Scuole italiane all’estero: stiamo investendo bene?

L’Italia investe risorse significative per diffondere lingua e cultura italiana all’estero attraverso scuole statali, paritarie, associazioni, personale inviato dall’Italia e una rete diplomatico-consolare spesso poco conosciuta ma preziosa. È una delle forme più importanti del nostro soft power: la capacità di esercitare influenza attraverso cultura, educazione e prestigio simbolico.

Partiamo allora da una domanda semplice: esiste un equilibrio soddisfacente tra le risorse investite e i risultati ottenuti?

Prendiamo il sistema dei docenti inviati presso scuole statali e paritarie. Si tratta di un modello storicamente comprensibile, nato quando occorreva garantire ai figli degli emigrati il diritto a un’istruzione italiana. Oggi però il contesto è profondamente cambiato.
Il costo per lo Stato è elevato e l’impatto reale inevitabilmente limitato: piccoli contingenti di docenti non possono da soli modificare il posizionamento culturale dell’Italia in sistemi educativi complessi e competitivi. A questo si aggiunge una criticità raramente discussa: un modello contrattuale concepito per il contesto italiano viene applicato in realtà molto diverse, generando rigidità organizzative e talvolta perfino una percezione poco dinamica dell’etica del lavoro italiana.

Esiste inoltre un paradosso. I criteri di selezione tendono a privilegiare professionalità mature ed esperte, mentre migliaia di giovani italiani si recano autonomamente all’estero, insegnano nelle scuole italiane, costruiscono relazioni culturali autentiche e finiscono per essere, nei fatti, veri ambasciatori della nostra lingua. Ma per lo Stato restano invisibili.Con lo stesso investimento necessario per mantenere dieci docenti ministeriali — come nel caso di Buenos Aires — si potrebbe immaginare un programma internazionale sul modello Erasmus per giovani laureati accuratamente selezionati. Il costo di dieci docenti sosterrebbe esperienze formative per oltre centosessanta giovani, moltiplicando la nostra presenza culturale.

Ma il problema più profondo riguarda la visione strategica del sistema. Da troppo tempo continuiamo a esportare meccanicamente un modello concepito per il territorio nazionale, replicando per inerzia amministrativa indirizzi liceali spesso poco coerenti con il contesto internazionale.Chiariamo un punto: in generale le famiglie non scelgono una scuola italiana all’estero perché offre un liceo scientifico o delle scienze umane. La scelgono perché è italiana. Lingua, cultura e identità simbolica costituiscono il vero elemento attrattivo. Gli indirizzi finiscono spesso per essere semplicemente “quelli disponibili”, anche perché una scuola privata non può sostenere la molteplicità dell’offerta formativa italiana. È qui che dovrebbe intervenire una visione strategica dello Stato.

Se il Ministero sostiene economicamente queste istituzioni, dovrebbe interrogarsi su quali percorsi siano davvero coerenti con gli obiettivi di diffusione della lingua e cultura italiana e con la funzione di diplomazia culturale che tali scuole potrebbero esercitare.Il problema non è aprire più scuole italiane all’estero. Il problema è decidere quale idea di Italia vogliamo esportare.Ha senso replicare automaticamente indirizzi indistinguibili da quelli già presenti nei Paesi ospitanti, senza offrire una specificità riconoscibile? Una valutazione seria degli esiti delle prove di matematica degli esami di maturità nelle scuole italiane all’estero aprirebbe probabilmente interrogativi non marginali proprio sulla qualità dei risultati ottenuti nella disciplina caratterizzante di molti percorsi. Nel mondo l’Italia non coincide con la matematica o la chimica teorica, ma con arte, patrimonio culturale, restauro, design, moda, musica, creatività, bellezza. Eppure proprio gli indirizzi più coerenti con questa identità restano marginali. Il liceo artistico continua a rappresentare un’eccezione, quando potrebbe costituire una direttrice strategica della presenza culturale italiana.

C’è poi un’altra domanda: come costruire un sistema capace non solo di diffondere lingua e cultura italiana, ma anche di orientare i diplomati verso le università italiane, trasformando la scuola in un reale strumento di attrazione culturale e formativa? Questa riflessione riguarda in modo particolare anche le sette scuole statali italiane all’estero: istituzioni storicamente importanti ma estremamente onerose, frequentate in molti casi da utenza locale economicamente solida, beneficiaria di un’offerta educativa privata sostenuta in larga misura dallo Stato italiano.Una possibile soluzione potrebbe essere la progressiva trasformazione di queste scuole in paritarie ad alta autonomia gestionale, mantenendo titoli, standard, supervisione culturale e controllo pubblico. In questo quadro realtà storiche di prestigio come la Società Dante Alighieri — oggi affiancata da strutture specialistiche come ADASIM — potrebbero rappresentare partner naturali di una nuova stagione della presenza educativa italiana nel mondo.La questione, in fondo, non è quanto spendiamo per la presenza culturale italiana all’estero.È se abbiamo ancora una visione sufficientemente chiara dell’Italia che vogliamo rappresentare nel mondo. Giampiero Finocchiaro, già Dirigente dell’Ufficio Scuole del Consolato Generale d’Italia a Buenos Aires (2017–2026).

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