Il giubilo e l’innocenza

Non mi piace il calcio. Ho sempre preferito gli sport. Sono cresciuto in questa dicotomia insanabile: il football da una parte, gli sport dall’altra, tutti gli altri. Ma non come la raffinata distinzione degli inglesi tra Jam e Marmalade che pone una differenza in positivo che ci saremmo attesi dalla Sicilia, posto che Marmalade si può dire solo delle arance mentre Jam di qualsiasi confettura.

“Il calcio non è uno sport, è il calcio”. Quante volte l’ho sentito dire? Per lo più con carica d’orgoglio, di praticante o appassionato. Talvolta con disprezzo, di chi portava il peso di onori sportivi oscurati dalla invadenza mediatica del calcio. E di tanto in tanto, che questo non fosse uno sport come gli altri lo hanno sottolineato coloro che si sono avventurati in sentimenti connotati d’etica, per via di quel fiume di denaro che ha reso il calcio protagonista ma anche servo. Ho prestato ascolto a tutti, ognuno aveva le sue ragioni e sono rimasto disadattato. Ci si sente fuori da qualcosa di importante a non seguire i mille campionati che la globalizzazione ha reso contemporaneamente disponibili. Ci si sente ignoranti a non conoscere il mercato calciatori del mondo, la classifica dei palloni d’oro, le statistiche dei goleador. Così un giorno ho deciso e sono andato a vedere una partita. Non una qualunque: la sfida tra due capoliste.

Girando per il quartiere che dà il nome allo stadio ed al suo famoso e pluripremiato club calcistico, appare improvviso il dorso concavo degli spalti superiori. Si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un enorme edificio intensamente colorato di giallo e blu. Colori annunciati per strada dalla folla che converge, dai parcheggiatori che ti chiedono se stai andando allo stadio, perché se sì ti chiedono soldi, se invece no, te ne chiedono di meno. Un tariffario popolare diversificato, che pone un plus valore alla partecipazione alla partita rispetto alla visita ad amici e parenti.

L’organizzazione è perfetta, rodata all’infinito. Mille piccoli fiumi di gente convergono ordinatamente verso porte di accesso distinte e numerate. A vigilare poliziotti prima, poi guardie private, quindi personale addetto e infine stewards e controllori. Ci si insinua nel ventre dell’edificio e si sfocia all’aperto, in un qualunque settore, direttamente affacciati sul campo verde. Si fa un giro d’orizzonte e si notano striscioni ovunque appesi, scritte di barrios e associazioni, tutte accomunate da un gioco di colori giallo e blu. La gente, sugli spalti, indossa magliette giallo blu, di diverse epoche, ma tutte dello stesso club. Siamo allo stadio del Boca junior, a Buenos Aires. Tutti lo chiamano: la Bombonera.

Quello a cui assisto è un solenne rito, celebrato da una immensa folla che condivide il medesimo sentimento popolare. Il rito racconta la appartenenza e la dedizione assoluta ed eterna al club. I tifosi ti dicono che non importa vincere, importante è sostenere la squadra, amarla come se stessi. Deve essere vero perché mi trovo accanto alla “12”, la curva – e dunque la tifoseria – il cui nome viene dal numero della porta che si attraversa per accedervi. In questo spicchio di arena, per tutta la durata dell’incontro si animano cori che cantano questo sentimento di dedizione. Non mi sorprende che, dopo un temporaneo vantaggio, quando il Boca viene raggiunto dagli Argentinos, che condividono il primo posto in campionato, lo stadio si ammutolisca, ma dura solo pochi secondi. Quello che mi sorprende è invece la immediata esplosione di nuovi cori a sostegno della squadra del cuore, il Boca junior:

Vamos Boca Juniors, sabés que yo te quiero, siempre voy con vos, es un sentimiento, acá esta La 12 la que siempre te acompaña, la que está en las buenas y en las malas

Sono forme di giubilo connotate da una sincerità che non ho mai visto altrove. Non che non vi siano tifosi altrettanto fanatici in ogni stadio, ma non ho mai visto niente di così compatto e così costante. Quando una squadra va male, i tifosi sono i primi a scappare via, carichi di disgusto e sonori della loro disapprovazione. Quando la squadra del cuore subisce un gol, negli stadi corrono lamenti di sconfitta, voci di protesta, gesti di rabbia. Nella Bombonera niente di tutto questo si avverte, vi predomina una ingenuità sincera che non conosce senso di sconfitta, piuttosto un senso di necessaria sofferenza per la inevitabile gloria. Quando il Boca accusa un gol, ecco che quelli della 12 cantano:

Somos de la gloriosa Nº 12, la que lo sigue a Boca y no pide nada, aunque vayas perdiendo sigue alentando, porque a pesar de todo te sigue amando. La Número 12

Seguo il gioco in campo, ma non posso fare a meno di volgere sguardi anche alla 12 dove vedo tanta gente che non segue la partita come me, stanno in basso, spalle al campo ma sguardo e voce rivolti al pubblico della curva, occhi in alto a fissare il nucleo di tamburi e trombe che guida l’assalto musicale che dura 90 minuti più il recupero. con code che accompagnano il deflusso degli spettatori, così che a chiudere questa meravigliosa festa, restano le note della 12 e gli ultimi giubili della loro innocenza che non si renderà mai conto che il calcio di oggi è un po’ come il Rollerball che nel 1975 il regista Norman Jewison immaginò ambientato in un lontano 2018:

Somos la mitad más uno, somos el pueblo y el carnaval! Boca te llevo en alma, y cada día te quiero mas!!

Ma questa è un’altra storia…

Una risposta a “Il giubilo e l’innocenza”

  1. Mi colpisce come si sappia cogliere lo spirito ,quello spirito sportivo che non dovrebbe mai essere perduto per via delle rivalita’ e di interessi altri.Mi ha ricordato qualcosa a cui sono molto legata.

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