Ma dove ca… vanno questi nostri giovani? (ried.)

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La domanda è legittima, dove cazzo vanno questi nostri giovani? Me lo chiedevo nel febbraio del 2015 e continuo a distanza di alcuni anni, con la sensazione che non smetterò di chiedermelo finché avrò vita. Un senso di tenerezza e preoccupazione mi avvolge quando penso a loro, cioè ogni giorno.
 

Non solo perché ho condotto per dieci anni una difficile, disastrata, svantaggiata, emarginata comunità di giovani in una periferia della periferia urbana di Palermo, ma anche come genitore di due ragazzi ormai alle soglie della ricerca di un lavoro e come cittadino onesto e rispettoso che in questa Italia ha sempre perso il confronto con i raccomandati, i disonesti, i vigliacchi, i truffatori, i ladri, i corrotti, i delinquenti. Non sono solo, dovrei dire grazieadio, ma in realtà mal comune non fa affatto mezzo gaudio, piuttosto somma di mali. E questa somma in Italia ha numeri cinesi. A vantaggio di un manipolo radicato, organizzato, armato di ogni strumento ed arma per fottere tutta la comunità restante, sia quella onesta e coraggiosa, sia quella onesta per forza e pavida, indifferente, inerme, indolente.

 
Ci pensavo quando scrissi, tre anni fa, questa riflessione, guardando MTV music. Una serie di video di bravi rapper di casa nostra. E nelle loro canzoni il medesimo disagio di gente a cui la roulette della nascita ha dato l’handicap di una famiglia nei sobborghi dimenticati delle città. Nei loro video la stessa, ricorrente, ossessiva sequenza: ragazzi in strada, che camminano. Non si sa verso dove ma comunque in strada, in luoghi spesso lerci di una normalità ebete, in cammino, appena ingentiliti dall’abuso dello slow motion che ce li fa passare per immagini suggestive quando invece nascondono un dolore ed una solitudine allarmanti e perciò mascherati. 
E mentre li osservo cantare e camminare, incontrarsi, scambiarsi un gesto per poi riprendere a camminare, mi chiedo: ma dove cazzo vanno? Noi e i nostri genitori soprattutto, una meta non gliela abbiamo resa disponibile. Abbiamo recintato ogni possibile opportunità e l’abbiamo riservata ad un gruppo, una consorteria, un’organizzazione. Ciascuna col proprio insindacabile diritto di veto, tutti armati a difendere la propria riserva di caccia, supportati da una legge che anche quando si ravvede non può essere retroattiva e non può recuperare il malloppo che le cronache quotidiane ci dicono fantasmagorico nella sua spaventosa ed abnorme assurdità, enormità, infinita voragine di appetiti protetti e consumati con la connivenza di tutti.
Uno di questi rapper canta e ci racconta di quando andava al centro città e si sentiva un intruso, prima che il successo e i passaggi in radio lo rendessero famoso. Come se questo bastasse a cancellare l’orrore delle periferie colpevolmente abbandonate e il disastro umano che da decenni vi conduciamo. Non c’è sindaco, tra i malfattori che arrivano ai vertici delle posizioni che contano, che all’atto dell’elezione non si preoccupi di arredare la via centrale del proprio piccolo regno a tempo determinato. Questo non fa eccezione, nemmeno con quelli che il sindaco lo fanno in buona fede. Non c’è sindaco o ministro che non si dia da fare per ingentilire la sua zona di riferimento, per rendere “civile” lo spazio agganciato all’orizzonte dei suoi piccoli ed avidi occhi. Oltre è regno di nessuno. Chi se ne frega. Se non per lamentare il vandalismo e lo sfascio degli incivili che non hanno rispetto per le bellezze storiche e architettoniche.
Abbiamo lasciato che intere generazioni di ragazzi venissero su selvaggiamente, senza l’aiuto delle famiglie che erano già di per sé bisognose di soccorso, senza l’aiuto della scuola che hanno evaso in mille modi (un processo penale per evasione scolastica, ai genitori dell’alunno costa un’ammenda di 20 euro!), senza la presenza delle istituzioni sempre mal rappresentate e peggio gestite. Questi nuovi “primitivi”, privi della sensibilità che si costruisce con la pazienza dell’educazione e il rigore dello studio, si sono moltiplicati nel corso degli ultimi decenni, diventando una moltitudine. Sciamano ovunque, privi di ogni legge morale, incattiviti dall’isolamento forzato dei sobborghi, istupiditi dai modelli mediatici. Toccano e sporcano, spaccano, distruggono col cieco furore di una normalità storta ma consentita, non di rado persino uccidono, per vendetta o stupidità, abbrutiti da una tolleranza formale che nasconde timore individuale per la conservazione dei propri privilegi e soprattutto ipocrisia di facciata, retorica di regime. I media li usano per i loro scopi commerciali, qualcuno talvolta diventa divo per un giorno e così tutti gli altri vengono asserviti alla speranza di poter fare altrettanto ma nel frattempo diventano schiavi commerciali, dipendenti dagli oggetti del desiderio che periodicamente impongono qualunque sforzo pur di comprarli e possederli. E mai che ci sia un reale sforzo di promuovere quel senso critico che il buon Adorno dichiarò defunto già negli anni Settanta del secolo scorso. Mai profezia fu più azzeccata.
Così, ancora mi chiedo: ma questi nostri giovani dove cazzo vanno? Più o meno dove li abbiamo mandati noi, a quel paese. Alcuni ci vanno davvero, in un altro paese e lì si scoprono bravi, attenti, capaci, ma soprattutto acchiappano opportunità che qui non ci sono e non si vogliono, opportunità che qui si vendono al prezzo della pelle, al costo del futuro. E quando coi loro mezzi raggiungono qualche posizione, torna la retorica di regime (il nostro è un regime, sotterraneo, ma regime) a dire dell’orgoglio italiano. Ma vaffanculo! si dovrebbe rispondere. Così ai cervelli che scappano e che il vaniloquio istituzionale rimpiange, dico che fanno bene a starsene dove nessuno li ha costretti a cercare una conoscenza per fare un colloquio, dove nessuno li ha costretti a pagare per lavorare o a firmare una busta paga da 1000 euro per prenderne in realtà 400. Penso soprattutto ai giovani per bene, quelli che non si sono arresi alla sfortuna delle origini ed hanno lottato, quelli che non hanno ceduto alla tentazione delle tante piovre che promettono riscatto ma danno morte, quelli che si sono impegnati, hanno costruito una competenza con la quale se ne vanno in giro a cercare lavoro e dignità, quelli che dell’Italia danno un’immagine positiva. A loro, che in casa rischiano di restare ostaggio della retorica del buon pastore, prigionieri della codardia istituzionale, schiavi della tentazione mediatica, a loro dico che ovunque andranno, anche se ancora non lo sanno, troveranno la parte migliore di se stessi.

Giampiero Finocchiaro

Danzare sulla vita col sorriso