La scuola di chi

La scuola di chi? Se tutti hanno diritto, chi ha diritto alla scuola?

Dieci anni dopo una vecchia domanda ritorna all’inizio di un anno scolastico: un sistema costruito per tutelare i diritti di chi vi lavora riesce ancora a garantire quelli degli alunni?

Nel 2016 pubblicai un libro dal titolo volutamente elementare: La scuola di chi? La domanda era meno banale di quanto sembrasse. La scuola esiste per gli alunni oppure, lentamente e quasi senza che ce ne accorgessimo, è diventata un’organizzazione costruita prevalentemente intorno alle esigenze degli adulti che vi lavorano?

Dieci anni dopo, tornato a dirigere una scuola italiana dopo una lunga esperienza professionale all’estero, un normale avvio di anno scolastico mi costringe a riprendere quella domanda. Prendiamo una scuola qualsiasi. La mia può servire da osservatorio, ma il problema non riguarda certamente un singolo istituto.

Sulla carta arrivano diciotto collaboratori scolastici. Nella realtà sono quasi tutti beneficiari, per situazioni diverse, delle tutele previste dalla legge 104. Una lavoratrice richiede il part-time al 50 per cento. Un’altra viene utilizzata presso l’Ufficio scolastico territoriale e la sua assenza non determina automaticamente l’arrivo di un supplente. Il risultato è curioso: l’organico esiste amministrativamente, molto meno materialmente. Potremmo dire che sulla carta siamo al completo. È la realtà che presenta un vuoto preoccupante.

Tra gli assistenti amministrativi, uno arriva in assegnazione provvisoria e un altro con contratto fino al 30 giugno. Tutto previsto dalle norme. Peccato che luglio sia tutt’altro che un mese morto per una segreteria scolastica: è il periodo nel quale si chiudono progetti, finanziamenti europei e una quantità di procedimenti amministrativi che non conoscono le vacanze degli alunni. Un altro vuoto progettuale.

Ma è sul sostegno che il paradosso diventa pedagogicamente più interessante. Cinque nuovi docenti assegnati alla scuola dell’infanzia risultano privi della specializzazione per il sostegno. Contemporaneamente alcuni insegnanti che avevano già lavorato con determinati bambini e dei quali le famiglie avevano espressamente richiesto la conferma in nome della continuità educativa non possono essere confermati perché i posti sono stati occupati a seguito delle operazioni che precedono la procedura di conferma. Un buon numero di essi è titolare di benefici ex lege 104.

Non c’è necessariamente nulla di illegittimo in tutto questo. Ed è precisamente questo il problema. Il Ministero stesso dichiara di perseguire la direzione opposta. Nel proprio Atto di indirizzo afferma che occorre assicurare agli studenti con disabilità «maggiore continuità didattica», aumentare la presenza di docenti di sostegno di ruolo e incrementare il numero di insegnanti specializzati. Richiama inoltre esplicitamente la possibilità, introdotta dal legislatore, di confermare il docente a tempo determinato quando la famiglia lo richieda e il dirigente valuti tale conferma nell’interesse dell’alunno.

Il principio è difficilmente contestabile: per un bambino con disabilità la relazione educativa non è un accessorio organizzativo. In molti casi è parte della condizione stessa che rende possibile apprendere, comunicare, orientarsi nell’ambiente e costruire progressivamente autonomia.

Eppure il sistema che deve realizzare quel principio è governato contemporaneamente da un’altra complessa architettura di norme, contratti, precedenze, utilizzazioni e assegnazioni provvisorie. Il CCNI vigente per il triennio 2025/26-2027/28 disciplina dettagliatamente le precedenze nelle operazioni di utilizzazione e assegnazione provvisoria, comprese quelle derivanti dalle condizioni di disabilità e assistenza tutelate dalla legge.

Da una parte, dunque, lo Stato proclama la continuità educativa dell’alunno come obiettivo. Dall’altra costruisce procedure nelle quali quella continuità deve trovare spazio dopo che sono state soddisfatte una serie di posizioni giuridiche relative al personale.

