sostanzialmente dovrebbe essere di rivendicazione di pari diritti e dignità? (e qui uso temporaneamente il termine “dignità”, a mia volta per esigenze di immediatezza esplicativa).

Come sempre partiamo dalle cose dure, concrete, che si toccano, che pesano e che restano: le parole (perché aveva ragione Carlo Levi). Mi è d’obbligo precisare che non esprimerò una posizione personale pro o contro, tenterò invece di compiere una analisi che faccia un po’ di luce su un aspetto culturale e sociale che genera sempre contrapposizioni e false prese di posizione, tutte abbastanza inconsapevoli e per niente lucide sia da parte dei sostenitori che dei detrattori delle manifestazioni che celebrano l’omosessualità. Orgoglio è un termine che fin dalla sua nascita presenta caratteristiche che inducono alla cautela. Si tratta, infatti, di una forma nata nell’ambito di quella cultura franco-tedesca i cui sotterranei prolungamenti sono ancora oggi un ostacolo ad un reale processo di integrazione in Europa. L’etimo della parola viene ricondotto al franco “urgoli” e al tedesco “urguol”. La parola è composta dalla particella “ur” – che pare corrisponda al latino “ex” – e dalla parola “guol” che significherebbe qualcosa come il nostro aggettivo “petulante” o anche “lussureggiante”.

Osservo di sfuggita quanta singolare coincidenza ci sia tra la parola “lussureggiante” e le forme che si sono radicate nel mondo per la celebrazione delle giornate dedicate a ciò che si definisce “orgoglio omosessuale”. E per forma intendo i costumi lussureggianti, l’esposizione lussureggiante della nudità, la lussureggiante attenzione dei media, etc. Persino le parole dei rappresentanti istituzionali e, soprattutto, di quella teatrale categoria che sono ormai gli esponenti dei partiti e delle organizzazioni che ruotano intorno al potere, che risultano sempre altisonanti, lussureggianti per obbedienza a fini ed interessi che non appaiono e non risultano mai disinteressati, né equilibrati, né ponderati, ma solo esibiti (ovvero esposti, mostrati), appunto, per lanciare con lussureggiante altisonanza (mi si conceda il neologismo), parole-esca da cui sperare una pesca fruttuosa in termini elettorali.

Ma seguiamo il significato originario della parola orgoglio associato al termine “petulante”. Prestando fede all’origine storica che ha determinato l’esistenza stessa dell’orgoglio (senza la sua dimensione fono-materica, esisterebbe questa forma affettiva che chiamiamo orgoglio?), la qualità di chi è petulante, non rientra propriamente in nessun recinto semantico collegato a qualche nozione di virtù. Il concetto stesso di petulanza (la cui forma mi ha ispirato il neologismo della altisonanza) si porta dietro un fardello decisamente negativo. Secondo quanto riportato nella Treccani, si tratta di un “atteggiamento di insistenza fastidiosa, arrogante invadenza, intromissione inopportuna e continua”. Che descriverebbe comodamente la sensazione ricavata da quanti esprimono disappunto nei riguardi di manifestazioni, compresa quella dell’orgoglio omosessuale ma il riferimento è estendibile agli scioperi che rivendicano forme di “dignità” lavorativa e altri, che risultano quanto meno invadenti dello spazio comune che, ovviamente, non è quello fisico della città destinato al corteo, ma quello emotivo della cultura condivisa. Che, appunto, si rivela non essere così condivisa o, almeno, non del tutto e non per tutto.

In sostanza, in un tempo in cui ciò che alcuni seguono a definire il “fenomeno della omosessualità”, risulta ormai definitivamente entrato nell’orizzonte culturale di tanti paesi, soprattutto occidentali, il richiamo all’orgoglio che mi pare rischi di essere un errore strategico che ottiene l’effetto opposto di quel che dichiara. Orgoglio, infatti, richiama in tutti l’idea di una forza sentimentale che si chiude nella propria identità per fronteggiare un pericolo proveniente da una dimensione esterna. Non a caso, uno dei rarissimi significati positivi che è possibile associare alla parola orgoglio, è quello che parla di “orgoglio nazionale”. L’esempio storico più “lussureggiante” della nostra vicenda di Nazione, è certamente quello del Piave. Ma a parte questa modalità, l’orgoglio è in generale un alibi per procurare dolore e sofferenza, che avvenga in modo preordinato (orgoglio politico) o casuale (orgoglio ferito).

Proclamare la giornata dell’orgoglio omosessuale, secondo questo ragionamento e osservando le dinamiche culturali che mette in gioco, significa “invadere con arroganza” lo spazio (esteriore ed interiore) che è anche di altri, imporre un tempo di attenzione esclusivamente dedicato e concentrato su se stessi. Una versione apparentemente legittima del rovesciamento carnascialesco che permette, semel in anno, di bruciare il totem dei Signori ma per riaffermarne la supremazia per tutto il resto dell’anno. Una manifestazione dedicata all’orgoglio omosessuale risulta quindi capace di far tirare un sospiro di sollievo a chi non ne condivide nulla e spinge i suoi sostenitori a ritornare serenamente dentro quei margini un po’ nascosti dai quali sono come risorti simbolicamente solo per un giorno. Con viva soddisfazione di chi, volendone contrastare la presenza, ha ormai compreso che è sufficiente sopportarli per un giorno per tornare a ignorarli per il resto dell’anno. Non ho mai conosciuto nessuno che dopo una giornata trascorsa, per caso o no, seguendo le celebrazioni degli omosessuali, si sia poi convertito a qualche forma di maggiore sensibilità o vicinanza nei confronti di un gruppo umano di cui non importa quantificare la consistenza. Altro aspetto del tutto inutile a cui sento spesso far riferimento come se il tema si dovesse imporre perché “ormai sono tanti”. Una autentica assurdità, una clamorosa sciocchezza.

