Categoria: SOCIETA’

scritto da Giampiero Finocchiaro
giugno 20, 2018 0

Non si riesce a parlarne, il tema rientra tra quelli “no politically correct”. Eppure la situazione è urgente da tempo. Sto parlando dell’eccessiva e colpevole femminilizzazione della scuola che sta producendo, da decenni, danni la cui portata si avvertirà ormai a breve, e durerà a lungo. Perché i processi culturali sono lenti come i cambiamenti che stimolano.

La scuola è un laboratorio dove una società immagina e prepara il proprio futuro, e questo vale anche quando la classe dirigente di un paese è inetta, incapace di immaginare e preparare un futuro o quando, per nascosti interessi, lascia che tale laboratorio proceda più o meno casualmente. In tutti i casi, da questa fornace viene sempre fuori il nuovo volto di ogni società. E il nuovo volto della società italiana del futuro è tutto al femminile.

Ne ho parlato con dati e documentazione alla mano in un libro di recente pubblicazione[1]. Le statistiche dicono a chiare lettere che tutte le professioni a cui si accede dopo un adeguato successo formativo ottenuto nella scuola, sono a maggiore o schiacciante prevalenza di iscritti femminili (nonché di risultati). Le stesse statistiche che denunciano un costante e inarrestabile calo delle iscrizioni come delle prestazioni maschili.

Dove sta il cuore del problema? È noto che i risultati della nostra scuola sono critici. Quasi qualunque dato interno mostra una situazione peggiore per la componente maschile rispetto a quella femminile. Una lettura attenta del fenomeno rileva che gli esiti peggiori si registrano nella scuola media. Nonostante stiamo vivendo una lunga (e spesso delirante) stagione di riformismo scolastico, giusto della scuola media non si occupa nessuno. L’ultimo a dedicargli attenzione fu Berlinguer, significativamente affondato dai suoi stessi fratelli di partito. La scuola media è il segmento formativo nel quale i giovani compiono la parte forse più critica di quel percorso che si chiama costruzione dell’identità di genere. Un processo per il quale, in soldoni, le ragazzine hanno bisogno di donne per costruire il proprio modello di identità personale e i ragazzini hanno bisogno di uomini. Considerazione particolarmente delicata in una società, come quella italiana, che ha perduto e fatto perdere l’unità familiare che rendeva disponibili a casa entrambe le polarità di genere. In sostanza, la scuola è il solo luogo “altro” in cui i ragazzi di oggi – in gran numero affidati solo alle mamme e con grandi difficoltà di relazione quotidiana col genitore separato – possono ricercare modelli, maschili o femminili, a cui fare riferimento per costruire la propria personalità di genere. Ma se le adolescenti trovano un numero infinito di esempi su cui esercitare il proprio lavoro di costruzione del sé, ai ragazzini restano pochissime opportunità per curare le proprie caratteristiche personologiche in un mondo popolato all’84 % di donne. Stiamo dunque offrendo pari opportunità ai nostri adolescenti? Credo proprio di no e questo spiega, almeno in buona parte, il maggior successo formativo delle ragazze rispetto ai ragazzi. La spiegazione non è che la componente maschile del mondo giovanile sia più stupida o più svogliata. Il mondo degli adulti continua ad usare la scuola per farci navigare interessi nascosti, come il risarcimento al mondo femminile dei ritardi in una diffusa parità di genere. Colpevoli gli uomini di lasciare che la scuola sia una riserva di caccia femminile, colpevoli le donne di accontentarsi di una riserva di caccia e di alimentare la costruzione paziente di una vendetta che produrrà danni irreversibili nella società italiana del futuro.

Stiamo trattando la parità di genere come una clava con cui rompere la prepotenza maschile per dar vita alla prepotenza femminile, con buona pace di ogni principio cristiano che non a caso parla di rispetto e parità per le “persone”. Un’ottica che non ha interesse agli organi riproduttivi e sessuali maschili o femminili, in quanto la persona è una unità di mente e di corpo il cui valore si definisce per il comportamento che tiene nello spazio della sua vita e nella relazione con gli altri e l’ambiente circostante. Siamo lontanissimi dall’aver compreso cosa significhi veramente lo stesso concetto di “parità”[2], specie alla luce dei dati che dimostrano come la società non sembri rendersi conto (a monte) di cosa siano i processi di acquisizione dell’identità di genere. Il tema è tanto delicato che un mio articolo del 2015 sul Messaggero[3] ha confermato un sospetto che qualcuno deve pur denunciare: la scuola è un gineceo privato, deve restare un luogo riservato che funga da simbolo di una finta rivalsa. Con la complicità di una parte del mondo maschile, quella coinvolta nella gestione del potere, che accondiscende a questa forma di esclusivismo per garantirsi il prolungamento di alcuni privilegi che ad ogni modo sono destinati a finire. È una questione di tempo.