Non è una contraddizione tra legalità e illegalità. È qualcosa di più interessante e, forse, più preoccupante: una contraddizione tra razionalità delle singole norme e irrazionalità possibile del loro risultato complessivo. Ciascun frammento, considerato separatamente, ha una propria ragione.

È legittimo tutelare il lavoratore con disabilità. È una conquista di civiltà. È legittimo consentire a chi assiste un familiare in condizioni di grave disabilità di conciliare lavoro e cura. È legittimo prevedere assegnazioni provvisorie, utilizzazioni, part-time e precedenze. È legittimo tutelare la mobilità del personale. È giusto combattere il precariato. È giusto garantire la continuità dell’insegnante di sostegno. È giusto volere docenti specializzati.

Il problema comincia quando tutte queste cose, singolarmente giuste, vengono messe insieme. Chi è responsabile del risultato?

Qui il diritto sembra ragionare in maniera lineare mentre la scuola è, per definizione, un sistema complesso. La norma vede il lavoratore A, il diritto del lavoratore B, la precedenza di C, l’assegnazione di D, il posto disponibile per E. La scuola reale, invece, deve fare entrare ogni mattina centinaia di bambini in un edificio, assisterli, sorvegliarli, educarli, includere quelli con maggiore fragilità, garantire sicurezza, pulizia, amministrazione, didattica e relazioni. È la differenza tra amministrare le parti e governare il sistema.

Immaginiamo allora che tutto sia perfettamente regolare. Nessun abuso, nessun privilegio indebito, nessuna scorciatoia. Ogni lavoratore esercita un diritto effettivamente posseduto; ogni ufficio applica correttamente la disposizione di propria competenza.

Alla fine dell’operazione, però, può accadere che una scuola abbia formalmente diciotto collaboratori e ne possa utilizzare molti meno; che disponga formalmente dei posti di sostegno ma non necessariamente degli insegnanti specializzati; che perda la continuità di una relazione educativa richiesta dalla famiglia proprio mentre il Ministero dichiara di volerla garantire; che abbia personale amministrativo quando la scuola è frequentata dagli alunni e ne perda una parte proprio mentre deve concludere alcuni dei procedimenti amministrativi più impegnativi dell’anno.

Tutto regolare. Ma la scuola funziona? È questa la domanda che manca.

E non riguarda soltanto la legge 104. Sarebbe persino troppo facile attribuire il problema alle tutele della disabilità. Quelle tutele rappresentano una conquista democratica che nessuna società civile dovrebbe mettere in discussione. Gli eventuali abusi — che, quando esistono, devono essere accertati e perseguiti con gli strumenti previsti dall’ordinamento — costituiscono un problema diverso. Confondere le due questioni sarebbe ingiusto verso chi ha realmente bisogno di quelle garanzie e ci impedirebbe di vedere la contraddizione più profonda.

Perché il paradosso rimane anche ipotizzando che non esista un solo abuso.

La questione è un’altra: abbiamo costruito un sistema straordinariamente sofisticato nella tutela analitica delle posizioni individuali, ma assai meno capace di assumersi la responsabilità sintetica dell’organizzazione che da quelle posizioni deriva. E quando parliamo di sostegno la contraddizione diventa persino simbolica.

La scuola italiana afferma — giustamente — che l’inclusione non consiste nell’assegnare burocraticamente un insegnante a un bambino. Lo stesso Ministero descrive il sistema inclusivo come una risposta educativa alla complessità della persona, che può presentare bisogni fisici, biologici, psicologici e sociali. E tuttavia l’amministrazione continua inevitabilmente a ragionare in modo frammentario attraverso caselle: posto, titolarità, precedenza, graduatoria, disponibilità.

Ma una persona non è una casella e una relazione educativa non è un posto coperto.