Se l’omosessualità è una forma di vivere che si pone come una delle possibilità esistenti, non è dato comprendere per quale fine si debbano perpetuare forme di apparente difesa della categoria che vanno invece nella direzione del contrasto aperto e manifesto, della lotta frontale, dell’invasione di campi altrui. Vi è una contraddizione in termini che mi pare evidente. Come può un gruppo, accomunato da un interesse specifico, chiedere autonomia di spazi mentre contemporaneamente invade gli spazi degli altri? Più che una rivendicazione appare come una richiesta del proprio turno per esercitare a sua volta le proprie intolleranze, ingiustizie, discriminazioni. Basterebbe pensare alle difficoltà che vivono quanti cercano una strada in “mondi sociali” che sono tradizionalmente gestiti e sorretti dalla comunità gay. Le dinamiche umane, le incoerenze dalle quali sorgono ingiustizie, prepotenze e sopraffazioni, non conoscono, esse no, barriere e sono trasversali. Ovunque vi sia preponderanza di un gruppo, di genere o no, vi è una forma di discriminazione nei confronti degli “altri”. In tal senso mi fanno sorridere le illusioni, statistiche alla mano, di chi ritiene che un genere sia migliore dell’altro. Se non vivessimo un’epoca ancora primitiva delle relazioni umane (lo ripete sempre Morin che non a caso sottolinea il concetto di antropocene per evidenziare la centralità tragica dell’Uomo nella caratterizzazione di questo periodo della storia della Terra), avremmo certo già superato i problemi discriminatori e le feste di qualsiasi “orgoglio”.

Quello che ancora trovo singolare è la totale assenza di consapevolezza da parte di chi partecipa a questa espressione festiva del proprio orgoglio di genere. A parte che da festeggiare mi pare ci sia abbastanza poco. E a parte che tali festeggiamenti sembrano non tenere conto dell’unico importante dato ormai saldamente acquisito che è quello dell’esistenza riconosciuta e diffusa e, soprattutto, libera di un terzo genere che a me pare la più forte ed importante affermazione del “principio del terzo incluso” che definisce il mio pensiero e anche la mia attività di educatore di orientamento transdisciplinare. L’accettazione sul piano sociale del terzo genere ha finora generato prevalentemente posizioni di rendita da parte di personaggi che vi hanno intravisto un trampolino di lancio o un contenitore di voti per fini che sono direttamente connessi alla gestione del potere. In realtà a me pare che il valore della presenza della comunità gay stia nel fatto che concretamente, connettendosi al piano relazionale di ogni società dove è liberamente concesso di vivere la propria sessualità senza forzature, si forma una dimensione umana che ospita di fatto ciò che fino a poco tempo fa era considerato con gli occhi della logica aristotelica un terzo da escludere. Un evento non previsto che si collocava fuori della logica binaria che ha prevalso fino a tempi recentissimi, almeno fino all’apparire dell’epistemologia della scuola di Vienna che ha invece iniziato a mettere in discussione quello scientismo che è stato, da Newton in poi, il “potere gestionale” con cui la logica ha governato dovunque, nelle menti delle persone come delle società. Da allora si sono moltiplicati i pensatori che hanno spinto ad una riconsiderazione degli orizzonti della logica. Come già avvenuto per la invenzione di altre geometrie che si sono distanziate da quella euclidea (sulle cui idee abbiamo costruito la nostra rappresentazione del mondo e delle sue leggi), almeno a partire dalla scoperta dello spazio curvo (la Relatività di Einstein) che ha quindi spinto alla ricerca di altre forme.

