Tra Heidegger e il Covid 19

Il tempo che stiamo vivendo, viene definito da tutti come un tempo “sospeso”. Questa sensazione generale, quasi unanimemente condivisa, pone delle domande, su cosa significhi “sospeso” e, appesa alla precedente, per quanto tempo durerà questo tempo. Il nostro “essere”, cioè, vive una diversa dimensione temporale, una dimensione nella quale il tempo non è più solo una coordinata spaziale, correlata con la dimensione fisica dello spazio, ma diviene dimensione ontologica in cui ciascuno esplora uno spazio dimenticato o che ci si è abituati a ritenere residuale: la nostra interiorità.

Attenzione, non intendo dire che stiamo scoprendo il mondo interiore, siamo anche troppo bombardati da sollecitazioni che pescano nella interiorità per perseguire fini ed interessi che sfruttano la nostra interiorità per incanalare le nostre esistenze su binari predefiniti, utili ad altri che restano dietro le quinte. Dico però che questo tempo sospeso della quarantena ci sta obbligando a percorrere “sentieri interrotti” nel bosco della nostra vita interiore.

I pochi fortunati che hanno avuto modo di studiare un po’ di filosofia avranno già sentito risuonare gli echi del pensiero di Heidegger. Il suo pensiero ha lasciato una influenza che ancora perdura e che la complessità della contemporaneità sembra addirittura rinvigorire. Secondo lui veniamo al mondo per vivere il nostro progetto. La domanda che lui ci aiuta a farci è se il nostro essere veramente noi, se cioè l’ “io” di ciascuno di noi corrisponde ad un progetto autentico e sincero o non sia piuttosto il risultato scomposto ma preordinato di tante influenze esterne: delle strategie di marketing che sono ormai linguaggio comune delle aree del commercio, della pubblicità, della politica e persino del sindacalismo nella sua ultima e incoerente forma. Heidegger, insomma, ci ha spinto a distinguere tra un “io” di superficie che tuttavia noi riteniamo profondamente vero ed un “io” profondo che solo discende da una autentica conoscenza di quel mondo interiore dove ha base la nostra identità, dove risiedono le scelte fondamentali che ci definiscono come individualità uniche e irripetibili. Troppo evidente, infatti, che gli “io” influenzati da quanto sopra ricordato, si assomigliano tutti. Basterebbe guardare ai “modelli” antropologici che rappresentano i casi di successo dell’epoca moderna. I personaggi della televisione si assomigliano tutti, complice il ricorso ad una chirurgia estetica che applica le stesse “forme” al viso e al corpo di tutte, per esempio, le show girls, le presentatrici e persino una parte delle giornaliste. Ma non si creda si tratti di un fenomeno di genere. Anche i giornalisti televisivi, cioè quelli conosciti dal grande pubblico, si assomigliano tutti, vanno per modelli di successo. Una analisi prossemica mostrerebbe con facilità, attraverso il rilevamento del linguaggio gestuale, della postura e del modo di rivolgersi agli interlocutori, che esiste una intera categoria di giornalisti che replica il modello “Santoro” per auto-mimesi, cercando cioè di sfruttare il successo del modello di riferimento.

Quando Heidegger si chiede, dunque, cosa definisca ciò che chiama l’ “esserci” (Dasein), egli spiega che si riferisce ad un concetto di “autenticità” che ha a che fare con la condizione tipicamente umana: la mortalità. L’idea della morte, dal cui timore o spavento deriva un senso di angoscia esistenziale e che ha un ruolo importante nella invenzione (uso il termine secondo l’etimo latino dell’invenire) delle religioni, pone un dubbio o, meglio, ci pone davanti ad una scelta a campo logico, delle due l’una: o la si ignora (fingendo che non ci riguardi fino a quando non si approssima la fine) o la si assume.