Persino di fronte a un lavoratore che presenti proprie limitazioni funzionali, la questione non dovrebbe essere se abbia meno diritti degli altri — certamente no — ma se l’organizzazione disponga degli strumenti per valutare concretamente la compatibilità tra le funzioni richieste da una determinata mansione, le condizioni del lavoratore e soprattutto i bisogni dell’alunno che gli viene affidato. Non si discrimina una persona riconoscendone le caratteristiche reali; la si discrimina, semmai, quando la si riduce a una categoria amministrativa. E lo stesso vale per il bambino.

È qui che la domanda posta dieci anni fa torna ad acquistare significato: la scuola di chi? Nella retorica istituzionale la risposta è scontata: degli alunni. Nell’architettura organizzativa lo è molto meno. Perché una parte enorme delle decisioni che determinano concretamente ciò che una scuola potrà o non potrà fare viene assunta sulla base di logiche di gestione del personale che precedono l’incontro tra quell’organizzazione e i bambini che dovrebbe educare.

Non propongo affatto di contrapporre il diritto dell’alunno al diritto del lavoratore. Sarebbe culturalmente regressivo e giuridicamente insostenibile. Propongo esattamente il contrario: prendere sul serio entrambi. Ma prendere sul serio due diritti significa assumersi la responsabilità della loro compatibilità.

Se lo Stato riconosce a un lavoratore una tutela che ne riduce o modifica legittimamente la disponibilità lavorativa, deve contemporaneamente garantire all’organizzazione le risorse necessarie perché quella tutela non venga indirettamente pagata dall’alunno. Se riconosce la necessità della continuità educativa per un bambino con disabilità, deve costruire procedure del personale che rendano quella continuità effettivamente perseguibile.

Se afferma che il sostegno richiede professionalità specializzata, deve interrogarsi sul significato di un sistema nel quale una scuola può ricevere contemporaneamente posti coperti e insegnanti non specializzati. Se autorizza l’utilizzazione di personale scolastico presso altri uffici, deve chiedersi chi svolgerà il lavoro che quella persona avrebbe dovuto svolgere nella scuola.

Altrimenti il rischio è che la scuola diventi una gigantesca recita amministrativa a soggetto: l’organico è completo, il sostegno è assegnato, l’inclusione è garantita, la continuità è perseguita, i diritti sono tutelati. Tutto esiste nel documento che lo certifica. Poi suona la campanella. Ed entra la realtà.

Forse è proprio questo il punto che una cultura della complessità dovrebbe insegnarci: un sistema non coincide con la somma delle sue parti e la correttezza di ogni singola procedura non garantisce la qualità del risultato complessivo. La scuola non ha bisogno di meno diritti. Ha bisogno di una gerarchia chiara delle finalità e della capacità politica e amministrativa di rendere compatibili i diritti con quelle finalità. Ha bisogno di rinnovare il paradigma gestionale dell’educazione per scoprire che vi sono modelli metodologici che consentono risparmio economico, alleggerimento burocratico e miglioramento della qualità della vita di tutti quelli che a vario titolo spendono la propria giornata a scuola, minori e adulti.

E la prima finalità dovrebbe essere difficile da dimenticare: la scuola esiste perché esistono bambini e ragazzi da educare. Tutto il resto — organici, contratti, graduatorie, precedenze, mobilità, uffici, dirigenza — esiste perché quella funzione possa essere esercitata. Se invece accade che la funzione educativa debba continuamente adattarsi a ciò che resta possibile dopo avere composto le esigenze dell’apparato, allora la vecchia domanda non è affatto invecchiata.

La scuola di chi?

Forse, dieci anni dopo, dovremmo avere il coraggio di rispondere non con ciò che è scritto nelle nostre leggi, ma con ciò che accade ogni mattina nelle nostre scuole.

Per una pedagogia del territorio (in italiano e spagnolo)

La città come ambiente educativo permanente

Non basta educare le persone. Occorre educare anche i luoghi.

di Giampiero Finocchiaro

Per molti anni abbiamo pensato che l’educazione fosse un compito affidato esclusivamente alla famiglia, alla scuola, alle associazioni, alle comunità religiose. Abbiamo discusso di programmi scolastici, metodologie didattiche, tecnologie, competenze, inclusione. Molto meno ci siamo interrogati su una domanda forse ancora più radicale.