Siamo abituati all’idea che le nuove scoperte siano e debbano essere frutto della scienza e della tecnica. Dimentichiamo che siamo sostanzialmente uomini e che tutto ciò che produciamo nasce nella dimensione della nostra irrinunciabile umanità. Restiamo umani, fatti cioè della stessa sostanza (anche del Padre, per chi vuole), persino quando facciamo scelte diverse in ordine al modo di vivere la nostra sessualità. E per tale ragione dovremmo sempre muoverci con medesime priorità. Aspetto che appare molto dietro le quinte in fenomeni, questi sì, come l’immigrazione dove pare che l’Europa, per citare orizzonti a me vicini, reciti un po’ a soggetto. La realtà, a mio giudizio, è che la società umana intesa come comunità di destino (anche in questo caso è illuminante il pensiero di Morin che raccoglie e organizza con nuova originalità tante istanze emerse da altri pensatori di svariati campi), è lo “spazio” concreto in cui ogni individuo dà e riceve un contributo che influenza a sua volta tutta la comunità. Magnifico esempio di “tutto” in relazione alle sue “parti” e viceversa, espressione “emergente” (in senso moriniano) della complessità che ci caratterizza. È da questa dinamica che possiamo attenderci un divenire rassicurante e di crescita delle nostre società, ovviamente pensando al divenire di concezione deleuziana, altrimenti resteremmo di fronte a quelle logiche di potere, ancora in atto, che sono sorte dalle interpretazioni del pensiero di Nietzsche. In questa prospettiva trovo singolare, ma non mi stupisce, che le rivendicazioni del cosiddetto “mondo omosessuale” non abbiano trovato un termine più adatto dell’orgoglio per svolgere il proprio compito di riequilibrare, in meglio, l’intera società e non solo se stessi. Non è l’eccesso di enfasi, la smodatezza rituale, l’egocentrismo festivo con cui si celebrano le giornate dell’orgoglio che aiuterà l’affermazione definitiva – nelle forme in cui io le auspico, ovvero di riassestamento complessivo dell’equilibrio di ogni organizzazione sociale inteso come intrinseco miglioramento verso un livello superiore di umanità – delle organizzazioni sociali che sappiano veramente includere tutte le proprie componenti, compresa quella che si riconosce per una scelta sessuale. Sarà piuttosto una ricerca costante e non episodica di “dignità” – e non di “orgoglio” – a far emergere/consentire che gli elementi di una medesima organizzazione si tengano insieme producendo un “tutto” di livello migliore.

Anche qui risulta illuminante la ricerca delle origini del termine: dignità, infatti, pur provenendo dal latino dignus, ossia “degno”, si porta con sé il precedente greco di “ἀξίωμα” che conteneva sia il significato di dignus, che di “assioma”. Ora, è noto che quest’ultimo termine indichi un principio, un principio che racchiude o da cui discende una verità, qualcosa, insomma, la cui sola presenza esprime una verità non sottoposta a verifica, vera di per sé, evidente (che si vede di per sé). In questo modo, con la parola dignità si mettono insieme, strategicamente, sia quell’idea di “condizione nobile”, cioè degna, tipica (o almeno che dovrebbe essere tipica) dell’Uomo, sia la sua evidenza di principio che non ha bisogno di nulla per essere ritenuta vera e dunque ineluttabile, non rinviabile, non opponibile. Tutte caratteristiche che sfuggono (ma aiuterebbero) a chi si batte per l’affermazione sociale della omosessualità. La lotta sociale e culturale, per concludere, dovrebbe prendere una direzione, per così dire, kantiana, nel semplice senso che dovrebbero divenire “assiomi dell’intuizione” (oltre ai concetti di spazio e tempo di cui parla il filosofo tedesco), taluni concetti fondamentali della convivenza civile, quale quello della scelta della propria identità sessuale. Sempre in termini banalmente kantiani, dovremmo cioè saper raggiungere un livello capace di consegnare a chiunque una sorta di “giudizio a priori” che invece di produrre – come accade oggi – una idea di alterità diffidente sostenuta da un orgoglio identitario – fosse capace di diffondere una idea di complessità inclusiva, dalla quale discenderebbe, stavolta sì, un mondo migliore di cui non possono farsi carico, per semplice e passeggera condizione anagrafica, i giovani di ogni generazione. La dignità di ogni essere umano vivente, infatti, è tale che gli è dovuta a prescindere se sia uomo o donna, etero o omosessuale, residente o migrante persino (aggiungerei almeno quest’altra disdicevole questione che dimostra il grado primitivo delle nostre competenze relazionali).

