GILDA e la violenza subliminale

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Qualcosa non mi ha mai convinto nel mondo della scuola. Un mondo pieno di luoghi comuni e interessi sotterranei. Il solo luogo comune che mi sembra abbia diritto di cittadinanza, parlando dei servitori dello Stato che con varie funzioni lavorano nella scuola, è quello che recita: siamo tutti nella stessa barca. Evidentemente qualcuno lucra attraverso azioni costanti ed opache, ma sempre travestite di rivendicazionismo, sulle innumerevoli iniziative ed interventi guidati però dal principio: divide et impera.


Facciamo un esempio concreto. GILDA Venezia, ovvero realtà locale di un’organizzazione che si fa un gran vanto di essere saggia, trasparente e democratica, pubblica un articolo sul proprio sito a firma di tale Marco Nobilio che titola così: Il preside potrà sospendere i prof senza dover rispettare nessun termine. A corredo viene inserita l’immagine di un Dirigente “squalo” che si commenta da sé. Ma nel titolo c’è già la prima scorrettezza, doppia: perché chi scrive se è giornalista non può non sapere pesare parole ed espressioni, la seconda perché se si occupa di scuola e leggi deve capire in che ordine stanno le cose. L’argomento è la bozza di testo che novella il TU del 1994, che anagraficamente richiede un restauro alla luce del cambiamento epocale dato dall’autonomia che in quell’anno non esisteva e, soprattutto, non esisteva quel bosco di nuova legislazione che negli ultimi venti anni è proliferato con la velocità di un tumore maligno. Se verrà approvato un testo che modifica le norme sui poteri disciplinari, il Dirigente scolastico non si troverà nelle condizioni di “non rispettare” termini procedurali – a cui, essendo appunto definiti da norme approvate da un Parlamento, si dovrà obbedire. C’è, in sostanza, il tentativo maldestro e forse anche disonesto, di far passare un’idea dei dirigenti come persone che con leggerezza distribuiranno pene e sospensioni senza timore di incorrere a loro volta in punizioni e sospensioni per eccesso di potere.
Proseguiamo. L’articolo ha per incipit: “Diritti affievoliti per i docenti della scuola pubblica italiana”. Tipico linguaggio fascista: si semina terrore toccando un nervo sempre scoperto in questo paese, quello dei diritti, troppo spesso recitati da belle leggi e traditi nei fatti da una cultura fondata sul privilegio e la contraffazione. Come quella che cerco di svelare qui. L’azione di puro terrorismo anti democratico, prosegue con ulteriori precisazioni evidenziate in grassetto che sottolineano: “cade, dunque, anche uno dei pilastri fondamentali del diritto di difesa dei docenti della scuola statale”. Che messaggio si vuole far passare? L’idea che: 1. Si tratti di cosa già fatta (ma discutiamo di una bozza che ancora deve andare nell’arena parlamentare); 2. Scrivendo “cade” si intende in modo definitivo e irrecuperabile (sarebbe stato più corretto dire “insidiato o a rischio”); 3. Si puntualizza che la sostanza del diritto docente consiste tutto nella formalità di una procedura i cui termini, è noto, sono così stretti da produrre (si vedano le statistiche in merito) più procedimenti annullati per vizio di forma che procedimenti conclusi con un provvedimento disciplinare.
Quello che spiace notare è, quindi, anche la totale indifferenza rispetto ad una realtà così vasta ed articolata che solo un demagogo inesperto e impreparato potrebbe far passare per eccellente in toto. È la legge dei grandi numeri: più ampia è la categoria, più alti sono i numeri degli “improponibili”, ma anche, correlativamente, degli eccellenti.
L’articolo prosegue su queste corde per cui è inutile annoiare con un ulteriore lavoro esegetico. Troppo facile individuare i profondissimi limiti culturali e professionali dell’estensore dell’articolo, animato forse da personale risentimento nei confronti di qualche DS.
La riflessione che faccio però è davvero sconfortante: chi guadagna da questa violenza verbosa, da questo accanimento che separa persino categorie sorelle come docenti, ATA e dirigenti? E perché? Quali interessi persegue? Io credo che i cialtroni e i malfattori esistano, mi ostino però a pensare che siano pochi e si annidino ovunque, anche dentro i sindacati. La maggioranza, invece, ha una responsabilità diversa, quella di farsi trascinare da una corrente che in Italia scorre da decenni e che chiamiamo “consociativismo”. Si tratta di quella forma di contrattazione che si è instaurata in Italia con la Democrazia cristiana e ha consentito allo Stato di dialogare con le categorie dei lavoratori sempre a tu per tu, per segmenti, via via dimenticando l’onere di tenere le fila di tutto il sistema e cercando di perseguire cioè l’equità sociale. Questo sistema ha portato il Paese ad avere categorie periodicamente protette (notai, tassisti, farmacisti, etc.) e periodicamente sacrificate, sempre in nome del diritto (leggi: prepotenza) di un’altra categoria da accontentare con più urgenza. È questo sistema che ha consentito di fare della scuola una riserva di caccia per politiche del lavoro in cui partiti e sindacati hanno pascolato a piacimento provocando il più clamoroso distacco dalla “base” registrato dalla nostra storia recente. Questo sistema ha permesso che i docenti guadagnassero un sesto dei commessi del Parlamento, nonostante ai primi si sia chiesto sempre di più in termini di preparazione specifica da acquisire prima, preparazione specifica da acquisire durante e dopo, compiti e mansioni da svolgere a scuola oltre le ore di didattica in senso stretto. Quale dirigente mai avrebbe interesse a punire “a caso” un docente che si spende per gli alunni? Chi rischierebbe il licenziamento per togliersi dalla scarpa il sassolino di una antipatia personale? Rivedere il TU ha il solo scopo di consentire esattamente l’opposto: individuare e avvertire i fannulloni che le loro assenze garantite formalmente, le loro mancanze in termini di scarsa collaborazione ed efficacia, possano produrre danni irrecuperabili per gli alunni con cui entrano in contatto e danni di immagine ad una scuola che ancora si regge sul lavoro delle “brave persone”, siano bidelli, segretari, docenti o presidi.
Il giorno che i Fratelli – non d’Italia, ché ormai siamo al massimo fratellastri che si odiano – della Scuola si uniranno, coi loro numeri e le loro competenze, con le loro esperienze e quel capisaldo etico che rappresentano, spazzeranno via tutti coloro che in questo sistema gozzovigliano senza merito. Sapremo farlo prima o poi?

Giampiero Finocchiaro

Danzare sulla vita col sorriso

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