Ciancimino e dintorni

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Abbiamo dimenticato la vergogna, quel sentimento capace di rigenerare l’uomo che abbia sulle spalle e nel passato una colpa anche grave. Avverto il bisogno di dire, dunque, che la vicenda dei Ciancimino potrebbe essere un’occasione per tutti, di rinascita ovviamente.


Il figlio del sindaco mafioso (e sono contento che Riccardo Arena sul GdS del 20 ottobre così lo identifichi senza ebeti eufemismi) ha finalmente svuotato il sacco dei ricordi. Della coscienza, però, è altro dire. E qui non vogliamo ergerci a giudici religiosi ma ricordare che quando noi, suoi coetanei, facevamo gli scioperi e le marce contro la mafia che ci ha condannati al ruolo di schiavi vigliacchi e pezzenti, lui si trovava in giro col papà a macinare miliardi su costosissime auto e per fantascientifiche ville. Affaticato forse dal fiato sul collo che da molti anni le forze dell’ordine e magari i servizi segreti gli hanno fatto sentire, giungendo a casa sua nel cuore della notte e svegliando moglie e figli, sequestrando il suo motoscafo da Alì Babà, rosso del valore di dieci vite intere di stipendio statale, ha deciso di sgravarsi di un peso ma per ragioni squisitamente di interesse privato. Dell’interesse collettivo non appare traccia né tra le sue dichiarazioni né sul suo ineffabile volto. La sua ormai ineludibile presenza nei media, che da onnivori tutto fagocitano, ci restituisce un uomo non incline al senso della vergogna che dovrebbe leggersi in chi dell’infamia del padre volesse liberarsi. Eppure non deve essere semplice portarsi dietro un simile ricordo, di un uomo che ha a tal punto saccheggiato la nostra città da far pesare le conseguenze della sua squallida avidità di malfattore per l’eternità (abbatteremo mai i mostri di cemento che hanno banalizzato via Libertà?). Lo si vede piuttosto all’attacco di quelle collusioni tra mafia e politica su cui suo padre – si apprende dalle cronache – ha accumulato Paperonmiliardi a sufficienza per sgravare dall’obbligo di cercarsi un lavoro le millanta generazioni dei Ciancimino fino alla fine dei giorni.
Che si faccia finalmente chiarezza su queste vergogne sotterranee su cui solo i giornalisti seri e qualche isolato giudice hanno fatto luce, è certamente un prezioso obiettivo ma che si offra una platea auto referenziale e pericolosa come la televisione a un uomo che forse, di questo passo, vedremo presto candidato in politica, magari come simbolo di una nuova primavera di giovani che “rompono” (quando gli venga comodo) col loro passato, questo no! Non era necessario arrivare alle soglie dei cinquant’anni per comprendere il male rognoso che allignava nella sua famiglia, poteva farlo a venticinque quando tutti noi eravamo mossi da sincera fede civile e politica e gridavamo la voglia di spezzare il cancro mafioso così che abbiamo scelto strade oneste, senza agi e senza lussi. Poteva farlo quando cercavamo di cambiare le cose che, invece, per colpa sua sono rimaste le stesse: Coloro che dicono che il mondo andrà sempre così come è andato finora contribuiscono a far sì che l’oggetto della loro predizione si avveri (Immanuel Kant).
È il segno dei tempi che muovono verso l’oblio definitivo di ogni residuo di coscienza. Oppure è la soglia oltre la quale tornare al coraggio civile e alla rivolta delle idee contro la volgarità dell’ingordigia. Proviamola noi, allora, la vergogna di abitare in un Paese a brandelli e facciamo di questo sentimento l’atto di fondazione di un nuovo volto, quello che porta il sorriso solidale e la fantasia laboriosa tipicamente insulari.

 

Giampiero Finocchiaro

Danzare sulla vita col sorriso

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