Alla tirata dei conti, per esser chiari, vedrei con maggiori possibilità di successo concreto una giornata mondiale della “dignità omosessuale” che prendesse il posto dell’attuale, inutile e controproducente orgoglio. Il passaggio, però, dovrebbe avvenire con la lucidità che ho cercato di esporre, cercando cioè di far divenire quel sentimento sgradevole, sempre esposto al rischio dell’oltre senza ritorno, che è racchiuso nella storia e nella cronaca della parola orgoglio, un sentimento di dignità. Va cioè inteso che dove c’è orgoglio, c’è rivendicazione di identità chiusa in se stessa, impermeabile alla creazione e al mantenimento di relazioni con un intorno dal quale ci si isola per effetto stesso dell’orgoglio, al massimo è consentito che le relazioni si mantengano senza interferire con quel blocco di compattezza che l’orgoglio rivendica e definisce. Ovviamente ci riferiamo ad una realtà che sfugge ad ogni compromesso, ad ogni movimento di avvicinamento verso altre identità, altri orgogli, con ciò statuendo l’impossibilità di un oltre condiviso. Paradossalmente, laddove vi sia rivendicazione di orgoglio, dunque, come ragione di vita e sopravvivenza, contemporaneamente si ha affermazione e rivendicazione di una condizione di stasi, di assenza di movimento e di negazione di relazione, che è un’altra dimensione del movimento, anch’essa negata. Ma dove c’è assenza e negazione di movimento non può esserci vita, così l’orgoglio rivela la sua natura mortifera, esattamente l’opposto di ciò che predica. Al contrario accade per il concetto di dignità che è bene leggere alla luce del concetto di divenire che ci fornisce Deleuze quando parla del divenire nel mezzo. La dignità, cioè, è una dimensione potenzialmente aperta dentro la quale ciascuno può entrare, uno spazio concettuale che ciascuno è in grado di rivendicare per sé e per il proprio gruppo nel quale si riconosce. Per tale ragione, in questo regno di mezzo si incontrano teorie e pensieri diversi che, della dignità appunto, fanno terreno di mutuo scambio. Intorno al concetto di dignità dunque, esiste un universo di relazioni ed intrecci che fanno da sfondo a ciò che ciascuno ritiene il fuoco della propria attenzione riguardo alla dignità. Da questo tessuto di relazioni nascono ulteriori intrecci e nuove relazioni si istituiscono, per semplice osmosi o per effetto di nuovi ingressi, come ogni organizzazione concettuale, anche quella che qui consideriamo è soggetta a spostamenti e ricerca di nuovi equilibri. Il concetto in se stesso accoglie tutto e raccoglie tutti, salvo che, successivamente, ciascuno dopo essere entrato nel concetto di dignità con un proprio bagaglio, ne esce con uno in qualche misura diverso, per effetto delle relazioni che ha dovuto intessere per rapportarsi al proprio concetto stesso di dignità. Certo, si può uscire da questo universo di relazioni con una posizione di netto rifiuto di tutto ciò che non corrisponde alla propria fisionomia, ma resta il fatto che chi decide di chiudersi in un solo modello di dignità alquanto ristretto, conosce contemporaneamente il contenuto degli altri possibili modelli. Per ciò stesso, dunque, si nutre della differenza più che della propria identità, la presenza dell’ “altro”, cioè, gli è necessaria ancor più che della presenza del sé medesimo. Ed è evidente come tutto ciò sia frutto di un intrinseco movimento che, come detto prima, è la forma della vita, di ciò che vive e che non può essere statico, come accade per l’orgoglio. Ebbene questo spazio comune dove ogni particolare concetto di dignità si insinua e crea relazioni necessarie, è appunto quel “mezzo” che caratterizza il divenire di Deleuze. La propria visione di dignità, in sostanza, si calibra attraverso l’incontro, scontro e confronto con le altre visioni della dignità. Ciò non significa che la dignità di un individuo o di un gruppo si trasformi in quella dell’altro, ma che per sostenere la propria visione di dignità occorre pensarla con la prospettiva delle altre visioni, progettare la propria idea di dignità comporta uno sforzo previsionale nei termini dell’altrui visione del medesimo concetto. La radice della parola stessa dignità, come si è già richiamato, spiega questa particolarità dato che un assioma non è che un punto di partenza necessario per costruire un quadro teorico e, come tale, è principio di movimento. A differenza della natura petulante del concetto di orgoglio che nega il movimento in quanto ripetizione sempre uguale a se stessa che fa dell’insistenza, sua specifica forma di movimento, la propria cifra e che è sostanzialmente un battere sul punto, senza aprire né consentire l’avvio di un qualsiasi movimento.

La rivendicazione di un orgoglio, per concludere in termini figurativi, è come l’azione del battere con un martello su un chiodo già piantato. Per l’analisi psicologica, infatti, è materia dell’ego, la parte meno interessata alla “diversità” e dunque all’incontro con un “altro” che sia persona o concetto o luogo o dimensione. L’ego non si muove, gira intorno a se stesso e su di sé sta. La rivendicazione di una dignità, invece, è come segnare con la matita un punto e da lì iniziare il proprio disegno. In chiave psicologica, tratta della profondità dell’ “essere”, un luogo della personalità che sta in un fondo da cui emerge e per ciò stesso richiede un movimento, un avvicinamento, un approssimarsi, un andare e venire. Questa sì dimensione del divenire, del movimento e della possibilità di incontro, scontro, confronto con ogni “altro” con cui sia dato imbattersi.

Perché, dunque, essere orgogliosi dell’omosessualità e non rivendicare invece una propria “dignità”?

Vedo soltanto ciechi

La più insistente forma di globalizzazione è la superficialità (che spesso si traduce in pura imbecillità). La seconda, la corruzione. A causa di questi due autentici virus, culturale il primo e sociale il secondo, il mondo ha preso una deriva che sfugge a quanti un giorno si risveglieranno vittime o succubi.

Il mondo che è stato a guida occidentale e prima specificamente europea, oggi avanza senza una guida riconosciuta. La forma è però quella della guida sotterranea, o dietro le quinte. E quello che accade lì dove possono vedere solo pochi eletti e protetti, determina il volto del mondo di oggi e di domani. La voglia di guardare al di là del consentito è poca, confusa, disorganizzata e ben tenuta a bada. Il problema è nella natura essenzialmente economica della visione del mondo, delle relazioni fra Stati e persino, come dimostra l’inedito caso del Corona Virus, dell’ordine delle priorità tra vita ed economia.

Intorno a me, vedo solo ciechi. Un mondo economico che ha forgiato l’Homo economicus, è un “mondo” finché tiene le sue regole. Quando ammette un principio di caos, già non è più un mondo, ma uno stato precario che prelude a un cambio rivoluzionario. Il principio di caos, a mio modo di vedere, è la Cina. Il solo paese che mantiene in vita le ideologie nella post modernità che secondo Lyotard si caratterizza per la fine delle “grandi narrazioni”. Questo storico Impero sta attuando una forma di comunismo che si è consociato col capitalismo che avrebbe dovuto combattere. Non ha adottato il liberalismo eppure si muove nel mondo del capitalismo liberale con le stesse prerogative degli altri. Come ammettere al tavolo da poker un baro. Chi lo farebbe? Eppure è quel che si fa. E lo scopo, a mio modo di vedere, è battere il capitalismo, che si basa sulla forza del denaro, comprando tutto il Capitalismo stesso. Credo che sia questo il piano cinese di lunghissimo raggio.