Che cosa insegna il territorio nel quale viviamo?

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La revolución marginal

testo in spagnolo e in italiano

Estar en el lugar correcto en el momento correcto. Me pasa a mí, un tibio hincha de fútbol, que estoy viviendo hace un rato en Buenos Aires mientras el mundo se detiene a seguir los
tejemanejes de los equipos de fútbol que enarbolan las distintas banderas del nacionalismo. Aparentemente una celebración de colores y valores, tan ensordecedora que nadie piensa en los escándalos de la FIFA ni en el enésimo conflicto que ensangrienta al Viejo Continente, y mucho menos en las guerrillas armadas que caracterizan la calidad de vida de innumerables personas de al menos tres continentes.

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Boom Italia

Sono nato nel 1962 . Gli anni del Boom economico italiano. Ma questo l’ho appreso dai libri di storia. A quel tempo ero troppo piccolo per avere memoria di questa età felice del nostro Paese. I primi ricordi che ho della situazione sociale e politica italiana risalgono agli anni Settanta, quelli della crisi petrolifera e delle sue ripercussioni per un intero decennio e in tutto il mondo. Il ricordo delle domeniche in bicicletta a causa dell’austerity, non basta a salvare il decennio che precipitò il Paese negli orrori di una contestazione sociale che ha condizionato il nostro futuro politico, sociale e culturale. Leggi tutto “Boom Italia”

Perché essere orgogliosi dell’omosessualità?

30 giugno 2019

Quando si parla di omosessualità, molto spesso si associa un concetto, un valore che presumibilmente dovrebbe essere espresso dalla parola “orgoglio”. I giornalisti, che per natura sono dipendenti dalle scorciatoie espressive e dunque sempre inclini all’uso di etichette e luoghi comuni, corroborano tale associazione al punto che statisticamente omosessualità e orgoglio sono connessi come Murano e Burano, muschi e licheni, Inter e Milan e così via. Ma resta la domanda, mai banale, perché l’omosessualità necessita di orgoglio? Che relazione esiste tra i due termini? Che funzione svolge sul piano sociale e comunicativo? E, infine, siamo sicuri che questa associazione faccia del bene agli obiettivi socio-culturali di un movimento che sostanzialmente dovrebbe essere di rivendicazione di pari diritti e dignità? (e qui uso temporaneamente il termine “dignità”, a mia volta per esigenze di immediatezza esplicativa). Leggi tutto “Perché essere orgogliosi dell’omosessualità?”

Dentro la scuola italiana: le sue ombre svelate da un preside coraggioso

intervista di Fabio Macaluso sul blog “Impronte digitali”, L’ESPRESSO del 5 ottobre 2018 http://improntedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/10/05/dentro-la-scuola-italiana-le-sue-ombre-svelate-da-un-preside-coraggioso/

Giampiero Finocchiaro è un protagonista della scuola italiana che si inserisce a pieno titolo nel solco degli educatori che aprono nuove strade.

Filosofo e antropologo, è stato docente e dirigente scolastico. Per scelta ha diretto per un periodo durato più di un decennio una scuola di frontiera nella disagiata periferia ovest di Palermo, realizzandovi, aderendo a una realtà difficile, un progetto educativo innovativo.

Oggi dirige l’Ufficio scolastico del Consolato generale d’Italia di Buenos Aires.

Finocchiaro ha pubblicato diversi volumi di narrativa e teatro e un insieme di saggi dedicati al mondo scolastico.

In coincidenza con l’apertura dell’anno scolastico e in seguito alla lettura del suo ultimo testo “La scuola di chi” è nata questa conversazione, che ha natura disvelatrice su una delle realtà più complesse e “fatiscenti” del nostro sistema politico e sociale.

Professor Finocchiaro si parla tantissimo di scuola, ma sfugge esattamente cosa facciano e in quale quadro operino gli operatori dell’istruzione e come vengano “serviti” gli alunni. Può brevemente descrivere un ambiente scolastico ordinario?