Una rivista di settore ha subito ripreso il mio articolo sul Messaggero proponendo un sondaggio alla categoria docente. Ne è seguito un vergognoso e volgarissimo fiume di insulti personali, aperti e senza preamboli, ad opera di professoresse. La redazione ha invitato, per i primi cinquanta commenti, a leggere il pezzo che, si intuiva facilmente, non era neanche stato letto e ha provato ad avvertire di non usare linguaggio inappropriato. Inutilmente. Clamorosa prova di pregiudizio e fastidio per l’intromissione. L’articolo, infatti, si limitava a segnalare l’urgenza di una più equilibrata distribuzione di posti da docente, capace di favorire una maggiore presenza di candidati uomini. Situazione nota a chiunque operi onestamente nella scuola, libero da pregiudizi e da interessi inconfessabili. Aspetto che nella versione opposta di quote rosa nella politica non ha suscitato nessuno scandalo e ha invece dato impulso a una maggiore presenza femminile nella gestione del potere. Ma nella scuola le quote azzurre non si possono nominare.

È strano l’ordine delle priorità che esercitiamo a livello diffuso. È considerazione banale che una importante causa da cui si rischia di perdere il lavoro, la affideremmo ad un bravo avvocato giuslavorista. Altrettanto banale l’idea che in caso di grave malattia ci affideremmo a medici di riconosciuta fama. Nessuno di noi si metterebbe nelle mani di una laureata in legge o di un neo laureato in medicina. Perché salute e denaro sono cose importanti. E cosa c’è di più importante dei nostri figli? Eppure con i nostri figli facciamo il contrario. Come abbiamo permesso che fossero affidati (per mezzo secolo almeno, fino alla riforma Renzi) a semplici laureati in lettere o, peggio, laureati (ma anche tanti semplici diplomati) in settori che nel piano di studi non avevano nemmeno una materia di pedagogia, metodologia, didattica, valutazione, psicologia? E come possiamo permettere oggi, che l’educazione dei nostri figli sia così sbilanciata a svantaggio dei ragazzi? Forse è cambiato l’amore materno? Possiamo lasciare che i nostri figli maschi muoiano di inedia culturale?

Che il “padre è morto” è un concetto di Lacan acquisito da tempo, ma noi, sempre colpevolmente, abbiamo dovuto aspettare la fortuna mediatica di Recalcati per sperare che nel Paese qualcuno tornasse a ragionarci sopra. Nel mondo esploso di oggi, liquido e senza riferimento come lo interpreta Bauman, complesso come lo legge Morin, dove ciò che resta del “principio” pedagogico rappresentato dalla figura maschile necessita di essere adeguatamente supportato, rinnovato, abbiamo bisogno di offrire a tutti reali pari opportunità, in ogni campo ed in ogni ambito, senza distinzioni di religione, sesso… come recita la Costituzione. Abbiamo l’obbligo di scoprire dove si annidano le iniquità, dove le colpevoli distrazioni le fanno proliferare indisturbate, senza limitarci al politically correct delle pur legittime rivendicazioni al femminile. Non possiamo lasciare niente al caso, soprattutto in un paese confuso e disordinato come il nostro. Abbiamo il dovere di pensare per tempo soluzioni che diano equilibrio al futuro del nostro paese. Non lo stiamo facendo. Che almeno qualcuno denunci, scriva di questa programmata sconfitta a cui noi uomini stiamo andando incontro. 

[1]          La scuola di chi. Come realizzare la centralità degli alunni, Carlo Saladino editore, 2016.

[2]          Si veda il mio articolo: “Educazione gender: a scuola si rispecchiano i mutamenti della società”, Il Messaggero, 19-10-2015, pag. 12, foglio 1.

[3]          “Scuola, gli squilibri del monopolio rosa nell’insegnamento”, Il Messaggero, 2-10-2015, pag. 12, foglio 1.

scritto da Giampiero Finocchiaro
aprile 7, 2018 2

Dalla mia città, Palermo, giunge la notizia di un genitore che ha picchiato un docente. Fidando in una chiacchiera della figlia, senza chiedere un confronto, il cavernicolo ha aggredito ed avuto la meglio su un insegnante, colpevole di fare l’educatore. Magari tra le sue mani imbecilli e i suoi occhi primitivi, è finita una copia fotostatica di un testo di Ibn Hawqal, autore arabo del X secolo, che proprio in Sicilia compì un viaggio in occasione del quale ebbe modo di denigrare i docenti come infedeli (ah cani!), vigliacchi e pessimo esempio per le nuove generazioni in quanto proprio essi, i docenti, si mostravano riottosi al combattimento in nome dell’oppressore. Il docente ora giace ricoverato in ospedale mentre lo scimmione se ne sta a guardare la tivu a casa con in braccio la figliola a cui starà passando perle di saggezza fognaria.