Alla crescita della Cina, d’altronde, abbiamo contribuito tutti. Con quelle forme di globalizzazione che ho definito insistenti. In Italia, per esempio, c’è stata tutta una lunga stagione colpevole che ha trasferito alla Cina, gratuitamente, il secolare know how italiano. Quello che ci ha reso famosi e irrinunciabili. Fino ad allora, i cinesi erano noti per l’attività di “copiare di contrabbando”. Le grandi ditte, grazie ad uno slogan rappresentativo dei due difetti della globalizzazione, la superficialità e la corruzione, hanno “delocalizzato” le loro attività, attirati dall’avidità dei guadagni. Con delocalizzazione, in realtà, si è inteso il dono a costo zero del nostro italian style, che a immaginarlo già solo come prodotto commerciale nella veste di “formazione professionale”, avrebbe regalato al nostro Paese un grande benessere. Invece lo abbiamo regalato consentendo a chi stava fuori dalla legalità (copiare per contrabbandare) di rientrare con nuova veste nel mondo dell’economia globale (produrre per conto terzi). Noi abbiamo dato impulso allo sviluppo economico della Cina e fornito vento alle vele della loro espansione mondiale.

Quello che va compreso, è l’ambito di profonde e significative differenze che consentono alla Cina di essere da molti anni il solo Paese il cui tasso di crescita si avvicina alle due cifre. A differenza degli altri Stati, infatti, la Cina programma con un raggio di azione pluridecennale. Il Governo – che nel loro contesto rappresenta l’onnipotenza della divinità – produce iniziative a corto, medio, lungo e lunghissimo raggio. Ne è un esempio facile facile l’ambizioso ma concreto progetto della nuova Via della Seta. Ma lo è anche l’investimento enorme in tecnologia, il G5, il nuovo aeroporto stellare di Pechino (segno concreto di tecnologia applicata al controllo totale e allo sviluppo programmato), etc. Il resto dei Paesi, normalmente è afflitto dalle misere dinamiche politiche basate su interessi individuali e di gruppo, sempre in tensione precaria tra il potere di una casta e la debolezza di una categoria. I piani di sviluppo in Italia sono annuali, in alcuni paesi triennali o al più, in quelli con una tradizione riformista che ha costruito un’etica del lavoro molto diversa da quella nostra, quinquennali.

Non vedo chi progetti cambiamenti a lungo raggio. Fanno eccezione le aspettative del Consiglio europeo di Primavera. Ma che ne è stato della strategia di Lisbona, ipotizzata nel 2000, per la crescita e l’occupazione attesa per il 2010? I dati occupazionali ci dicono cosa è successo: un naufragio. Da quel fallimento cosa ne è nato? Una nuova ipotesi che prevedeva, per il 2020, le seguenti cose:

• il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro;
• innalzare al 3% del Pil i livelli d’investimento pubblico e privato nella ricerca e lo sviluppo;
• ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20% rispetto ai livelli del 1990 e portare al 20% la quota delle fonti di energia rinnovabili nel consumo finale di energia;
• il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve avere una laurea o un diploma;
• 20 milioni di persone in meno devono essere a rischio povertà.

A prescindere dalla pandemia che non era prevedibile, ma che è avvenuta soltanto nel 2020, vi pare che quest’anno corrente abbia raggiunto gli ennesimi obiettivi di lunga scadenza? O non conferma il fatto che la massima capacità previsionale si attesti a 10 anni perché nessuno è in grado o ha in animo di spendersi per un vero futuro? un futuro che non debba egoisticamente godere in prima persona ma rappresenti piuttosto una eredità “sana” per chi verrà dopo di noi? Non era questa, in fondo, la missione centrale di ogni mandato politico in democrazia? Assumere l’onere di guidare il Paese per lasciarlo meglio di come lo si è ricevuto? Non è forse per caso, allora, che il refrain secondo cui “i giovani cambieranno il mondo” abbia trovato tanta eco. In fondo è un modo politically correct per scaricare sugli “altri” il proprio dovere e compito, un modo illusorio non confermato dalla storia, dato che ogni generazione assume temporaneamente il compito di rappresentare la gioventù e quindi la possibilità del cambiamento.

In realtà il cambiamento non ricade casualmente sulle spalle degli ignari, siano scelti per l’età o qualunque altro criterio. Il cambiamento si persegue con l’azione di leader capaci di interpretare il bene comune e abili a individuare la rotta da seguire. Grazie alla loro azione si formano altri leader e tutta la popolazione ne riceve impulso alla crescita, ciascuno secondo i propri strumenti, mezzi e capacità. La storia contemporanea ci mostra che questo funziona, purtroppo solo in paesi non liberali, dove non vigono i diritti umani essenziali, come in Cina. Abbiamo costruito un mondo dove leader significa “colui che comanda” oppure diventa un travestimento per chi comanda. Come in Cina, dove ogni apparizione del sommo capo del partito e della nazione viene omaggiato di sorrisi e giubili di entusiasmo, a prescindere dalla mancanza di libertà. Mentre in Occidente i leader che si propongono come tali sono soltanto anelli di catene di comando la cui parte più importante resta nascosta, agisce nell’ombra e al massimo si muove in acque opache dove le responsabilità non sono mai chiare. E tutto questo preoccupante orizzonte, sfugge per incapacità, per viltà, per indolenza, per interesse.

