Charlie Hebdo, quale identità?

Dei fatti di Parigi, orribili in sommo grado, c’è una cosa che mi disturba. Nel prevedibilmente acceso e inconcludente dibattito italiano, anche facendo la tara della vanità e dell’interesse vile e mascherato, restano evidenti i segni di una confusione inter-generazionale che sembra non avere rimedio.

In una trasmissione televisiva del lunedì si è notato come la comunità musulmana italiana sia ingabbiata in una rabbia che nel rivendicare diritti non accenna mai ai doveri, quasi si trattasse di cose diverse, dovuti i primi e sgraditi i secondi. Al di là di qualche concessione di facciata, retorica e basta, resta un orgoglio combattivo e virulento che solo a denti stretti riconosce, in situazioni come quella recente di Parigi, un delirio islamistico che oltrepassa i limiti della ragione. E mi è venuto in mente questo paragone: come se noi siciliani non rifiutassimo la mafia come cancrena della nostra società. Purtroppo, in effetti, neanche noi – intendo noi società siciliana tout court – rifiutiamo la mafia senza se e senza ma. Troppe le sacche di connivenza, troppi gli atteggiamenti morbidi, i posizionanti equivoci e troppe persino le reciproche ingerenze che solo quando appaiono disinnescate e non più fruttifere vengono alla luce per opera di una sorta di archeologia giuridica.

Vi è cioè confusione sovrana di tutto e di tutti. Con buona pace del coro ebete che richiama l’inutile distinguo tra gli eccessivi e i moderati di ogni religione, con la stessa noia e mortifera puntualità di quello che ad ogni ora ricordava che ore fossero e ad ogni ora si era un’ora più vicini alla morte.

Al di là della similitudine, va quindi rintracciata la radice che genera la somiglianza e ciò che invece segna una differenza. La radice è presto detto: la vigliaccheria. Vigliacchi sono tutti i musulmani che non condannano apertamente il terrorismo, come se sotterraneamente potessero godere di una rivalsa nei riguardi dell’Occidente che però spesso li sfama e gli dà un futuro. Vigliacchi sono tutti i siciliani che non prendono una posizione netta contro la mafia e i suoi mille e insidiosi addentellati che procurando dei vantaggi materiali inducono a forme vili di connivenza.

Ciò che è diverso, mi pare, è il fatto che le questioni religiose hanno il triste primato dell’incoerenza. Come se il richiamo all’autorità spirituale desse la stura alla natura più bestiale, feroce, idiota e pestilenziale che alligna in quelle carcasse semoventi che con eccessivo ottimismo chiamiamo “persone”, quando si tratta di persecutori e assassini. La mafia conosce un barlume di contraddizione quando i suoi pestiferi esponenti pretendono di ascoltare la Messa tra un omicidio ed un altro. Per il resto, nascono stupidamente cattivi e crepano o marciscono altrettanto cattivi in una fogna penitenziale. Diversamente da quel che vedo della colorita e interessata comunità musulmana che si offre in televisione, dove con facilità si colgono gli interessi partigiani legati alla ricerca di volgare visibilità, spregevole popolarità mediatica. Non sono da meno, però, degli accesi patrioti dell’ultima ora che soltanto adesso si ritengono offesi dai tentativi di incrinare la nostra identità culturale. Quale identità? chiederei loro. Dopo decenni di ignoranza perseguita come obiettivo politico da tutti i governi che della scuola hanno fatto recinto di contrattazione per le politiche del lavoro, quale identità residua esiste? Nessuna e nessuna è la consapevolezza della propria identità. A novembre, quando quattro ragazze il cui senso critico si misurava con la taglia del reggiseno, così tristemente stupide da credersi provocatrici infilandosi nel deretano un pezzo di legno che nelle loro mani non poteva essere un simbolo della cristianità, come hanno protestato i cosiddetti difensori della nostra identità? (Certi musulmani integralisti le avrebbero torturate in piazza, noi per fortuna no, ma dovremmo preoccuparci di condannarle pesantemente. Mi chiedo invece che fine abbiano fatto, probabilmente liberate e mandate a casa, senza neanche l’inserimento in una black list…). La vigliaccheria con cui tutti i governi italiani, per stile acquisito, hanno sempre condotto le relazioni con gli “altri”, improntate ad un ecumenismo retorico e ad un progressismo ipocrita, ha disciplinato il paese rendendolo pavido, insicuro, incerto della propria identità. Come recuperarla oggi all’improvviso?

Si può tentare, umilmente, di riconoscere ciascuno i propri limiti e ripartire da quelli. Poche e chiare regole per la convivenza. Rispetto reciproco, nessuna sopraffazione, nessuna verità superiore. Ciascuno professi la propria religione senza fare proselitismo, senza forzare la mano di nessuno. L’Italia continui però a fare l’Italia, che è cristiana e cattolica, che prevede attività scolastiche come il presepe, la celebrazione del Natale e della Pasqua. Chi ritiene di non volere seguire certi aspetti della nostra identità culturale, non segua ma non se ne lamenti, soprattutto non ci istupidisca con rivendicazioni campate in aria. Non credo esistano paesi con un numero di moschee elevato come in Italia. Di sicuro nei paesi musulmani non vi sono chiese cattoliche. Attenti però a quel che diceva Oriana Fallaci, la sola persona dotata di attributi in un panorama prevalentemente maschile o soltanto isterico. Un conto è ospitare, un conto restare asserviti. Da qui, forse, ripartirà la nostra identità. Residua…

su: www.loraquotidiano.it, 12 gennaio 2015

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