Boschi: perché ha ragione Saviano

Quando Maria Elena, bella e giovane donna, è entrata nel panorama politico nazionale ho avuto l’impressione si trattasse anche di una signora in gamba. Non ho cambiato idea e la sua giovane età mi ha anche fornito un motivo in più per essere contento del cambio di governo. E piacere mi ha fatto vedere un rinnovamento così ampio da regalarci la più giovane squadra di governo che la memoria di noi nati negli anni Sessanta potessimo ricordare (un po’ meno la quasi totale provenienza fiorentino-toscana, come se fuori da quella regione non fosse possibile reperire competenze e abilità).
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I due marò e le nozze indiane

Di pochi giorni fa la notizia di un matrimonio da Mille e una notte a Firenze. Una coppia di giovani indiani, figli di gente chissà come e perché ricca oltre ogni criterio di decenza, ha sperperato una cifra faraonica per il capriccio di sponsali maestosi nella bella cornice del capoluogo toscano. Ci si erano dati il primo bacio durante un viaggio precedente e lì hanno voluto suggellare.

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Generazione Erasmus: l’esempio dei giovani

Sul Corriere della Sera di oggi 26 novembre, a pagina 29 leggo un articolo di Orsola Riva che così intitola: “Italia ultima per numero di laureati”. I risultati del rapporto OCSE “Education at a guance” danno all’Italia l’ennesimo triste primato in una classifica che osserva i 34 paesi più industrializzati al mondo. E guardando al rapporto tra PIL e investimento nell’università, la situazione non è dissimile, ci collochiamo al quartultimo posto. L’articolo poi spiega che le nostre università sono ancora troppo legate a modelli di insegnamento troppo teorici e denuncia il ritardo dei nostri atenei in tema di organizzazione, specie guardando agli insufficienti livelli di stage e raccordi col mondo del lavoro. Ma il boccone amaro si manda a malapena giù quando si apprende che nonostante gli sforzi enormi sostenuti da chi comunque una laurea la persegue, i laureati hanno davanti un tasso di occupazione di un punto percentuale inferiore a quello dei diplomati (62% contro il 63%).

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Paris, 13 nov 2015. Qualcosa da dire

Ricordate il 9 novembre del 1989? La clamorosa caduta del muro di Berlino. Un giorno di festa così atteso che non ci fu nulla da dire, se non tirare un sospiro di sollievo. Qualcosa di altrettanto grande è accaduto 26 anni dopo, ma è un’altra storia. Perché a precedere la caduta del muro c’era anzitutto la consapevolezza che il muro, sia quello concreto fatto di cemento armato sia quello simbolico fatto di chiusura fra culture, quella occidentale e quella orientale, quella liberista e quella comunista, esisteva.