Le scuole sono ambienti di lavoro paradossali. Vi vige una rigorosa procedura di programmazione eppure si vive sempre in emergenza. Il male assoluto è la falsa autonomia che non fornisce gli strumenti necessari. In termini generali, le strutture edilizie patiscono i conflitti gestionali tra Comuni e Presidi, le strumentazioni soffrono l’impossibilità di provvedere alla manutenzione, la vita scolastica patisce lo scarso valore sociale della figura docente e l’aggressività genitoriale, il progetto formativo riflette l’incompatibilità con la vecchia struttura del percorso in tre gradi e, alla tirata dei conti, gli alunni subiscono la scuola tout court. In questo quadro generale e disarmante, chissà per quale miracolo, esistono realtà stupefacenti, ma sempre frutto di dedizione e sacrificio il cui merito è di singole eroiche persone.

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Corona virus, accettare la sfida

La guerra del Corona virus non è una guerra. Direi, piuttosto, una sfida. Vediamo perciò di comprendere insieme i termini di questa sfida.

Al suo insorgere, effettivamente, la dimensione “epidemica” che di volta in volta coinvolgeva singoli paesi, metteva in campo dispositivi di intervento, e dunque forme di pensiero, riflesso di modelli ancora tradizionali. In un saggio del 2010, Byung-Chul Han rifletteva sugli scenari contemporanei rilevando il generale attardamento delle società, quelle occidentali in testa, su modelli desueti. Modelli che nella sua lettura riflettevano un paradigma “immunologico” non più capace di cogliere la complessità contemporanea. Di questa, infatti, ne sottolineava la sostanziale incompatibilità col precedente modello immunologico. I modelli del passato sono quelli di un’epoca che chiama “batterica” dove è essenziale la presenza di un “altro” contro il quale opporsi. Ma l’epoca contemporanea è piuttosto un periodo “virale”, un tempo, cioè, in cui non esiste più una distinzione netta tra interno ed esterno, tra amico e nemico. Tanto la sfera biologica quanto quella sociale, in sostanza, sono state caratterizzate da dinamiche di “attacco e difesa” che hanno trovato nell’Altro, nell’Estraneo il necessario opposto. Oggi “al posto dell’alterità abbiamo invece la differenza che non provoca alcuna reazione immunitaria”[1]. Leggi tutto “Corona virus, accettare la sfida”

Il giubilo e l’innocenza

Non mi piace il calcio. Ho sempre preferito gli sport. Sono cresciuto in questa dicotomia insanabile: il football da una parte, gli sport dall’altra, tutti gli altri. Ma non come la raffinata distinzione degli inglesi tra Jam e Marmalade che pone una differenza in positivo che ci saremmo attesi dalla Sicilia, posto che Marmalade si può dire solo delle arance mentre Jam di qualsiasi confettura. Leggi tutto “Il giubilo e l’innocenza”

Il poeta muore sempre due volte

Ho recentemente seguito i lavori di un congresso a Buenos Aires. L’occasione è stata ritenuta ghiotta per invitare – senza alcuna ragione a mio avviso – la compagna degli ultimi anni di Borges, Maria Kodama, sposata pochi mesi prima di morire. Mi è già capitato altre due volte di trovarla ospite da qualche parte per ricevere premi alla memoria del marito, che però, in pratica nascono pensati per lei e a lei vengono consegnati. Mi chiedo se nella loro casa siano di più quelli ricevuti da lui o quelli accumulati da lei da quando la sorte ha deciso che il primo tornasse ad alimentare il ciclo dell’universo, mentre l’altra restava ancora quaggiù a poggiare i piedi sul pianeta azzurro. Evento del tutto casuale che però è intervenuto a decidere le sorti del futuro, per lo meno di quello immediato, di quella eredità intellettuale che George ha lasciato ad una umanità variamente popolata e che rimane vincolato alle “autorizzazioni” della moglie sopravvivente. Leggi tutto “Il poeta muore sempre due volte”