Normalmente crediamo che a definirci siano tutte le cose che facciamo nella nostra vita quotidiana. Il nostro lavoro, il nostro ruolo in società, le nostre relazioni, le cose che abbiamo, i nostri averi, la nostra casa, quella in città e quella al mare, quella popolare, quella abusiva, quella occupata, i nostri viaggi durante le ferie, i nostri successi e anche i nostri fallimenti. In realtà, tutte queste cose non sono la nostra essenza, ma semplici possibilità, alcune concretizzate come le si voleva, altre come si è potuto, altre ancora che non sono diventate affatto concrete, rimaste a livello di desideri, intenzioni, rivendicazioni che pure, anche se ad un altro livello, formano un addentellato delle precedenti. Se tutte queste “cose” le riteniamo aspetti del nostro “io” è perché veniamo da secoli di storia del pensiero che ha oggettivizzato l’essere come qualcosa che è nel mondo al pari di altri oggetti come la natura, con la sola differenza che l’essere umano è dotato di facoltà cognitiva per cui vede e comprende gli altri oggetti (sebbene pensando proprio alla relazione tra Uomo e Ambiente il dubbio che sappia “vedere e comprendere” si fa davvero grande). Tutto sommato, fino ad Heidegger non siamo andati molto più in là dell’idea che Parmenide espresse nel VI secolo a. C. quando disse che l’essere è e non può non essere; e che il non essere non è, ed è necessario che non sia. Certo si è passati da una visione immobile dell’essere ad una compatibile col divenire storico, ma sostanzialmente senza compromettere l’impostazione presocratica che si è strutturata col passaggio da Platone e Aristotele per giungere fino ad Hegel che ha abbattuto limiti importanti Il’essere come linite dle pensiero) ma sempre con il primato della Ragione. La fiducia nella stabilità delle categorie e dei giudizi che oggettivizzano la mente umana con Heidegger invece scompare, sollecitata da un senso storicista che nel progetto umano non può vedere modalità uniformi date per sempre, la mente umana è anch’essa partecipe della mobilità che caratterizza il nostro essere progetto. Sostanzialmente, in Heidegger c’è una diretta anticipazione di quella teoria della complessità che ritiene un limite il riduzionismo scientifico (così le filosofie come quella kantiana) che scompongono in parti per conoscere il tutto. Per Heidegger l’uomo è un intero che ha sempre qualcosa in più o in meno della somma delle sue parti, che rappresenta la sua unicità, che definisce il suo Dasein, il suo progetto vitale.

Il salto che Heidegger ci ha fatto fare è quello di cui prendiamo incoscientemente coscienza in questi giorni di tempo sospeso. Tutti noi abbiamo dovuto fare i conti con la sottrazione di un orizzonte vitale fatto di progetti a breve scadenza, come l’abitudine di recarsi in palestra o incontrare gli amici per l’aperitivo; di media scadenza come l’avere programmato un viaggio in estate; o, infine, di lunga scadenza come potrebbe essere aver fissato la data di matrimonio fra due anni, o rinviato l’acquisto di casa ai prossimi cinque anni programmando dei risparmi preliminari. Ciò che abbiamo dovuto improvvisamente eliminare dalla nostra vita produce conseguenze diverse. Ciò che era a breve scadenza ci ha infastidito, ciò che sembra sfuggire a medio termine ci dà paura, unitamente alla speranza che tutto questo passi in fretta, perché ci spaventa non poter recuperare quei progetti specifici come una vacanza programmata. Ciò che si trova a lunga scadenza, invece, ci dà ansia, un’ansia che parla di un futuro di cui non si conoscono i contorni, i vincoli, le condizioni. Qui non è più la festa di matrimonio il problema, se si farà o meno – sarebbe solo un’altra paura e chi la vive in questi termini effettivamente ha solo una paura in più – ma il futuro e la domanda interiore è: cosa ne sarà di noi. È stato proprio Heidegger a distinguere tra paura ed ansia a seconda che sia riferita a qualcosa di circoscritto e noto oppure legata ad un ignoto che non ci dà strumenti di difesa. Contro la paura esistono la fuga e la difesa, contro l’ansia non abbiamo null’altro che la meditazione se non si vuole fare ricorso agli psico-farmaci.