Intorno a me, vedo soltanto ciechi…

Tra Heidegger e il Covid 19

Il tempo che stiamo vivendo, viene definito da tutti come un tempo “sospeso”. Questa sensazione generale, quasi unanimemente condivisa, pone delle domande, su cosa significhi “sospeso” e, appesa alla precedente, per quanto tempo durerà questo tempo. Il nostro “essere”, cioè, vive una diversa dimensione temporale, una dimensione nella quale il tempo non è più solo una coordinata spaziale, correlata con la dimensione fisica dello spazio, ma diviene dimensione ontologica in cui ciascuno esplora uno spazio dimenticato o che ci si è abituati a ritenere residuale: la nostra interiorità.

Attenzione, non intendo dire che stiamo scoprendo il mondo interiore, siamo anche troppo bombardati da sollecitazioni che pescano nella interiorità per perseguire fini ed interessi che sfruttano la nostra interiorità per incanalare le nostre esistenze su binari predefiniti, utili ad altri che restano dietro le quinte. Dico però che questo tempo sospeso della quarantena ci sta obbligando a percorrere “sentieri interrotti” nel bosco della nostra vita interiore.

I pochi fortunati che hanno avuto modo di studiare un po’ di filosofia avranno già sentito risuonare gli echi del pensiero di Heidegger. Il suo pensiero ha lasciato una influenza che ancora perdura e che la complessità della contemporaneità sembra addirittura rinvigorire. Secondo lui veniamo al mondo per vivere il nostro progetto. La domanda che lui ci aiuta a farci è se il nostro essere veramente noi, se cioè l’ “io” di ciascuno di noi corrisponde ad un progetto autentico e sincero o non sia piuttosto il risultato scomposto ma preordinato di tante influenze esterne: delle strategie di marketing che sono ormai linguaggio comune delle aree del commercio, della pubblicità, della politica e persino del sindacalismo nella sua ultima e incoerente forma. Heidegger, insomma, ci ha spinto a distinguere tra un “io” di superficie che tuttavia noi riteniamo profondamente vero ed un “io” profondo che solo discende da una autentica conoscenza di quel mondo interiore dove ha base la nostra identità, dove risiedono le scelte fondamentali che ci definiscono come individualità uniche e irripetibili. Troppo evidente, infatti, che gli “io” influenzati da quanto sopra ricordato, si assomigliano tutti. Basterebbe guardare ai “modelli” antropologici che rappresentano i casi di successo dell’epoca moderna. I personaggi della televisione si assomigliano tutti, complice il ricorso ad una chirurgia estetica che applica le stesse “forme” al viso e al corpo di tutte, per esempio, le show girls, le presentatrici e persino una parte delle giornaliste. Ma non si creda si tratti di un fenomeno di genere. Anche i giornalisti televisivi, cioè quelli conosciuti dal grande pubblico, si assomigliano tutti, vanno per modelli di successo. Una analisi prossemica mostrerebbe con facilità, attraverso il rilevamento del linguaggio gestuale, della postura e del modo di rivolgersi agli interlocutori, che esiste una intera categoria di giornalisti che replica il modello “Santoro” per auto-mimesi, cercando cioè di sfruttare il successo del modello di riferimento.

Quando Heidegger si chiede, dunque, cosa definisca ciò che chiama l’ “esserci” (Dasein), egli spiega che si riferisce ad un concetto di “autenticità” che ha a che fare con la condizione tipicamente umana: la mortalità. L’idea della morte, dal cui timore o spavento deriva un senso di angoscia esistenziale e che ha un ruolo importante nella invenzione (uso il termine secondo l’etimo latino dell’invenire) delle religioni, pone un dubbio o, meglio, ci pone davanti ad una scelta a campo logico, delle due l’una: o la si ignora (fingendo che non ci riguardi fino a quando non si approssima la fine) o la si assume.