Pochi giorni fa, invece, è caduto un muro che vedevano in pochi, sebbene improvvisamente, alla sua assenza, per dirla con Heidegger, se ne sia scoperta planetariamente l’esistenza.  Il muro è quello dell’ignoranza, quella vera su cui si tace, quella di ritorno che ha vanificato il lavoro delle scuole, quella subliminalmente imposta da una cultura dell’effimero e dello spreco che è funzionale agli avidi interessi di un manipolo di finanzieri, quella che ci rende individualisti e soli, quella che ci ha reso fragili come si voleva che fossimo. E che siamo.  Soltanto l’ignoranza e il suo più fatale esito che è l’incapacità di senso critico ci hanno portato a questo punto. La prima sollevazione delle banlieu parigine non era che l’ultimo allarme che invitava ad un intervento prima che fosse troppo tardi. E che sia sia arrivati al “troppo tardi” è sotto gli occhi, in lacrime, di tutti. Pensiamo davvero che se questi altri ignoranti ma anche emarginati e disperati che nutrono le fila di questa follia dell’isis fossero in grado di condurre una vita decorosa, con un lavoro e un welfare per provvedere alle loro famiglie, fossero in grado di godere delle domeniche di riposo, di vacanze utili per passeggiare spensieratamente con i figli, abbandonerebbero tutto per recarsi in quella pietraia colma di rovine che è lo spazio tra Siria e Iraq dove patiscono il miraggio di una nazione scellerata? Certamente alcuni sì, è nella legge dei grandi numeri, ma infinitamente meno di quanti stimiamo, a tentoni, che siano. In questa poltiglia di fuori di senno ci sono delinquenti e violenti che andrebbero trattati senza guanti, con una legislazione speciale immune alle stupidità del garantismo di cultura democratica. Non pare adeguata la misura dell’espatrio, questa subdola forma che perfeziona, di volta in volta, di espulsione in espulsione, la capacità di questi soggetti di penetrare le nostre difese, addestrandoli sempre meglio a perpetrare i loro diabolici obiettivi di morte. E qualcosa andrebbe fatto anche con la rete dei fiancheggiatori, parenti ed amici, se si accertano anche morbide forme di connivenza o protezione. Ma questo è semplice ed attiene solo al lavoro da fare ormai che è troppo tardi. Quello su cui si deve riflettere è il dogmatismo ebete di chi crede che il multiculturalismo passi per l’annientamento delle identità culturali, sia nella forma prepotente che chiede assimilazione incondizionata sia nella forma, più subdola e colpevole, della subalternità culturale. È di pochi giorni fa la notizia di una scuola che ha evitato una visita ad un museo che esponeva la Crocifissione bianca di Chagall. Un esempio giustamente definito come autentica imbecillità da tanti editoriali in molti quotidiani, talmente paradossale da spingere alcuni articolisti ad evocare le dimissioni per il personale scolastico autore di quell’esempio di brutalità anti educativa. Sostenere la propria cultura non può in alcun modo offendere la cultura altrui, il solo pensiero è già una forma di violenza verso la nostra cultura, un controsenso insomma, un corto circuito del pensiero critico. Il rispetto delle culture non trova reciprocità, come superficialmente invocato da impreparati esponenti della Lega, nella costruzione di chiese in territorio musulmano. Le scelte sono unidirezionali e l’Occidente ha scelto la libertà. Che deve, essa sì, essere reciproca. I tanti immigrati che nella grande maggioranza rivitalizzano il nostro morente tessuto relazionale, hanno libertà di culto, ma non diritto di prepotenza finalizzato a spegnere la nostra cultura o modificare il nostro stile di vita. La convivenza pacifica nutre questo rispetto reciproco, lo costruisce nella quotidianità. Bauman ricorda che la “fusione di orizzonti” culturali, che ritiene autentica chimera degli antropologi, è “desiderabile e meritevole” ma, avverte, è anche “improbabile, o forse impossibile, da essere raggiunta”. La sola opportunità che abbiamo è coltivare “lo strenuo sforzo di migliorare la comprensione reciproca” che ha sempre mostrato di essere “una fonte prolifica di creatività culturale” (Bauman, Conversazioni sull’educazione, 2012). Ci aveva avvertiti Oriana Fallaci che ingiustamente viene dipinta come guerrafondaia, in Francia era nella lista nera degli agitatori sociali. E in Italia si è dimenticato subito il suo spessore di giornalista, ricercatrice della verità, anche e soprattutto quando è scomoda. Ora che abbiamo il sangue della rabbia e l’inutile conforto dell’orgoglio, cosa saremo capaci di fare? A mio giudizio non c’è che una strada, va compiuto un enorme sforzo educativo che ridia centralità alla scuola e alla sua “concreta” efficacia. Chi avesse dubbi, metta a confronto le reazioni degli adulti ai fatti di Paris, colme di rinforzato pregiudizio con quelle dei nostri ragazzi che vivono all’estero, in un clima mutato e mentalmente più aperto, e rifletta sul loro rifiuto di chiudersi in una guerra falsamente ideologica, sul loro rifiuto di vedere, ora, dei nemici nei compagni di scuola e università che professano un’altra religione e provengono da paesi extra europei.

 

Lo spreco all’italiana

Se volete comprendere l’immensità faraonica dello sperpero di denaro pubblico in Italia, se volete provare la sensazione fisica della spaventevole enormità delle ruberie che hanno spolpato il Paese, dovete recarvi all’estero. A me è capitato fin da ragazzo di andare fuori dai confini nazionali ed ho perciò sempre percepito con vergogna e un terrificante senso di impotenza questa abnorme differenza che esiste fra noi e gli altri, tutti gli altri.

