Paris, 13 nov 2015. Qualcosa da dire

Ricordate il 9 novembre del 1989? La clamorosa caduta del muro di Berlino. Un giorno di festa così atteso che non ci fu nulla da dire, se non tirare un sospiro di sollievo. Qualcosa di altrettanto grande è accaduto 26 anni dopo, ma è un’altra storia. Perché a precedere la caduta del muro c’era anzitutto la consapevolezza che il muro, sia quello concreto fatto di cemento armato sia quello simbolico fatto di chiusura fra culture, quella occidentale e quella orientale, quella liberista e quella comunista, esisteva.

Pochi giorni fa, invece, è caduto un muro che vedevano in pochi, sebbene improvvisamente, alla sua assenza, per dirla con Heidegger, se ne sia scoperta planetariamente l’esistenza.  Il muro è quello dell’ignoranza, quella vera su cui si tace, quella di ritorno che ha vanificato il lavoro delle scuole, quella subliminalmente imposta da una cultura dell’effimero e dello spreco che è funzionale agli avidi interessi di un manipolo di finanzieri, quella che ci rende individualisti e soli, quella che ci ha reso fragili come si voleva che fossimo. E che siamo.  Soltanto l’ignoranza e il suo più fatale esito che è l’incapacità di senso critico ci hanno portato a questo punto. La prima sollevazione delle banlieu parigine non era che l’ultimo allarme che invitava ad un intervento prima che fosse troppo tardi. E che sia sia arrivati al “troppo tardi” è sotto gli occhi, in lacrime, di tutti. Pensiamo davvero che se questi altri ignoranti ma anche emarginati e disperati che nutrono le fila di questa follia dell’isis fossero in grado di condurre una vita decorosa, con un lavoro e un welfare per provvedere alle loro famiglie, fossero in grado di godere delle domeniche di riposo, di vacanze utili per passeggiare spensieratamente con i figli, abbandonerebbero tutto per recarsi in quella pietraia colma di rovine che è lo spazio tra Siria e Iraq dove patiscono il miraggio di una nazione scellerata? Certamente alcuni sì, è nella legge dei grandi numeri, ma infinitamente meno di quanti stimiamo, a tentoni, che siano. In questa poltiglia di fuori di senno ci sono delinquenti e violenti che andrebbero trattati senza guanti, con una legislazione speciale immune alle stupidità del garantismo di cultura democratica. Non pare adeguata la misura dell’espatrio, questa subdola forma che perfeziona, di volta in volta, di espulsione in espulsione, la capacità di questi soggetti di penetrare le nostre difese, addestrandoli sempre meglio a perpetrare i loro diabolici obiettivi di morte. E qualcosa andrebbe fatto anche con la rete dei fiancheggiatori, parenti ed amici, se si accertano anche morbide forme di connivenza o protezione. Ma questo è semplice ed attiene solo al lavoro da fare ormai che è troppo tardi. Quello su cui si deve riflettere è il dogmatismo ebete di chi crede che il multiculturalismo passi per l’annientamento delle identità culturali, sia nella forma prepotente che chiede assimilazione incondizionata sia nella forma, più subdola e colpevole, della subalternità culturale. È di pochi giorni fa la notizia di una scuola che ha evitato una visita ad un museo che esponeva la Crocifissione bianca di Chagall. Un esempio giustamente definito come autentica imbecillità da tanti editoriali in molti quotidiani, talmente paradossale da spingere alcuni articolisti ad evocare le dimissioni per il personale scolastico autore di quell’esempio di brutalità anti educativa. Sostenere la propria cultura non può in alcun modo offendere la cultura altrui, il solo pensiero è già una forma di violenza verso la nostra cultura, un controsenso insomma, un corto circuito del pensiero critico. Il rispetto delle culture non trova reciprocità, come superficialmente invocato da impreparati esponenti della Lega, nella costruzione di chiese in territorio musulmano. Le scelte sono unidirezionali e l’Occidente ha scelto la libertà. Che deve, essa sì, essere reciproca. I tanti immigrati che nella grande maggioranza rivitalizzano il nostro morente tessuto relazionale, hanno libertà di culto, ma non diritto di prepotenza finalizzato a spegnere la nostra cultura o modificare il nostro stile di vita. La convivenza pacifica nutre questo rispetto reciproco, lo costruisce nella quotidianità. Bauman ricorda che la “fusione di orizzonti” culturali, che ritiene autentica chimera degli antropologi, è “desiderabile e meritevole” ma, avverte, è anche “improbabile, o forse impossibile, da essere raggiunta”. La sola opportunità che abbiamo è coltivare “lo strenuo sforzo di migliorare la comprensione reciproca” che ha sempre mostrato di essere “una fonte prolifica di creatività culturale” (Bauman, Conversazioni sull’educazione, 2012). Ci aveva avvertiti Oriana Fallaci che ingiustamente viene dipinta come guerrafondaia, in Francia era nella lista nera degli agitatori sociali. E in Italia si è dimenticato subito il suo spessore di giornalista, ricercatrice della verità, anche e soprattutto quando è scomoda. Ora che abbiamo il sangue della rabbia e l’inutile conforto dell’orgoglio, cosa saremo capaci di fare? A mio giudizio non c’è che una strada, va compiuto un enorme sforzo educativo che ridia centralità alla scuola e alla sua “concreta” efficacia. Chi avesse dubbi, metta a confronto le reazioni degli adulti ai fatti di Paris, colme di rinforzato pregiudizio con quelle dei nostri ragazzi che vivono all’estero, in un clima mutato e mentalmente più aperto, e rifletta sul loro rifiuto di chiudersi in una guerra falsamente ideologica, sul loro rifiuto di vedere, ora, dei nemici nei compagni di scuola e università che professano un’altra religione e provengono da paesi extra europei.

 

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