Normalmente crediamo che a definirci siano tutte le cose che facciamo nella nostra vita quotidiana. Il nostro lavoro, il nostro ruolo in società, le nostre relazioni, le cose che abbiamo, i nostri averi, la nostra casa, quella in città e quella al mare, quella popolare, quella abusiva, quella occupata, i nostri viaggi durante le ferie, i nostri successi e anche i nostri fallimenti. In realtà, tutte queste cose non sono la nostra essenza, ma semplici possibilità, alcune concretizzate come le si voleva, altre come si è potuto, altre ancora che non sono diventate affatto concrete, rimaste a livello di desideri, intenzioni, rivendicazioni che pure, anche se ad un altro livello, formano un addentellato delle precedenti. Se tutte queste “cose” le riteniamo aspetti del nostro “io” è perché veniamo da secoli di storia del pensiero che ha oggettivizzato l’essere come qualcosa che è nel mondo al pari di altri oggetti come la natura, con la sola differenza che l’essere umano è dotato di facoltà cognitiva per cui vede e comprende gli altri oggetti (sebbene pensando proprio alla relazione tra Uomo e Ambiente il dubbio che sappia “vedere e comprendere” si fa davvero grande). Tutto sommato, fino ad Heidegger non siamo andati molto più in là dell’idea che Parmenide espresse nel VI secolo a. C. quando disse che l’essere è e non può non essere; e che il non essere non è, ed è necessario che non sia. Certo si è passati da una visione immobile dell’essere ad una compatibile col divenire storico, ma sostanzialmente senza compromettere l’impostazione presocratica che si è strutturata col passaggio da Platone e Aristotele per giungere fino ad Hegel che ha abbattuto limiti importanti (l’essere come limite del pensiero) ma sempre con il primato della Ragione. La fiducia nella stabilità delle categorie e dei giudizi che oggettivizzano la mente umana con Heidegger invece scompare, sollecitata da un senso storicista che nel progetto umano non può vedere modalità uniformi date per sempre, la mente umana è anch’essa partecipe della mobilità che caratterizza il nostro essere progetto. Sostanzialmente, in Heidegger c’è una diretta anticipazione di quella teoria della complessità che ritiene un limite il riduzionismo scientifico (così le filosofie come quella kantiana) che scompongono in parti per conoscere il tutto. Per Heidegger l’uomo è un intero che ha sempre qualcosa in più o in meno della somma delle sue parti, che rappresenta la sua unicità, che definisce il suo Dasein, il suo progetto vitale.

Il salto che Heidegger ci ha fatto fare è quello di cui prendiamo incoscientemente coscienza in questi giorni di tempo sospeso. Tutti noi abbiamo dovuto fare i conti con la sottrazione di un orizzonte vitale fatto di progetti a breve scadenza, come l’abitudine di recarsi in palestra o incontrare gli amici per l’aperitivo; di media scadenza come l’avere programmato un viaggio in estate; o, infine, di lunga scadenza come potrebbe essere aver fissato la data di matrimonio fra due anni, o rinviato l’acquisto di casa ai prossimi cinque anni programmando dei risparmi preliminari. Ciò che abbiamo dovuto improvvisamente eliminare dalla nostra vita produce conseguenze diverse. Ciò che era a breve scadenza ci ha infastidito, ciò che sembra sfuggire a medio termine ci dà paura, unitamente alla speranza che tutto questo passi in fretta, perché ci spaventa non poter recuperare quei progetti specifici come una vacanza programmata. Ciò che si trova a lunga scadenza, invece, ci dà ansia, un’ansia che parla di un futuro di cui non si conoscono i contorni, i vincoli, le condizioni. Qui non è più la festa di matrimonio il problema, se si farà o meno – sarebbe solo un’altra paura e chi la vive in questi termini effettivamente ha solo una paura in più – ma il futuro e la domanda interiore è: cosa ne sarà di noi. È stato proprio Heidegger a distinguere tra paura ed ansia a seconda che sia riferita a qualcosa di circoscritto e noto oppure legata ad un ignoto che non ci dà strumenti di difesa. Contro la paura esistono la fuga e la difesa, contro l’ansia non abbiamo null’altro che la meditazione se non si vuole fare ricorso agli psico-farmaci.

Come di fronte alla morte, anche in questa esperienza di quarantena, con i suoi echi di morte giornalmente diffusi dai quotidiani e dalle televisioni, viviamo quel tempo sospeso che è tipico della morte. La morte ci sottrae a tutto, senza preavviso, non ci lascia il tempo di salutare chi vorremmo, di chiedere perdono, di sistemare le nostre cose, di pronunziare le ultime parole. Si muore senza il conforto di un sistema. Mentre ci siamo abituati a vivere con e dentro un sistema. Siamo divenuti – Heidegger ci metteva in guardia – pezzi o ingranaggi (a seconda del livello di coinvolgimento) di un mega organismo, iper-strutturato, che è la società capitalista di produzione; chi non è coinvolto è perché alla stessa stregua è parte di altri organismi super-strutturati come organi centralisti votati al controllo delle comunità di cittadini. In questo senso le sensazioni che oggi proviamo, di fronte a ciò che abbiamo perduto, temporaneamente o chissà, sono richiami del nostro mondo interiore che ci spinge a farci le domande più profonde ed intime: chi siamo veramente e cosa veramente vogliamo essere, cosa desideriamo per il futuro nostro e degli altri? Vogliamo davvero tornare a un mondo in cui iniquità e disuguaglianza corroborano un sistema che offre dignità solo verbale e formale ai cittadini, ma non reali forme di democrazia? Come davanti alla morte ci corre rapidamente davanti agli occhi tutta la nostra esistenza (almeno, così ce lo raccontiamo) ma solo coi fotogrammi delle cose importanti, anche questo tempo sospeso ci sta facendo riscoprire la giusta gerarchia delle cose veramente importanti. Abbiamo vissuto per lungo tempo convinti che nulla potesse impensierirci e probabilmente questa pandemia è solo uno degli eventi che il futuro ci farà conoscere.