Come di fronte alla morte, anche in questa esperienza di quarantena, con i suoi echi di morte giornalmente diffusi dai quotidiani e dalle televisioni, viviamo quel tempo sospeso che è tipico della morte. La morte ci sottrae a tutto, senza preavviso, non ci lascia il tempo di salutare chi vorremmo, di chiedere perdono, di sistemare le nostre cose, di pronunziare le ultime parole. Si muore senza il conforto di un sistema. Mentre ci siamo abituati a vivere con e dentro un sistema. Siamo divenuti – Heidegger ci metteva in guardia – pezzi o ingranaggi (a seconda del livello di coinvolgimento) di un mega organismo, iper-strutturato, che è la società capitalista di produzione; chi non è coinvolto è perché alla stessa stregua è parte di altri organismi super-strutturati come organi centralisti votati al controllo delle comunità di cittadini. In questo senso le sensazioni che oggi proviamo, di fronte a ciò che abbiamo perduto, temporaneamente o chissà, sono richiami del nostro mondo interiore che ci spinge a farci le domande più profonde ed intime: chi siamo veramente e cosa veramente vogliamo essere, cosa desideriamo per il futuro nostro e degli altri? Vogliamo davvero tornare a un mondo in cui iniquità e disuguaglianza corroborano un sistema che offre dignità solo verbale e formale ai cittadini, ma non reali forme di democrazia? Come davanti alla morte ci corre rapidamente davanti agli occhi tutta la nostra esistenza (almeno, così ce lo raccontiamo) ma solo coi fotogrammi delle cose importanti, anche questo tempo sospeso ci sta facendo riscoprire la giusta gerarchia delle cose veramente importanti. Abbiamo vissuto per lungo tempo convinti che nulla potesse impensierirci e probabilmente questa pandemia è solo uno degli eventi che il futuro ci farà conoscere.

Oggi osserviamo con più orrore l’arrossamento della pelle delle infermiere che per dodici ore hanno assistito i malati in rianimazione, che le immagini della gente che muore nei teatri di guerra sparsi per il mondo, magari dopo anni di indifferenza e privazioni, magari dopo torture fisiche inaudite. Ma l’esposizione mediatica ci ha abituati alla morte degli altri (ancora un concetto heideggeriano), senza prepararci all’ansia di questo scenario che ci sottrae allo stordimento quotidiano della società dei consumi, quella che ha tagliato i fondi a sanità e istruzione per perseguire la chimera del profitto. Che non c’è stato. Mentre tutti siamo stati trasformati prima da persone a cittadini, poi da cittadini a consumatori e infine da consumatori a clienti, ognuno con la sua fidelity card che fa capo ad una multinazionale francese o tedesca o americana o araba o cinese. Siamo ancora nel mondo della opposizione tra una classe egemone (oligarchica) e tanti classi subalterne, ognuna delle quali manipolata da una multinazionale. Siamo prodotti in serie, che di tanto in tanto si risvegliano per un evento fortuito ed hanno l’occasione di tornare a cambiare il mondo, perché ogni crisi è tale da un solo lato della moneta. Dall’altro lato, infatti, c’è sempre una opportunità che bisogna saper cogliere. Occorre, come suggeriva Heidegger, assumersi la responsabilità del vivere, assumendo la morte come orizzonte non buio, misterioso e pauroso, ma come limite storico del nostro essere nel mondo. Ognuno di noi è manifestazione dell’essere, ognuno con una forma diversa ed unica. Non occorre mettersi d’accordo su una meta comune, se davvero assumessimo la prospettiva heideggeriana, se facessimo tesoro dell’apprendimento forzato di questo tempo sospeso, torneremmo a curare e proteggere quel dialogo umano che è la base di ogni democrazia e che nasce naturalmente quando le persone vivono il loro progetto come esperienza individuale di un essere comune. Passeremmo dal disorientamento descritto dalla società liquida teorizzata da Zygmunt Bauman alla coscienza della Terra-Patria di cui parla, inascoltato, Edgar Morin. E finalmente sarebbe il mondo migliore che sempre risorge dopo una grande crisi.

Corona virus, accettare la sfida

La guerra del Corona virus non è una guerra. Direi, piuttosto, una sfida. Vediamo perciò di comprendere insieme i termini di questa sfida.