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scritto da Giampiero Finocchiaro
aprile 2, 2018 0

Mi volto e guardo gli anni passati. Quando ero bambino.

  • Mamma scendo.
  • Dove vai?
  • Giù, in piazzetta, a giocare.
  • Stai attento. E non fare tardi.

E finiva qui. Era il tempo della fiducia. Che si basava sull’accettazione culturale della dimensione del rischio come prova da superare e imparare a superare. Per diventare adulti.

Provo a pensare agli anni di oggi. Quando ero genitore.

  • Mamma esco.
  • Dove vai?
  • Non lo so.
  • Aspetta che ti accompagno, prendi il cellulare e ogni tanto dammi notizie, lasciami il numero dei tuoi amici, con chi vai?
  • Poi ti giro il contatto.

E finisce qui. È il tempo della diffidenza. Che si basa sull’accettazione culturale della dimensione del calcolo come illusione di controllo su tutto. Per restare adolescenti, facili da condizionare in ragione delle esigenze del mercato.

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scritto da Giampiero Finocchiaro
marzo 10, 2018 0

Ogni insegnamento linguistico, entro un percorso d’istruzione, è fondamentale perché si tratta, al contempo, di apprendere non solo contenuti ma anche un sistema di comunicazione. A scuola, dunque, la lingua, le lingue, hanno una priorità formativa rispetto agli altri insegnamenti.
Di tale priorità non vedo traccia nelle preoccupazioni di una classe dirigente che ha sfornato tante riforme sulla base di altre esigenze, che con la centralità degli alunni non hanno a che vedere. 

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scritto da Giampiero Finocchiaro
febbraio 14, 2018 0

Quando si dice che “la notte porta consiglio” si dice in metafora del valore del tempo, il tempo della riflessione. Meditare, ponderare, infine decidere ed agire.

Quando si dice “tempi bui” si lamenta, sempre in metafora, come il tempo sia il bene più facile a sprecarsi. Il tempo che non insegna, il tempo che non porta giudizio, il tempo che non è mai sazio di assistere al ripetersi dei medesimi errori.

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scritto da Giampiero Finocchiaro
settembre 9, 2017 0

La lettura del verbale che convalida gli arresti dei tre minorenni e un maggiorenne di appena 20 anni che hanno aggredito una giovane coppia di turisti polacchi, lascia senza fiato. Un congolese (il solo appena maggiorenne), un nigeriano e due fratelli marocchini fra i 15 e i 17 anni. Un branco di coetanei senza freni inibitori. Cosa succederà adesso? Proviamo a capirlo insieme.

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scritto da Giampiero Finocchiaro
settembre 6, 2017 2

Immaginate di essere titolari di uno studio legale. Siete in procinto di seguire una causa importante. Prendete uno studente laureato in legge e lo mandate in tribunale a nome dello studio.

Oppure: il vostro studio ingegneristico riceve un appalto per la progettazione e costruzione di un ospedale. Prendete un laureato in ingegneria, seppure con 110 e lode, gli affidate progettazione e costruzione dell’ospedale.

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scritto da Giampiero Finocchiaro
agosto 17, 2017 0

Un giovane come Nicolò, non si uccide con un calcio. Per quanto pseudo-addestrato fosse l’idiota che gli ha sferrato il calcio fatale, se Nicolò fosse stato vigile non sarebbe morto. Avrebbe avuto una reazione difensiva che avrebbe attutito il colpo, avrebbe avuto energie per assorbire parte del colpo. Se dunque, quel calcio è stato mortale, è perché col concorso di altri due imbecilli ceceni, il suo assassino alla fine si è trovato davanti un ragazzo inerme, con i muscoli ormai allentati, che avevano ceduto all’incoscienza.  Ergo: c’è concorso di colpa in assassinio da parte degli altri due che quegli  inetti dei giudici spagnoli hanno rimesso in libertà con incomprensibile fretta. Ergo: c’è complicità in omicidio, dal punto di vista etico, di quegli inadeguati giudici. Ovvio che chi ha sferrato l’ultimo colpo debba avere la pena più grave, ma che gli altri concorrenti non ne abbiano nessuna è una palese violazione del senso di giustizia, un’offesa all’intelligenza e alla dignità della famiglia di Nicolò Ciatti. Ora l’Italia, abituata ad essere debole coi forti e forte coi deboli, che farà? come tutelerà la memoria di questo nostro giovane andato in vacanza e tornato in riposo eterno? lo tratterà come Giulio Regeni? Con lo stesso polso? la stessa strategia?

Addio Nicolò, sono con te, soffro con tuo padre e con tua madre, con tua sorella, con tutti quelli che ti hanno amato. Ti accolga l’amore di Dio per una eternità di pace e speranza, quelle che questa maledetta terra di furibondi pazzi scellerati nega mentre naufraga tra violenza sconforto solitudine avidità e cecità.