Quando si dormiva “a testa e piedi”

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C’è un ricordo della mia infanzia che ogni tanto mi torna in mente. Mio padre dirigeva a Ragusa la scuola professionale agraria della Regione Sicilia. In famiglia eravamo in tutto cinque allora, l’altra sorella sarebbe venuta una decina d’anni più tardi, quando quella pagina di eccellenza dell’Amministrazione regionale si era già chiusa in nome di una confusione che via via avrebbe smontato tutto ciò che funzionava per sostituirlo con carrozzoni elettorali di efficienza vagamente terzomondista. 

Poiché avevamo casa a Palermo, mio padre viaggiava con una cadenza settimanale. Ogni tanto portava noi bambini con lui, mio fratello e me, i maschi, ché la femminuccia restava sempre con nostra madre. Erano giorni di esperienze entusiasmanti. Essere i figli del capo dava una certa baldanza, seppure disciplinatissima, dato che nostro padre era uno di quei dirigenti del tipo “integerrimo”. La scuola sorgeva su un’area molto vasta, proprio perché aveva la responsabilità della conduzione di un’azienda agricola a tutti gli effetti: c’era un bel campo di grano, c’era il frutteto, c’era l’orto. Tutti luoghi da esplorare per due bambini che venivano dalla città. Giorni felici, nonostante la “varietà culinaria” di nostro padre fosse imparagonabile rispetto alla maestria di nostra madre. Un sacrificio che sopportavamo allegramente per qualche giorno di scorrazzamenti in libertà e sicurezza.

I suoi collaboratori erano simpatici, accoglienti, generosi e molto efficienti. E mio padre aveva con loro un rapporto di autentico rispetto e sincera amicizia. Ogni tanto, dunque, qualcuno di loro capitava a Palermo ed ovviamente era ospite nostro, forse anche per evitare spese di alloggio che al tempo risultavano gravose più di oggi. Quando accadeva, solitamente d’estate, che fosse maschio o femmina, gli veniva assegnato uno dei due letti della camera in cui dormivamo mio fratello e io. A noi, quindi, toccava dormire “a testa e piedi”. Essendo il più piccolo cedevo il mio letto e diventavo ospite di mio fratello. Dormivo quindi dal lato dei piedi, col risvolto che faceva strano perché il letto aveva due teste in quel caso e nessun piede. Eppure di piedi ce n’erano in abbondanza, ben quattro, disposti con direzioni opposte, che si toccavano. Sembrava che il mondo fosse alla rovescia. Ma era solo un gioco, un gioco fantastico. Ci si faceva il solletico, oppure si faceva una gara di forza, a chi spingeva più forte. Gara che di solito vinceva mio fratello, che è sempre stato più forte di me. Ma a me non dispiaceva affatto, ero in sua compagnia a testa e piedi e la notte, che a volte ancora faceva paura, la notte che solo qualche anno più tardi avrebbe rivelato a noi adolescenti la sua romantica magia, la notte diventava una specie di allegra scampagnata. Ed eravamo grati a quel signore o a quella signora che ci era venuto a trovare e che si era preso il mio letto.

Mi guardo intorno, considero la confusione e il disordine che regnano ovunque in questo paese arreso. Considero quanta litigiosità circoli tra le persone, risultato di una classe politica che per decenni ha seminato vento e furore, rabbia e ipocrisia. E ancora una volta il mondo mi sembra alla rovescia. Ma questa volta non è un gioco, e non è fantastico. Però, una volta l’anno, mi telefona Lucia, l’ultima ancora viva degli antichi collaboratori di papà, sebbene lui non sia più con noi. E qualcosa, dalle parti del cuore, mi fa sentire bene.

Giampiero Finocchiaro

Danzare sulla vita col sorriso

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