Al suo insorgere, effettivamente, la dimensione “epidemica” che di volta in volta coinvolgeva singoli paesi, metteva in campo dispositivi di intervento, e dunque forme di pensiero, riflesso di modelli ancora tradizionali. In un saggio del 2010, Byung-Chul Han rifletteva sugli scenari contemporanei rilevando il generale attardamento delle società, quelle occidentali in testa, su modelli desueti. Modelli che nella sua lettura riflettevano un paradigma “immunologico” non più capace di cogliere la complessità contemporanea. Di questa, infatti, ne sottolineava la sostanziale incompatibilità col precedente modello immunologico. I modelli del passato sono quelli di un’epoca che chiama “batterica” dove è essenziale la presenza di un “altro” contro il quale opporsi. Ma l’epoca contemporanea è piuttosto un periodo “virale”, un tempo, cioè, in cui non esiste più una distinzione netta tra interno ed esterno, tra amico e nemico. Tanto la sfera biologica quanto quella sociale, in sostanza, sono state caratterizzate da dinamiche di “attacco e difesa” che hanno trovato nell’Altro, nell’Estraneo il necessario opposto. Oggi “al posto dell’alterità abbiamo invece la differenza che non provoca alcuna reazione immunitaria”[1]. Leggi tutto “Corona virus, accettare la sfida”

Il giubilo e l’innocenza

Non mi piace il calcio. Ho sempre preferito gli sport. Sono cresciuto in questa dicotomia insanabile: il football da una parte, gli sport dall’altra, tutti gli altri. Ma non come la raffinata distinzione degli inglesi tra Jam e Marmalade che pone una differenza in positivo che ci saremmo attesi dalla Sicilia, posto che Marmalade si può dire solo delle arance mentre Jam di qualsiasi confettura. Leggi tutto “Il giubilo e l’innocenza”

Il poeta muore sempre due volte

Ho recentemente seguito i lavori di un congresso a Buenos Aires. L’occasione è stata ritenuta ghiotta per invitare – senza alcuna ragione a mio avviso – la compagna degli ultimi anni di Borges, Maria Kodama, sposata pochi mesi prima di morire. Mi è già capitato altre due volte di trovarla ospite da qualche parte per ricevere premi alla memoria del marito, che però, in pratica nascono pensati per lei e a lei vengono consegnati. Mi chiedo se nella loro casa siano di più quelli ricevuti da lui o quelli accumulati da lei da quando la sorte ha deciso che il primo tornasse ad alimentare il ciclo dell’universo, mentre l’altra restava ancora quaggiù a poggiare i piedi sul pianeta azzurro. Evento del tutto casuale che però è intervenuto a decidere le sorti del futuro, per lo meno di quello immediato, di quella eredità intellettuale che George ha lasciato ad una umanità variamente popolata e che rimane vincolato alle “autorizzazioni” della moglie sopravvivente. Leggi tutto “Il poeta muore sempre due volte”

Siamo tutti imbecilli?

Seguo il TG ogni giorno e ogni giorno mi chiedo se siamo tutti imbecilli. Diventati imbecilli. trattati come siamo stati negli ultimi cinquant’anni, colpevole nessun escluso. Da persone ci siamo trasformati in utenti e infine in clienti. Quindi, imbecilli senza senso critico. Lo dimostra l’informazione che quotidianamente entra nelle nostre case. Ci credono imbecilli e per tali ci trattano. Sebbene questa triste considerazione non lasci fuori nemmeno gli addetti della stampa, trasformati ormai in casse di risonanza dell’imbecillità diffusa, in ripetitori delle imbecillità altrui. Un esempio: la ditta Caffaro di Brescia di cui il TG1 dà notizie allarmanti: da vent’anni sequestrata e mai si è fatto nulla. Ora esplode di nuovo l’emergenza, cola mercurio e c’è un altro pericolo urgente che rimette sotto i riflettori il capannone dei veleni. Il Ministro dichiara che si deve bonificare, la gente si dichiara stanca di vivere con i veleni, si parla di alto tasso di tumori e la Procura dispone “un nuovo sequestro”! Un paradosso incommensurabile. Come si fa a porre “di nuovo” sotto sequestro un luogo già sequestrato nel 1997 e da allora abbandonato a se stesso e alla solita incuria ed abbandono che risultano caratteristiche indelebili della contemporaneità? Un modo clamoroso eppure sotterraneo per nascondere le responsabilità. Se era sequestrato, qualcuno non ha fatto quel che doveva fare. Sottoporlo a nuovo sequestro significa far finta di agire laddove invece c’è una colpa enorme di inazione. E i poveri speaker costretti a ripetere notizie che non sanno leggere e non comprendono, semplici inutili e stupidi ripetitori di imbecillità che aumentano il malessere di una contemporaneità insulsa e senza senso critico.