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Peppa a Cannunera

Sicily Spoon River è il titolo di una mia raccolta di liriche dedicate a personaggi siciliani ormai dimorati nell’aldilà. Possono essere eroi della lotta alla mafia, filosofi dell’antichità, protagonisti della storia locale e personaggi del volgo, tutti caratterizzati da un tono ilare, disincantato, ironico, tagliente a volte ma sempre distaccato ormai dalla realtà del mondo terreno. Seguendo l’ispirazione di Edgar Lee Master, si svolge così un percorso che restituisce dignità ad un popolo troppo spesso prono.
Su youtube lo Spoon River dedicato ad una figura eroica del Risorgimento isolano. Non a caso, una donna.
Al seguente link:

Charamsa? Preferisco Paolo Bonolis…

C’è qualcosa di plateale in “padre” Charamsa che non convince, come il suo sorriso. A oggi, mi risulta, uomini e donne con abito talare si astengono dal sesso, assorbiti esclusivamente dalla Devozione. La rivendicazione omosessuale è perciò un falso, chi se ne frega degli orientamenti sessuali di Charamsa? a tutti interessa invece la questione della coerenza al precetto che sacerdoti e suore rispettano: la castità. Se non si sente di affrontare la castità, si spogli come hanno fatto altri e la smetta di manipolare la questione della omofobia. Credo che lo farà ma prima vuole assicurarsi l’agio che gli verrà dalla vendita dell’ennesimo bestiario best seller: il libro dei fatti suoi.

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Oltre la Lingua… evocazioni de la Invincibile Armada

Non v’ha dubbio che la lingua sia cultura, giusto nel senso che la riflette, la esprime, la svela. Mi viene in mente mentre mi trovo alla fermata della metropolitana, a Madrid. L’orario è di quelli in cui trovi poca gente e non c’è niente da guardare, niente che attiri la tua attenzione se sei libero dalla fatalità del cellulare, si intende. Così lo sguardo si fissa sul tabellone:

4 minuti. Un’attesa breve, ma questa volta non sono neanche tentato di fare una delle solite ramanzine sulle incapacità organizzative italiane. Ovviamente controllo che il cartello dica la verità e seguo il tempo con il mio orologio. Finché il cartello cambia e mi sorprende al punto che dimentico di verificare l’esattezza:

Cosa c’è di tanto curioso? Semplicemente che qualcuno abbia elaborato questa frase. In tempi di sopraffazione a opera della sintesi, della brevità assoluta, della polverizzazione della curva dell’attenzione, del minimalismo critico, del disimpegno assoluto, della povertà linguistica, della balordaggine informatica, ecco che sul display della metropolitana madrilena qualcuno si concede il tempo/lusso di dire con enfasi ed eleganza che: le carrozze di cui si compone questo bel treno moderno, complete di guidatore e passeggeri, stanno facendo il loro ingresso in stazione!
Gli americani avrebbero liquidato la cosa con un semplice “Coming” o “Arriving” e pure noi italiani, ormai preda e prigionieri di chiunque lo desideri o gli necessiti, ormai incapaci di comprendere la differenza tra tolleranza e resa, tra identità e prepotenza,  noi stessi avremmo scritto “In arrivo”, (perciò mi riprometto di controllare le metropolitane di Roma e Milano).
Gli spagnoli, no, o, almeno, i madrileni, quelli della capitale. In ossequio a un passato glorioso che non rifiutano e che non ostentano – errori entrambi invece praticati con vanaglorioso successo in Italia e soprattutto dal meridione d’Italia – mantengono un piacere per quel concetto di abbondanza che tanto ha caratterizzato la loro identità da offrire al mondo il Barocco a perpetua memoria. Così, quando vi troverete a Madrid, in attesa della metro, non lasciatevi distrarre dalle inezie della contemporaneità e sentitevi importanti, non starete aspettando inutilmente, presto, prestissimo, in pochi minuti, dal buio del tunnel spunterà un glorioso treno, emulo delle galere spagnole della Invincibile Armada che annuncerà il suo trionfale ingresso in quel porto sotterraneo: va a effectuar su entrada en la estacion,  per portarvi a destinazione!

Del senso del brutto

Diamo per scontato che esista un senso del bello ed è pure scontata l’idea che tutti apprezzino la bellezza, salvo poi distinguere che tipo di bellezza si intenda. Non è così. Perché esiste un senso del brutto che spesso soppianta il fratellastro. Ma vanno fatti i dovuti distinguo. Il senso del bello si persegue, si cura, si costruisce, si arricchisce. Il senso del brutto si trova, lo si subisce, gli si obbedisce, si contribuisce ad estenderne il contagio.

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