Oggi osserviamo con più orrore l’arrossamento della pelle delle infermiere che per dodici ore hanno assistito i malati in rianimazione, che le immagini della gente che muore nei teatri di guerra sparsi per il mondo, magari dopo anni di indifferenza e privazioni, magari dopo torture fisiche inaudite. Ma l’esposizione mediatica ci ha abituati alla morte degli altri (ancora un concetto heideggeriano), senza prepararci all’ansia di questo scenario che ci sottrae allo stordimento quotidiano della società dei consumi, quella che ha tagliato i fondi a sanità e istruzione per perseguire la chimera del profitto. Che non c’è stato. Mentre tutti siamo stati trasformati prima da persone a cittadini, poi da cittadini a consumatori e infine da consumatori a clienti, ognuno con la sua fidelity card che fa capo ad una multinazionale francese o tedesca o americana o araba o cinese. Siamo ancora nel mondo della opposizione tra una classe egemone (oligarchica) e tante classi subalterne, ognuna delle quali manipolata da una multinazionale. Siamo prodotti in serie, che di tanto in tanto si risvegliano per un evento fortuito ed hanno l’occasione di tornare a cambiare il mondo, perché ogni crisi è tale da un solo lato della moneta. Dall’altro lato, infatti, c’è sempre una opportunità che bisogna saper cogliere. Occorre, come suggeriva Heidegger, assumersi la responsabilità del vivere, assumendo la morte come orizzonte non buio, misterioso e pauroso, ma come limite storico del nostro essere nel mondo. Ognuno di noi è manifestazione dell’essere, ognuno con una forma diversa ed unica. Non occorre mettersi d’accordo su una meta comune, se davvero assumessimo la prospettiva heideggeriana, se facessimo tesoro dell’apprendimento forzato di questo tempo sospeso, torneremmo a curare e proteggere quel dialogo umano che è la base di ogni democrazia e che nasce naturalmente quando le persone vivono il loro progetto come esperienza individuale di un essere comune. Passeremmo dal disorientamento descritto dalla società liquida teorizzata da Zygmunt Bauman alla coscienza della Terra-Patria di cui parla, inascoltato, Edgar Morin. E finalmente sarebbe il mondo migliore che sempre risorge dopo una grande crisi.

Corona virus, accettare la sfida

La guerra del Corona virus non è una guerra. Direi, piuttosto, una sfida. Vediamo perciò di comprendere insieme i termini di questa sfida.

Al suo insorgere, effettivamente, la dimensione “epidemica” che di volta in volta coinvolgeva singoli paesi, metteva in campo dispositivi di intervento, e dunque forme di pensiero, riflesso di modelli ancora tradizionali. In un saggio del 2010, Byung-Chul Han rifletteva sugli scenari contemporanei rilevando il generale attardamento delle società, quelle occidentali in testa, su modelli desueti. Modelli che nella sua lettura riflettevano un paradigma “immunologico” non più capace di cogliere la complessità contemporanea. Di questa, infatti, ne sottolineava la sostanziale incompatibilità col precedente modello immunologico. I modelli del passato sono quelli di un’epoca che chiama “batterica” dove è essenziale la presenza di un “altro” contro il quale opporsi. Ma l’epoca contemporanea è piuttosto un periodo “virale”, un tempo, cioè, in cui non esiste più una distinzione netta tra interno ed esterno, tra amico e nemico. Tanto la sfera biologica quanto quella sociale, in sostanza, sono state caratterizzate da dinamiche di “attacco e difesa” che hanno trovato nell’Altro, nell’Estraneo il necessario opposto. Oggi “al posto dell’alterità abbiamo invece la differenza che non provoca alcuna reazione immunitaria”[1]. Leggi tutto “Corona virus, accettare la sfida”

Il giubilo e l’innocenza

Non mi piace il calcio. Ho sempre preferito gli sport. Sono cresciuto in questa dicotomia insanabile: il football da una parte, gli sport dall’altra, tutti gli altri. Ma non come la raffinata distinzione degli inglesi tra Jam e Marmalade che pone una differenza in positivo che ci saremmo attesi dalla Sicilia, posto che Marmalade si può dire solo delle arance mentre Jam di qualsiasi confettura. Leggi tutto “Il giubilo e l’innocenza”

Il poeta muore sempre due volte

Ho recentemente seguito i lavori di un congresso a Buenos Aires. L’occasione è stata ritenuta ghiotta per invitare – senza alcuna ragione a mio avviso – la compagna degli ultimi anni di Borges, Maria Kodama, sposata pochi mesi prima di morire. Mi è già capitato altre due volte di trovarla ospite da qualche parte per ricevere premi alla memoria del marito, che però, in pratica nascono pensati per lei e a lei vengono consegnati. Mi chiedo se nella loro casa siano di più quelli ricevuti da lui o quelli accumulati da lei da quando la sorte ha deciso che il primo tornasse ad alimentare il ciclo dell’universo, mentre l’altra restava ancora quaggiù a poggiare i piedi sul pianeta azzurro. Evento del tutto casuale che però è intervenuto a decidere le sorti del futuro, per lo meno di quello immediato, di quella eredità intellettuale che George ha lasciato ad una umanità variamente popolata e che rimane vincolato alle “autorizzazioni” della moglie sopravvivente. Leggi tutto “Il poeta muore sempre due volte”