Sono tornato

Questo sito è stato violato da un virus. Non sono in grado di dire se si è trattato di un attacco mirato o esito di uno di questi eventi del web che assomigliano ai fasci di meteoriti che all’improvviso rendono il vuoto dell’universo il posto più pericoloso e inaffidabile. Internet, ormai lo sappiamo, è universo e buco nero. Ad ogni modo, non è stato facile riattivare il mio blog, è servito molto tempo per non perdere i materiali che vi sono depositati, le cose che ho scritto negli ultimi anni. A breve aggiungerò un nuovo articolo.

Senza cielo. Non si salva nessuno

Disponibile il mio nuovo libro che si può scaricare su Kindle o sul proprio PC direttamente dal sito di Amazon: https://www.amazon.com/Senza-cielo-salva-nessuno-Italian-ebook/dp/B07KCKFW2L/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1542560020&sr=1-1&keywords=senza+cielo.+non+si+salva+nessuno

 

Tre storie al femminile e tre al maschile di impossibile riscatto che vi lasceranno un segno dentro. 

Da un post di colei che, forse, è stata la prima lettrice. “Ho letto la storia di Martina, un pugno nello stomaco. Pensavo che dopo , la strada sarebbe stata in discesa. Poi ho conosciuto Lucia e Marica… Non è una facile lettura a livello emotivo, ma è un libro che va letto e che mi sento di consigliare ”.

Recensioni di lettori: “Un libro che non vi lascerà indifferenti, che dovrebbe essere letto nelle scuole, non solo dai ragazzi ma soprattutto dagli educatori, da quei docenti che han perso per strada, o forse non l’hanno mai avuta, la vocazione dell’insegnamento”. “Un viaggio nella triste realtà della scuola italiana tra speranze e delusioni. Il tutto condensato nella frase Credo che i sogni stiano a sud dello spirito“.

Su Amazon è disponibile anche la versione cartacea, per gli amanti del libro nella sua più elegante e classica veste.

A chi leggerà, chiedo, se possibile, di lasciare una breve recensione.

A chi piacerà, chiedo, se possibile, di aiutarmi a pubblicizzarlo.

Grazie

Avete visto la Rivoluzione?

Avete visto la Rivoluzione? Se n’è accorto qualcuno? Possibile che questa notizia non faccia nemmeno eco? Eppure è sotto gli occhi di tutti, anzi, dentro.

E questo spiega perché nessuno si è accorto della Rivoluzione. Pur vivendola in prima persona, in massa. Il fatto è che siamo abituati – da quanto abbiamo studiato a scuola – a vedere la Rivoluzione come un fenomeno sociale collettivo, rumoroso, sanguinario, caotico. Ma dovrebbe essere chiaro, dopo cent’anni di studi e ricerche antropologiche e sociologiche, che i fenomeni sociali sono abiti, definiti dalla cultura del tempo e del luogo. La civiltà europea ci ha abituato ad una idea di Rivoluzione definitivamente compromessa coi fuochi e gli stendardi dell’Epopea francese di fine Settecento. La sua anticipazione nel continente americano non è che bozza di uno stesso modello concettuale e strategico. Insomma, senza fuochi e fiamme, senza insurrezioni e prese della Bastiglia, senza morti e feriti, pare non ci possa essere Rivoluzione. Analizziamo.

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Immigrazione: nessuna verità

Non entro nel merito (la mia posizione è nota avendo lanciato una sottoscrizione per l’abolizione del permesso di soggiorno), ma osservo: un giudice inquisisce un ministro per snaturare una scelta chiaramente politica, certamente non una scelta delinquente. È legittimo? È democratico? Chi verifica che l’azione dei giudici sia davvero trasparente, disinteressata, apolitica?

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Lotta di genere: la sconfitta degli uomini

Non si riesce a parlarne, il tema rientra tra quelli “no politically correct”. Eppure la situazione è urgente da tempo. Sto parlando dell’eccessiva e colpevole femminilizzazione della scuola che sta producendo, da decenni, danni la cui portata si avvertirà ormai a breve, e durerà a lungo. Perché i processi culturali sono lenti come i cambiamenti che stimolano.

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